Un mondo ritrovato

“Is Iraq another Vietnam?” Titolano i giornali di tutto il mondo dopo le sconvolgenti rivelazioni fatte da alcuni marines pentiti riguardo a presunti stupri collettivi a danno di giovani donne iraqene e ad uccisioni gratuite perpetrate tra la popolazione civile. Ancora una volta la storia non ha insegnato niente! Si aspettano nuove...
Scritto da: francesca83
un mondo ritrovato
Partenza il: 30/09/2006
Ritorno il: 14/10/2006
Viaggiatori: fino a 6
Spesa: 2000 €

CHU CHI Non molto distante dall’oasi di “pace religiosa” del tempio di Cao Dai si trova la zona dei cunicoli di Cu Chi, il luogo dove ci furono gli scontri più sanguinosi della guerra. In superficie sventolava la bandiera americana, ma sottoterra quella dell’esercito del Vietnam del Nord. Oggi è senza dubbio la più grande attrazione turistica del Vietnam. All’ingresso un plastico in sezione della rete delle gallerie e un filmato sono esaustivi della vita che si conduceva in queste vere e proprie città sotterranee e della guerra che si combatteva per queste vie inumate. Nei cunicoli di Cu Chi si nasceva, si dormiva si mangiava… Si combatteva, ci si muoveva a carponi, al buio, nel caso d’inalazione di gas da parte del nemico ci si tuffava alla cieca in dei pozzi e si riemergeva in un canale. Oppure si poteva restare nascosti per ore respirando attraverso una cannuccia. Non vedo l’ora di vedere questi reticoli di 200 km di gallerie su tre piani, grandi abbastanza solo per i magri e piccoli vietnamiti, di cui gli americani, inizialmente, sospettavano soltanto qualcosa, ma non sapevano nulla. E una volta scoperti arrivavano agli imbocchi, ma non riuscirono ad entrarci. Noi scendiamo e percorriamo una piccola sezione di questi cunicoli, appositamente allargata per ospitare il corpo di un occidentali, in maniera che ci si possa rendere conto dello spazio e del buio in cui i Vietcong dovevano vivere e spostarsi, da un posto all’altro, senza farsi vedere dagli americani. Avverto fatica e una certa umidità claustrofoba, ma sono alla fine del breve tragitto di 50 metri. Immagino la nostra guida mentre percorreva in fretta le buie e strette gallerie con zaino e fucile in spalla. All’uscita dei cunicoli, in un negozio che pare essere messo li apposta, consumo un bicchiere di liquore di serpente per riprendermi dal senso di nausea procuratomi nella galleria. Guardo con commiserazione un gruppo di giapponesi interessati all’acquisto di accendini, del modello a zippo, che la venditrice assicura appartenuti ai soldati americani… non sanno cosa gli aspetta. Io e Cris, invece, compriamo un paio di sandali, fatti con un pneumatico di gomma, gli stessi che portavano i vietcong e ancora oggi usano i reduci.

Cu Chi è il luogo più rappresentativo della guerra, qui si sono svolti durissimi combattimenti, qui gli americani hanno avuto paura, qui gli americani hanno perso la guerra. Ora, soltanto ora, mi rendo conto di essere un testimone oculare della guerra del Vietnam.

2 ottobre 2005 Ho Chi Minh – My Tho 70 km My Tho – An Binh Island 100 km (navigazione) 3 ottobre 2005 An Binh Islanda – Chau Doc 120 km (navigazione) 4 ottobre 2005 Chau Doc DELTA DEL MEKONG Sono appena settanta i chilometri di strada che separano Ho Chi Minh da Mytho sufficienti a capire che l’agricoltura del Vietnam si basa essenzialmente sul riso. Vediamo campi sterminati di riso punteggiati da mille colori. Sono quelli dei vestiti delle donne impegnate nella raccolta, tutte rigorosamente con in testa il caratteristico cappello a cono.

Ormai nei pressi dell’imbarcadero, lungo la strada, vediamo un gruppo di biciclette venirci incontro che ci impediscono di proseguire, pare il gruppo di una corsa ciclistica del giro d’Italia, in realtà si tratta di alunni che escono da scuola. I ragazzi portano lunghi pantaloni neri e una camicia bianca, alcuni la giacca; le ragazze sono vestite con l’ao dai, l’abito tradizionale vietnamita, a vederle passare sembrano tante libellule con i loro l’ao dai svolazzanti.

