Utile e dilettevole vacanza lavoro nel cuore della Tanzania

Ci hanno invitato ad andare ad installare dei pannelli fotovoltaici sul tetto dell'ospedale di Kwediboma in Tanzania, dopo il lavoro abbiamo visitato i parchi Ngorongoro e Serengeti. Esperienza interessantissima
 
Partenza il: 01/02/2019
Ritorno il: 23/02/2019
Viaggiatori: 2
Spesa: 2000 €

ESPERIENZA DI VACANZA LAVORO a KWEDIBOMA

TANZANIA febbraio 2019

Ho conosciuto Giovanni Cecchini e sua moglie Daniela nel 1981 in occasione della mia prima vacanza lavoro, in Uganda, in seguito allorché Giovanni si trasferì a Sant’Arcangelo di Romagna fu il pediatra dei miei figli. I Cecchini hanno passato parecchi anni in Africa, li seguii 4 volte in Etiopia. Quando qualche mese fa Giovanni mi chiese se fossi disponibile ad andare a montare dei pannelli fotovoltaici sul tetto dell’ospedale di Kwediboma in Tanzania, la risposta affermativa era pronta ancor prima che finisse di formulare la domanda. In questo ospedale succede che l’energia elettrica erogata dalla compagnia statale, spesso manchi, quindi mentre si stanno eseguendo delle ecografie o radiografie il lavoro viene interrotto improvvisamente. Questa situazione ha fatto nascere l’esigenza di installare dei pannelli fotovoltaici, che generino corrente da immagazzinare in batterie, per garantire continuità d’uso alle apparecchiature cliniche. La Organizzazione svizzera Kammea ha offerto l’impianto. Ho trovato un compagno di missione in Giuseppe e insieme ci siamo recati a Bologna presso il fornitore dell’impianto per farci spiegare l’installazione. Nessuno di noi è competente in materia, quindi prima di partire abbiamo consultato anche altri installatori di questo tipo di impianti. Abbiamo preso appunti, foto e mentre Mario il fornitore ci istruiva ho ripreso la lezione con telecamera. Ci siamo attrezzati, ed ora siamo in viaggio con la speranza di non deludere chi ha riposto fiducia in noi e nelle nostre capacità.

Nel 1956 giunsero a Kwediboma un gruppo di suore Rosminiane italiane ed irlandesi, aprirono un piccolo dispensario con 6 posti letto, adibito alla cura prenatale delle donne, in seguito fu ampliato e nel 1993 il governo tanzaniano contribuì ad elevarlo a “centro di salute completo”. Oggi la struttura si compone di vari reparti: Pediatria, Ostetricia, Chirurgia, Vaccinazioni, Centro trasfusionale, Prevenzione della malaria, Test HIV. Dispone di una settantina di posti letto. A breve verrà attivata la Radiologia. Vi è un progetto per l’ampliamento con la costruzione di nuovi padiglioni.

Venerdì 1 e Sabato 2 febbraio 2019

Volo Ethiopian via Addis Abeba su Dar Es Salam. Non ci siamo premuniti del visto dato che pagando 50 US$ si può ottenere all’arrivo all’aeroporto di Dar Es Salam. Male! Molto male! Impieghiamo 2 ore per ottenere questo benedetto visto, passiamo da una postazione della polizia doganale ad un’altra (4 in tutto!!!). Giuseppe vorrebbe capire, avrebbe mille consigli da dare per ovviare a questa incredibile sequela di passaggi, lo convinco alla fine che in Africa non c’è nulla da capire o da spiegare. All’uscita troviamo un ragazzo con un cartello col mio nome, è Egidio, l’autista della “Consolata Missionaries Procura” è venuto a prenderci in aeroporto. Preleviamo al Bancomat 400000 scellini = a € 155. Ci conducono alla Procure dove ci accoglie Father Tesha, il Padre che dirige questo centro e che si occupa della soluzione di tutte le procedure o problemi dei Missionari della Consolata in Tanzania. Ci mostra le camere dove alloggeremo la prossima notte. Siccome domani dovremo ripartire di buon’ora decidiamo di uscire e fare una passeggiata. Fa caldo e umidità ragguardevole. Camminiamo per un paio di km, raggiungiamo il mare, troviamo una bella spiaggia contornata da piante, all’ombra delle quali ci sono dei tavoli dove la gente beve, i giovani fanno il bagno nella caldissima acqua dell’Oceano Indiano. Ci togliamo le scarpe e passeggiamo con i piedi nell’acqua, alcuni ragazzi dei bar vengono ad offrirci dei cocco, (quelli interi da bere e mangiare la polpa col cucchiaio) ma li tengono al sole, saranno bollenti. Rientriamo. Come succede sempre nelle zone prossime all’Equatore, poco dopo le 19 arriva velocemente il buio. Ceniamo con F. Tesha ed un altro ragazzo, ottima cenetta. Nel giardino c’è un grazioso gazebo di piante, si starebbe divinamente con la brezza della sera, ma arrivano subito nugoli di zanzare. Non ci rimane che ritirarci nelle nostre stanze. Confortevolissima doccia. In camera ci sono zanzariere e ventola a pale sul soffitto.

