Una Pasqua dietro casa

Tre giorni all'insegna di cultura, mare, cucina, natura e tanto vento...
 
Partenza il: 06/04/2012
Ritorno il: 09/04/2012
Viaggiatori: 2
Spesa: 500 €

Il giorno dopo, sabato, siamo svegliati dalla pioggia, nonostante abbia messo la sveglia alle 7 per vedere i delfini che stamattina non arrivano nella baia della Rena bianca, ci alziamo per metterci in cammino verso Castelsardo che dista circa 70 km da S. Teresa. Ma fatta una bella chiacchierata con i padroni di casa, il sole illumina la baia… accompagnato da un bel vento di maestrale. Io e mio marito ci dirigiamo verso la macchina vicino alla Torre spagnola da dove si gode un panorama da mozzare il fiato sulle bocche di Bonifacio (dal porto di S. Teresa è possibile raggiungere la Corsica con un’ora di traghetto)… col mare che si agita sempre più. Prima di mezzogiorno arriviamo a Castelsardo, perché lungo la strada ci siamo fermati a curiosare nelle varie spiagge che si incontrano per la via (ma ahimè si vedono anche tanti cagnolini randagi che a volte attraversano la strada incuranti delle macchine): una delle più belle è quella chiamata Rena Majore e quella subito vicina di Rena di Matteu con lunghe spiagge di sabbia bianca e dune e una profumata pineta che d’estate deve offrire un bel riparo dal caldo.

Castelsardo è un antico e misterioso paesino arroccato su una roccia a picco sul mare e ci accoglie con un bel solicello appena sferzato dal vento. Visitiamo la roccaforte (2 euro a persona), che dà il nome al paese, voluta dalla famiglia genovese dei Doria nel 1102, passata agli Aragona, poi ancora ai Savoia e infine ai sardi. La visita è libera e si può scegliere di vedere l’interessante video che mostra le bellezze del territorio, oppure visitare il Museo dell’intreccio o passare al piano superiore alla terrazza d’avvistamento. Partiamo dalla terrazza dove c’era il camminamento le ronde e il bastione per i cannoni, ma dove oggi si gode di un panorama bellissimo che abbraccia tutto il litorale fino al golfo dell’Asinara. Ridiscesi all’interno visitiamo, quindi, l’interessante museo allestito in onore dell’antica arte dell’intreccio, già nota in epoca nuragica, che ha reso e rende il paese un centro rinomato per i suoi cesti dalle diverse fogge e per gli usi più svariati con differenti materiali quali il giunco, la palma nana, il salice, il mirto e la canna… i più belli sono quelli con decori floreali, quelli per la funzione religiosa o magica, e quelli per fare il pane. Affascinati dalla maestria degli antichi va da sé che quando, subito fuori sulla strada verso la cattedrale, incrociamo la solare signora Giuseppina che ci dà prova dell’arte, e ce ne andiamo sottobraccio con una delle sue opere in rafia colorata adatta per ‘girare’ gli gnocchetti sardi o anche i più nostrali gnocchi di patate.

Tra vicoli e vicoletti intricati si scende verso la cattedrale di S. Antonio a picco sul mare. L’edificio, con facciata spoglia, risalente al ‘500 ma con rimaneggiamenti successivi, è un luogo strano: entrando si ha una strana sensazione di pace, ma nello stesso tempo si sente il rumore del mare che è proprio dietro l’antico ingresso della chiesa di legno, stupendamente intarsiato, e si ha nello stesso istante una sensazione quasi di inquietudine. Si dice poi che in questo luogo si possano trovare anche segni dell’alchimia di cui erano esperti i Templari come i fiori (dei boccioli di Rosa di Gerico) che tiene tra le mani la Madonna, opera del Maestro di Castelsardo, sull’altare maggiore o nel disegno che si trova su una lastra tombale in sagrestia del drago che si morde la coda simbolo dell’eterno ritorno. Il campanile poi è davvero pittoresco perché, staccato dalla chiesa, era in origine il faro riadattato alla nuova funzione con l’aggiunta di una cupola in maiolica colorata. Attiguo vi è anche una delle 3 sedi del Museo Diocesano o Ampuriense (le altre due sono nell’ex Seminario e nell’ex Episcopio) che conserva oggetti d’arte sacra molto interessanti che però, ahimè, apre solo nei mesi estivi.

