Uzbekistan, il fascino complesso dell’Oriente reale

Resoconto di dieci giorni di viaggio, muovendosi autonomamente tra Tashkent, Samarcanda, Bukhara e Khiva
 
Partenza il: 17/08/2016
Ritorno il: 27/08/2016
Viaggiatori: 2
Spesa: 2000 €

Ci sono luoghi che, in un certo senso, conosciamo già prima di raggiungere: luoghi immortalati e raccontati milioni di volte, in cui i viaggiatori fanno veloci sopralluoghi con la certezza che le aspettative non saranno deluse e che tutto sarà – come risaputo – “incredibile” e “straordinario”.

E poi ci sono le tante altre grandi macchie di colore sulla cartina, le grandi periferie del villaggio globale che per noi non hanno ancora un senso. Luoghi misteriosi, su cui nemmeno gli stereotipi gettano un po’ di luce: che facce hanno gli abitanti? Come sono fatte le strade, le case? Soprattutto: questi luoghi hanno delle storie da raccontare? E sono in grado di trasmettere qualcosa a noi, cacciatori dell’esotico con una dipendenza per le emozioni forti e chiare?

Mentre ammiriamo il Registan, la grande piazza monumentale di Samarcanda su cui si affacciano maestose le antiche moschee e le antiche madrasse fittamente decorate, si avvicina a noi Mourad, uno studente universitario del posto che sta per trasferirsi in Corea del Sud per terminare gli studi e che ama praticare l’inglese con i viaggiatori.

“Allora – ci chiede dopo i convenevoli iniziali, quasi con una certa ansia patriottica – Samarcanda è meglio o peggio di come ve la immaginavate?”

L’Uzbekistan ci ha molto colpito, Mourad, e la piazza è una delle più grandiose mai viste. Ma la verità è che non sappiamo rispondere, perché prima di arrivarci l’Uzbekistan non eravamo nemmeno in grado di immaginarcelo.

Certo, sapevamo che in Uzbekistan c’è Samarcanda, la celebre città sulla via della Seta che fu casa di Tamerlano e che incantò Marco Polo; ma Samarcanda è per noi un nome che, più che rimandare ad un luogo reale, evoca un mito fuori dallo spazio e dal tempo: come Atlantide, come Marte. Ed avevamo sfogliato la guida, ed avevamo intravisto qualche monumento, e avevamo raccolto qualche informazione qua e là giusto per capire come sopravvivere da soli e senza aiuto… Ma tutto il contesto, il dietro le quinte, la quotidianità, ed anche il passato oscuro eppure straordinariamente ricco, ci erano completamente ignoti.

Ed il bello del viaggio è stato proprio l’affacciarsi su tutto questo.

Dieci giorni, il tempo della nostra permanenza in Uzbekistan, sono giusto il necessario per percepire quanto questi luoghi apparentemente appena popolati siano in realtà carichi di una storia potente e di un groviglio di contraddizioni al di là della nostra comprensione.

Quello che segue vuole quindi essere un semplice racconto in cui le impressioni di viaggio si alternano ad alcuni consigli pratici, utili per orientarsi in un paese difficile ma, allo stesso tempo, inaspettatamente facile e tranquillo da visitare.

“BENVENUTI” IN UZBEKISTAN

Visto da fuori, l’Uzbekistan non è un paese così accogliente e rilassato da visitare. Ma non bisogna farsi spaventare.

Per prima cosa, è necessario richiedere con anticipo il visto all’ambasciata di Roma e la cosa non sembra essere proprio una formalità: l’Uzbekistan è un paese con cui la maggior parte degli stati non è fiera di avere relazioni, e è uno dei paesi in cui le violazioni dei diritti umani sono più profonde e diffuse. Per ottenere il visto turistico, ci siamo quindi rivolti alla filiale italiana di un’agenzia viaggi specializzata che – dopo alcune settimane – ci ha restituito i passaporti con appiccicato un grosso visto, su cui un funzionario aveva corretto a penna le date di ingresso e uscita.

Per il volo di andata da Mosca, tappa precedentemente del nostro viaggio, ci siamo invece “affidati” ad Uzbekistan Airways. Uzbekistan Airways, la compagnia di bandiera, ha una particolarità: non permette infatti ai residenti all’estero di acquistare autonomamente un biglietto online sul sito (e se ci si prova si riceve come risposta un minaccioso messaggio di errore in cirillico). Abbiamo però aggirato il problema acquistando il biglietto su LastMinute.com, e (dopo aver provato in ogni modo a contattare la compagnia per avere rassicurazioni, ma senza successo), ci siamo presentati al check-in dell’aeroporto di Mosca con la banale stampa della pagina di conferma di LastMinute.com in italiano. Anche in questo caso, tuttavia, tutto è comunque andato per il meglio.

Siamo atterrati nel pomeriggio all’aeroporto Internazionale di Tashkent, su un aereo carico di migranti Uzbeki che dalla Russia tornavano in patria. Gli emigranti, cittadini nati e cresciuti in Uzbekistan, sono guardati da queste parti con sospetto quando tornano “a casa”: si teme possano essere venuti in contatto con idee estremiste, o che possano essere foreign fighters o islamisti sotto mentite spoglie, o che siano contrabbandieri o – chissà – possibili agenti del cambiamento. Eppure, in un’economia chiusa e asfittica come questa, l’emigrazione è una valvola di sfogo preziosa che permette di mantenere un’apparenza di pace sociale e di far entrare capitali e merci altrimenti introvabili.

Scendiamo dall’aereo e saliamo sull’autobus che ci porta all’area arrivi ed al controllo passaporti. Veniamo quindi scaricati in una specie di corridoio affollato, chiuso sul fondo da quattro postazioni per i controlli di cui una per gli stranieri (che, da queste parti, significa soprattutto russi e cittadini delle altre repubbliche ex sovietiche). Fa un gran caldo: la gente si affolla, alcuni provano a superare la fila, altri si innervosiscono. Davanti, alcuni bambini corrono avanti e indietro con la massima spensieratezza, inseguendosi e schiamazzando. E la fila non si muove, ma si ingrossa sui lati mentre la tensione sale fomentata dal gran caldo e dal lungo viaggio. Poi qualcosa “finalmente” si muove. Alle spalle delle cabine dei gendarmi, bighellonano alcuni personaggi dal ruolo indefinito, l’aria tipica dei “faccendieri”. Ad un certo punto, uno di loro solleva un cartello con la bandiera americana stampata gridando qualcosa, ed una persona, uno yankee, risale come se nulla fosse una fila da un’ora abbondante di attesa e si posiziona in pole position per il controllo. Benvenuti nel paese dove tutto ha un prezzo!

Superato finalmente indenni il controllo passaporti, ritiriamo gli zaini che giacciono ormai soli sull’unico nastro trasportatore ormai fermo. Ma non è ancora finita: è infatti necessario passare dalla dogana. Il “niente da dichiarare” qui non è contemplato, ed il motivo è presto chiaro: sul nastro dei raggi X notiamo infatti una lunga serie di scatole di cartone, pacchi di tela e scotch, addirittura copertoni per auto ed altre merci in imballaggi di fortuna che sono state importate dai passeggeri. Tutto viene controllato e verificato, gli scatoloni sigillati aperti, e l’elenco di quanto “importato” – valuta compresa, e la gente prima di noi conta anche le monete – viene dettagliato in duplice copia su un modulo apposito, che anche noi compiliamo, che viene poi analizzato e timbrato da un funzionario.



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