Domenica 3-2-2019

Sveglia alle 5, ci accompagnano nell’incasinatissima stazione dei bus, prendiamo quello per Handeni, costo 10000 shellini a testa (=4 €). Prima della partenza innumerevoli venditori salgono sul bus per offrire: bottigliette d’acqua, banane, pannocchie bollite, giornali, biscotti ed altro. Alle 6 si parte, il bus è confortevole, pieno di tanzaniani, le donne indossano abiti sgargianti, molto belli. Gli odori africani ci avvolgono, non mi stanco di mirare il caldo colore della bellissima terra rossa. Peccato che durante l’intero percorso, ci torturino le orecchie con video musicali trasmessi sui monitor a volume elevatissimo. Ci dirigiamo verso nord, attraversando una zona verde, piccoli villaggi di casette di fango e tetti in lamiera, fino a Korogwe, poi verso sud ovest fino a Handeni dove giungiamo verso le 12. Ci sono ad attenderci Giovanni Cecchini con sister Zenobìa e l’autista. Prendiamo la strada sterrata verso ovest e percorriamo i 50 km che ci portano a Kwediboma, la cittadina dove ha sede l’ospedale.

Un bel recinto di muro e ferramenta contorna la struttura, i padiglioni moderni sono dipinti di verde e beige, il padiglione della maternità più vecchio è in mattoni, ma sarà presto ricostruito ed ampliato. Raggiungiamo la casa degli ospiti. La casa è molto accogliente, una cucina, una sala da pranzo e soggiorno, 6 camere da letto doppie o con letti a castello. Tutti gli ospiti sono a tavola, ci uniamo a loro: Giovanni e Daniela, la famiglia inglese del dottor Paddy O’Neal e sua moglie Jan (avevamo conosciuto i genitori di Paddy anni fa), ci sono anche Tiziana di Torino, Anya, Fabio e Mathias di Bolzano, questi ultimi 4 fanno parte di una Onlus chiamata “Asante” che in swahili significa “grazie”. Questa organizzazione ha offerto una consistente donazione per il reparto di radiologia, inoltre stanno finanziando un piccolo Helt center (ambulatorio) presso un villaggio masai. Mathias è un ragazzone altoatesino, grande lavoratore, si è messo in una grande impresa, costruire una grotta di Lourdes con pietre a secco, sta preparando le sagome in legno per creare la volta e la cupola sul fondo. Fortunatamente Giovanni lo ha attivato per montare una grande e solida impalcatura, usando le tavole in legno disponibili. Senza questa struttura non saremmo in grado di montare i pannelli sul tetto. Pranziamo con tutti gli altri ospiti. Nel pomeriggio cominciamo a prendere visione del lavoro che ci attende, con qualche difficoltà reperiamo tutto il materiale ed attrezzature, fortunatamente sembra ci sia tutto. Mathias ci sconsiglia di montare i pannelli come da progetto su 5 colonne da 3 pannelli sovrapposti ciascuna, in quanto la copertura del tetto in lamiera ondulata poggia su delle piccole travi in legno che al calpestio potrebbero cedere. Questo eventuale cambio di strategia ci pone qualche imprevisto. Cena tutti insieme alle 19,30. Anya e Fabio ieri sera erano andati nel villaggio poco distante dall’ospedale, nel localino “Amarula” gestito da Giacomo un ragazzo masai che parla molto bene italiano, (ma il suo vero nome è Jacob). Ci dicono che il swahili sia simile all’italiano come impostazione, quindi per loro è facile impararlo, quando vanno a lavorare a Zanzibar incontrano molti italiani ed imparano la lingua italiana. Questo Amarula è una grande stanzona adibita a pub, ci sono molti giovani, musica sparata a mille decibel, si beve birra fresca, qualcuno balla. C’è un piccolo palco, si esibiscono prima 2 ragazzi in un ballo semiacrobatico, poi 2 ragazze ballano mostrando solo il sedere al pubblico e lo dimenano spasmodicamente, anche chinandosi in avanti, infine un ragazzo canta e recita qualcosa di triste.



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