Dopo questa bella visita subito fuori il paese sulla statale 134 verso Sedini, sostiamo a vedere la curiosa Roccia dell’Elefante risalente al periodo neolitico, al cui interno furono scavate due tombe, o secondo la credenza locale due domus de janas cioè le case di figure fantastiche, e dove su una parete è possibile vedere l’incisione di due corna taurine. Giunti all’ora di pranzo, ci incamminiamo verso l’agriturismo consigliato da Marcello ad Aggius, nell’entroterra. Il paese è famoso e rinomato per tante cose tra cui i suoi tappeti, a cui viene dedicata in estate anche una festa, il sughero, il noto Coro di musica sarda, addirittura riconosciuto patrimonio dell’umanità dall’Unesco e apprezzato da Gabriele D’Annunzio, e poi, per le celebrazioni della Settimana Santa che ci dicono essere suggestive soprattutto il Venerdì santo, e che quindi abbiamo perso. Ci sono anche due musei interessanti: l’Etnografico, dedicato alla vita quotidiana sarda e alla tradizione locale e il secondo dedicato al banditismo. E per arrivare in questo luogo si attraversa la Valle della Luna, un paesaggio (che mozza il fiato) che arriva fino alla costa: colline di granito dalle forme più varie (io ne fotografo una che mi ricorda Gollum del Signore degli anelli e penso che questo che ho intorno è davvero un ‘tesssoro’), boschi secolari, pascoli infiniti che sembra di stare in Svizzera, colori forti accessi di tutte le tonalità del verde, e poi le ginestre e le mimose e cespugli di mirto e rosmarino, con la strada che lunga si mostra davanti a noi quasi come un serpente liscio. Mio marito mi informa che qui sono stati girati anche parecchi film all’epoca d’oro degli Spaghetti-western di casa nostra. Quando arriviamo al Muto di Gallura sono quasi stordita dalla pace e dalla tranquillità del luogo, ma ancora non so cosa mi aspetta! L’azienda, che vanta anche di essere un presidio SlowFood, ricorda nel nome uno dei più rinomati e feroci banditi della zona vissuto a metà ‘800 (non a caso c’è anche il museo in paese); è immensa, circa 400 ettari di terreno, e comprende anche un maneggio, una fattoria, una piscina, una riserva di caccia e il B&B in casette sparse sulla proprietà o all’interno dello stazzo tipico sardo dove c’è anche il ristorante, in stile country-chic, e dove la signora Francesca ci accoglie con un bellissimo e sincero sorriso e ci fa accomodare al nostro posto iniziando le danze di un pranzo che ricorderemo per sempre. Nonostante siamo in due, Francesca ci riempie con porzioni da famiglia e ci sottolinea che tutto quello che avremmo mangiato era frutto del lavoro della loro terra, dalla carne alle verdure sempre di stagione, ai formaggi, ai salumi, alla pasta e al pane tutto biologico e fatto da loro… e allora ci lasciamo guidare dai nostri sensi e ci abbandoniamo agli antipasti con salumi di cinghiale e maiale e sottoli alla maniera sarda, per passare ai primi con zuppa gallurese questa volta accompagnata da sugo di vitello, ravioli di ricotta al limone, gnocchetti sardi, poi per secondo braciola e salsiccia di maiale tenerissima, cinghiale in agrodolce e vitello in salsa, patate al forno e insalata di campo, il tutto innaffiato da vino rosso e bianco leggermente fruttato e per finire un’infinità di dolcetti sardi (prezzo 60 euro in due). Francesca ci regala una copia del libro scritto dal capostipite della famiglia che racconta la storia del luogo e del bandito a cui deve il nome e che include anche delle belle poesie in lingua gallurese (chiaramente c’è la traduzione in italiano se no non potevo dire che erano belle). Ci alziamo da tavola rotolando e dicendo già che la sera non avremmo mangiato. Al tavolo vicino c’è un’allegra famiglia di Modena che ci illustra la bellezza delle pietre rosse della Costa Paradiso (dove i cinghiali arrivano sulla veranda e si fanno toccare tranquilli) e di Isola Rossa e quindi, visto che sono sulla strada del ritorno decidiamo di fermarci lì. Sinceramente questi sono due posti che mi hanno lasciato un po’ perplessa… La Sardegna è magnifica da nord a sud per la forza della Natura sia di terra che di mare, ma vedere che l’uomo se ne è approfittato e ha costruito su ogni punzone disponibile, sulle rocce battute dal vento solo e soltato per ricavarne case da vacanze, bhè mi lascia pensare a quanto l’uomo sia egoista e aspiri ad avere un ‘posto in Paradiso’ senza rispetto per l’ambiente e penso ai poveri cinghiali costretti ad adattarsi anche alle verande di lusso! Tralascio la descrizione di questi due posti (ma anche di altri lungo la costa sarda) perché non vedo l’utilità di promuovere, e neanche il senso, un posto in cui è rimasto poco di naturale. Come annunciato la sera ‘a letto senza cena’… e come potevamo del resto?



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