Un giro a Bologna

Una giornata nel capoluogo dell'Emilia-Romagna tra poeti, mummie e cantautori
 
Partenza il: 13/01/2017
Ritorno il: 13/01/2017
Viaggiatori: 1
Spesa: 500 €

Bologna la dotta, la grassa, la rossa: in questa mattina d’inverno Bologna mi accoglie nel suo ventre gelido e nebbioso; tuttavia sento un tepore particolare nell’aria, sarà la voce sanguigna di Guccini che proviene dalle mie cuffie, o forse solo la scia di ricordi, a cominciare da quelle degli anni del liceo. Il capoluogo dell’Emilia-Romagna in effetti, per noi ravennati era classica meta della “sboccia”, come si dice dalle nostre parti; si saltava la scuola e si prendeva il treno. In un’ora di viaggio, ci si trovava precipitati in tutt’altro mondo, una città con la C maiuscola, seppur con lo stile verace di un villaggio. Distesa ad anello sotto ai colli che proprio in quegli anni ispiravano il Jack Frusciante di Brizzi e la Vespa 50 Special dei Lùnapop, Bologna accoglieva noi studentelli svogliati con le sue atmosfere dinamiche, colte e progressiste; punteggiata di librerie, biblioteche e taverne, ci offriva riparo dagli inverni freddi sotto ai suoi lunghi portici. Infine c’era anche l’ottima cucina, casereccia e accogliente quanto una mamma emiliana. Il must era la gita del sabato per il Mercato della Montagnola, ospitato nel parco omonimo e con una lunga tradizione alle sue spalle. Vi si possono trovare ancora oggi, oltre ai soliti prodotti dei mercati tradizionali, anche abiti vintage d’occasione, incensi e altre mercanzie di sapore bohémien (compreso l’aroma di cannabis nell’aria).

Mentre cammino dalla stazione lungo via Marconi per raggiungere Palazzo Albergati (ci vuole circa una mezz’oretta a piedi), dove mi aspetta una mostra interessante, mi guardo intorno: vedo tanti completi, giacca e cravatta con 24 ore d’ordinanza. Nonostante la tradizione rossa della città, fatta di infiammate discussioni nelle osterie sulle note dei cantautori, la Bologna di oggi mi svela un volto ricco, da yuppie in carriera; gli affitti della città sono alle stelle e molte delle vetrine del centro sfoggiano marchi di lusso. Allo stesso tempo l’aspetto multirazziale sta prendendo piede e lungo la via incrocio parecchi visi che evidentemente vengono da lontano.

Oltre alla facciata moderna e multietnica, c’è anche quella storica; ovunque il passato occhieggia a ricordare il tempo che fu. Lungo il tragitto infatti mi coglie una visione emozionante, quando vedo la Basilica di San Francesco, che d’improvviso apre un sipario sulla Bologna medievale. A colpire subito l’occhio sono le bizzarre architetture gotiche del giardino, simili a minuscole casette dal tetto verde e appuntito, come quelle delle fiabe. Si tratta, in realtà, delle tombe dei glossatori, i venerabili commentatori delle opere dei giuristi medievali. Sono legate all’epoca gloriosa della fondazione dell’Università di Bologna, la prima del mondo occidentale; fu fondata nel XII secolo quando attorno al maestro Irnerio iniziarono a radunarsi spontaneamente alcuni studenti per approfondire il diritto romano. L’Alma Mater Studiorum continua tutt’ora la sua lunga tradizione, che può vantare tra gli allievi nomi del calibro di Albrecht Dürer e Pico della Mirandola e tra gli insegnanti il premio Nobel per la Letteratura Giosuè Carducci.

La collezione Gelman

Dopo un giretto dentro la maestosa basilica che fu un prestigioso centro di studi teologici, raggiungo finalmente Palazzo Albergati, dove mi accoglie, all’ingresso, una bellissima fotografia di Frida Kahlo. La mostra “La Collezione Gelman: Arte Messicana del XX secolo”, organizzata da Arthemisia nello storico palazzo bolognese, mi catapulta nel mondo della pittrice messicana, tra l’intensità dei suoi colori e l’audacia travolgente dei soggetti, legati alla sfera più intima e personale dell’artista. I quadri, che comprendono anche opere di altri pittori messicani, come David Alfaro Siqueiros e Diego Rivera, appartengono alla collezione dei Gelman, una coppia facoltosa originaria dell’Europa dell’est, che aveva un gusto eccellente per l’arte.

In centro, tra Medioevo e Modernità

Uscita dal palazzo, un paio d’ore più tardi, svolto a destra e da via Saragozza imbocco via Collegio di Spagna, quindi via D’Azeglio. In dieci minuti ho raggiunto il cuore del centro storico, Piazza Maggiore. Nata intorno al 200’, è dominata dalla Basilica di San Petronio con la sua strana facciata, un pastiche architettonico rimasto incompiuto, per metà laterizio e per metà marmo su cui spicca la Porta Magna, realizzata da Jacopo della Quercia. Dedicata al santo patrono della città, è la sesta chiesa più grande del mondo coi suoi 132 metri di lunghezza e 45 di altezza.Un giro a Bologna non può dirsi tale senza una tappa sotto alle due torri, che segnano lo skyline cittadino fin dal XII secolo. La torre della Garisenda di dantesca memoria e quella degli Asinelli, la più alta, sono l’ennesimo retaggio della Bologna medievale, quando tutta la città era protesa verso il cielo con un centinaio di edifici simili a questi.Un salto alla Salaborsa di Palazzo D’Accursio, la biblioteca civica multimediale, per godermi il Wi-Fi gratis e l’ambiente favoloso, poi mi precipito in via dell’Archiginnasio. Qui si trovava l’antica sede dello Studium bolognese, a partire dal 500’ e per i tre secoli successivi; sui muri dell’Archiginnasio gli studenti, provenienti da paesi lontani e vicini, lasciarono i loro stemmi e le loro iscrizioni, creando il più vasto complesso araldico del mondo.

Tortellini e Poesia

Un languorino mi suggerisce che è ora di pranzo e a Bologna, tra bar, ristoranti e osterie c’è una vasta scelta, per tutte le tasche. La città, non per niente definita “la grassa”, è una vera mecca per gli appassionati di gastronomia, con piatti tradizionali e caserecci derivati dalla tradizione contadina. Io so già qual’è la mia meta. Attraverso la centrale Galleria Cavour, uno spazio iper-chic pieno di negozi decisamente fuori dalla mia portata, per sbucare in via De’ Poeti; mi rifugerò al calduccio in una cantina dalle volte di pietra, un luogo che mantiene l’atmosfera di una volta. L’Osteria De’ Poeti si trova in un palazzo Senatorio edificato nel 400’, dove, un paio di secoli più tardi, nacque la prima mescita di vino “ L’Husteri dri dal Ren” (l’Osteria dietro al fiume Reno). Frequentata da orde di intellettuali assetati e ciarlieri, intorno al 900’ raggiunse il suo apice di celebrità con Giosuè Carducci e Giovanni Pascoli. Io ordino un succulento piatto di tortelli burro e salvia, mentre rifletto sulla questione di cosa comparisse sulle tavole di quei grandi uomini. Certamente carnivori e non vegetariani come me, si saranno pappati un’altro dei piatti tradizionali della zona, il comfort food invernale per eccellenza: i tortellini in brodo, la famosa pasta all’uovo ripiena di carne.



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