Uzbekistan, il fascino complesso dell’Oriente reale

Resoconto di dieci giorni di viaggio, muovendosi autonomamente tra Tashkent, Samarcanda, Bukhara e Khiva
Scritto da: mnz86
uzbekistan, il fascino complesso dell’oriente reale
Partenza il: 17/08/2016
Ritorno il: 27/08/2016
Viaggiatori: 2
Spesa: 2000 €

Superato quest’ultimo check-point, finalmente, usciamo. Ad aspettarci, non la solita area arrivi con agenzie di noleggio, money exchange e ufficio informazioni, ma direttamente il parcheggio del piccolo aeroporto. Qui, i tassisti abusivi negoziano con estrema calma con le guardie all’ingresso la possibilità di rivolgersi per primi ai rarissimi occidentali.

Veniamo quindi approcciati da un tassista anziano ed esperto, che conosce le tre frasi di rito in inglese e mostra di conoscere il posto dove siamo diretti e cioè l’Art Hostel, unico ostello aperto in città (munito anche di confortevoli camere doppie). Ci accordiamo senza tanto discutere sul prezzo del taxi, in linea con le aspettative (5 dollari), e saliamo in macchina. Il tassista non parla bene l’inglese, ma solo il russo (come tutti gli over 30 della città), ma ci tiene a dirci che i suoi figli invece lo parlano già bene. Ci mostra la stazione, il Grand Hotel della città (una doppia costa quasi 700 dollari), il luogo dove fanno il miglior plov (piatto nazionale uzbeco, riso pilaf con pezzi di montone, carote e altri ingredienti a piacere). Passiamo di fronte alla borsa del cotone (monocultura nazionale) e delle materie prime, con le quotazioni aggiornate che scorrono su led illuminandosi di rosso o di verde, e poi davanti a qualche grande ministero, a un paio di grossi Hotel e a un centro commerciale con multisala.

Una volta rotto il ghiaccio, ecco quindi il tassista introdurre il tema valutario. Il cambio ufficiale – ci mostra sul telefono – prevede 2.900 SOM per dollaro. Ma lui ci può dare, per ogni dollaro, 4.500 SOM. E ce li può dare anche utilizzando le rare e preziose banconote di taglio “grosso” da 5.000 SOM, e non con le banconote standard da 1.000 SOM che si trovano al bazar e che obbligano la gente a girare con intere buste della spazzatura piene di contanti. Per dimostrarlo, apre il vano portaoggetti e – con fare da consumato gangster – estrae un mazzo di banconote tenute insieme con un elastico.

Decliniamo, anche se l’offerta sembra allettante. Abbiamo ragione, perché una volta arrivati all’Art Hostel sono sufficienti pochi minuti per cambiare il denaro. Ed è così che, con la massima fluidità, la prima banconota da 100 dollari portati da casa (in Uzbekistan non esistono bancomat e quei pochi sono vuoti e comunque funzionano al cambio ufficiale, quindi è necessario portare una scorta di dollari) ci frutta sul mercato nero 6.200 SOM, oltre il doppio rispetto al cambio governativo ufficiale. Nel tempo necessario per preparare un tè, ci troviamo quindi con il nostro bel mazzo da oltre 130 pezzi da 5.000 stretti da un doppio elastico in mano e cominciamo a familiarizzare con l’idea di girare con un rotolo di banconote in tasca, come da prassi locale.

TASHKENT: BOULEVARD, BAZAR E PARANOIA

Tashkent, la capitale dell’Uzbekistan, è una città moderna di impianto sovietico con grandi viali alberati affiancati da condomini di 5 o 6 piani con le pareti coperte di mosaici sbiaditi e piccoli balconi racchiusi tra fitte grate di ferro. Il centro economico politico e amministrativo ha una sua dimensione monumentale e un’apparenza moderna e pulita: una vetrina per il paese, che ama dipingersi come tranquillo ed in crescita grazie alla guida del grande leader che mantiene l’ordine e l’apparenza di una pace sociale ragionevolmente ambita dalla popolazione, considerando che sul confine sud si agita l’Afghanistan.

Tashkent è un luogo, per chi lo affronta con uno sguardo “europeo”, per nulla “esotico”: l’urbanistica imposta negli ultimi decenni è quella sovietica, con ampi viali sovradimensionati che tagliano la città fin nel cuore ed insediamenti residenziali posti a blocchi perpendicolari. Il traffico è relativamente scarso e ordinato, con rari sfoghi di clacson e un gran numero di semafori con il timer. E gli ampi boulevard, 2-3 corsie per senso di marcia, sono percorsi da automobili compatte simili tra di loro, tutte di marca Daewoo e Chevrolet: sono queste le uniche automobili accessibili per i locali, in quanto prodotte in Uzbekistan grazie a joint venture con il governo locale e quindi risparmiate da problemi valutari e dazi che limitano pesantemente le importazioni.

Cominciamo ad esplorare la città, fin dalla prima sera, provando ad utilizzare la metropolitana. E la metropolitana si rivela a suo modo un’esperienza che ci introduce ancora di più nel clima locale, in quell’atmosfera di paranoia e di tensione latente – quasi impercettibile, ma in fondo sempre presente – che caratterizza soprattutto la capitale. All’imboccatura delle scale, incontriamo la prima guarda che ci chiede di aprire lo zaino e finge di controllarlo. Acquistiamo il gettone da un’addetta, e ci avviciniamo ai tornelli, dove incontriamo altre due guardie con metal detector. Queste ultime, evidentemente annoiate e incuriosite dalla nostra presenza, danno un’occhiata allo zaino e controllano anche i passaporti: si divertono a leggere i nomi, e controllano scrupolosamente le tessere di registrazione compilate dall’ostello (ogni struttura alberghiera rilascia una sorta di “prova di passaggio” che va esibita ad ogni controllo, fino all’uscita del pase: se queste schedine mancano o sono incomplete, si risulta teoricamente illegali sul territorio e si possono avere problemi). Superiamo anche questo controllo, ed arriviamo quindi al binario: un binario quasi deserto, con pareti e soffitto monumentale (che è proibito per ragioni di sicurezza fotografare!), dove però incontriamo l’ennesimo soldato che passeggia avanti ed indietro con fare malinconico. Facendo due conti, ogni fermata è presidiata da almeno cinque poliziotti a cui si aggiungono, in media, due o tre altri inservienti impegnati nella biglietteria, nelle pulizie o nel controllo della scala mobile. La minaccia dell’instabilità e del terrorismo islamico, che qui ha colpito agli inizi degli anni 2000 con alcuni attentati di dubbia matrice cui il governo ha risposto con la dura repressione di ogni forma di dissenso, è d’altra parte il jolly che oggi giustifica ogni tirannia, ogni intrusione ed ogni assurdità, a partire dal mantenimento di un apparato burocratico e militare/poliziesco evidentemente sovradimensionato.

La destinazione del nostro primo viaggio in metropolitana è una zona non lontana dal bazar dove, dando ascolto alla mappa, sembrerebbero esserci una specie di “centro” con addirittura un parco e forse qualche locale: una zona centrale e viva in cui cominciare a fare pratica con il folklore locale, pensiamo noi. E invece no: usciti dalla stazione, ci troviamo sull’orlo di un gigantesco incrocio tra due grandi tangenziali che si infilano una sotto l’altra. Perché Tashkent è una città senza piazza: è una grande pista stradale, fatta perché la gente scorra veloce senza soffermarsi troppo e senza mai sentirsi a casa.



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