Finalmente c’imbarchiamo. Da Mytho risaliremo il fiume Mekong fino a Siem Reap in Cambogia! Sono sul tetto dell’imbarcazione e vedo passarmi sulla testa gli aerei dell’aviazione americana impegnati a lanciare una miriade di bombe: ecco come doveva essere il teatro di guerra del delta. Anche qui sul Mekong tutto riconduce alla guerra, ma oggi questo stesso luogo fa’ parlare di sé per via dell’influenza aviaria, che in questi ultimi tempi tiene il mondo intero con il fiato sospeso. La diffusione del focolaio è partito da un angolo remoto del delta mietendo già 70 vittime. Nella regione del Vietnam del Sud vi sono centinaia di milioni di polli, anatre e oche che s’aggirano liberamente nelle campagne e nei villaggi per cui il contagio è quasi scontato. Il virus poi fa’ particolarmente paura da quando si è incominciato a sospettare che può trasmettersi da uomo a uomo e non solo contraendolo stando in contatto con pollame malato. La catastrofica parola pandemia è sulla bocca di tutti. Il ministero degli esteri sconsiglia un viaggio in quest’area del pianeta, invece, come il solito, da quel fatalista che sono, mi ritrovo proprio nel cuore della zona del contagio. Mentre il nostro barcone, molto stretto e basso, percorre lentamente un braccio di fiume del delta, io sto seduto a prua con una mano immersa nell’acqua, intento ad osservare tutto molto attentamente. Grosse barche con grandi occhi dipinti sulla prua ci superano ora alla nostra destra ora da sinistra, in questo frenetico via vai i sampang sembrano impiegarci un’eternità per spostarsi da una sponda all’altra. Lungo il fiume ci sono case e mercati, case e mercati galleggianti, catapecchie e catapecchie galleggianti, fabbriche, strade, insomma la vita scorre frenetica. Per raggiungere un’antica casa coloniale francese, che conserva intatta tutta la passata eleganza, e visitare l’attiguo giardino di bonsai ci trasferiamo su un sampang e così a pelo d’acqua cogliamo ancor di più il normale fluire dell’esistenza accompagnati dal lento movimento dei remi.

Il delta ci riserva un tramonto costituito da una luce irreale, unica a metà tra il rosso e il marrone. Partecipiamo a questa particolare atmosfera dal balcone del nostro albergo: una palafitta! Ceniamo e dormiamo su una palafitta nel bel mezzo del delta su chissà quale innominabile isola. I nostri letti sono delle brande appartenute all’esercito americano. Prima di prendere sonno stiamo distesi sui letti ognuno con i suoi pensieri e per quanto mi riguarda ascolto la pioggia che cadrà per tutta la notte imperterrita quasi a voler scalfire il tetto di assi di legno. All’alba la luce di un terso sole spazza via la paura dell’abbondante pioggia notturna. Partiti, dopo poco meno di un chilometro, il Mekong appare diverso da quello del giorno prima. L’acqua del fiume scorre più torbida, la corrente forma piccoli vortici e mulinelli d’acqua, qua e là, trascinando foglie e rami di alberi. Ci accorgiamo che qualcosa non va per il verso giusto, ma soltanto al confine con la Cambogia capiremo che cosa: il Mekong è straripato. Lungo il percorso facciamo tappa al mercato del pesce di Vingh Longh. Il luogo dove si svolge è coperto da un tetto di lamiere. Le venditrici tutte donne vendono pesci lucidissimi, pesano la mercanzia ancora con bilance a peso. Camminiamo su un sottile strato di melma nera e puzzolente. Il mercato è concitato, ma non frenetico. Dall’altro lato della strada c’è un piccolo mercato del pollame. Va bene il fatalismo, ma questa volta non ci addentriamo. Quando arriviamo a Chau Doc ci precipitiamo al porto per affittare un imbarcazione e andare a vedere il caratteristico mercato galleggiante. Sarà una piccola delusione. Si tratta in realtà di un mercato all’ingrosso per cui non troviamo quell’atmosfera tipica che, per esempio, abbiamo avvertito a Vingh Longh. Delle grosse imbarcazioni stanno ancorate proprio nel centro del fiume e altre più piccole vi s’accostato per comprare. Per capire quale prodotto smerciano, a poppa o a prua, una fune tiene appesa una rete contenente il prodotto che si vende: banane, meloni, pantaloni, ecc., ecc. Troviamo più interessante il particolarissimo villaggio mussulmano di Cham dove si possono vedere delle donne vestite rigorosamente in nero, con il velo e il cappello a cono. Una visione inconsueta e anche un po’ ridicola. Infine, ospiti in una casa galleggiante, ci offrono del pesce alzando semplicemente una botola dal pavimento di legno. Quando si dice pesce fresco! Ormai è il tramonto quando andiamo a ritirare i biglietti dell’aereo per il nord del paese, ci porterà a Hanoi. Ha inizio un altro viaggio.



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