TURKISH MYSTIC MUSIC and DANCE

E’ venerdì sera quando Marco ed io arriviamo alla stazione di Sirkeci per lo spettacolo di danza dei Dervisci, siamo in anticipo di mezz’ora ma quando raggiungiamo, sulla piattaforma della stazione, la stanza in cui sarà rappresentata la danza, troviamo quasi tutti i posti a sedere occupati. Entriamo in un ampio salone dalle pareti color...
Viaggiatori: in coppia

E’ venerdì sera quando Marco ed io arriviamo alla stazione di Sirkeci per lo spettacolo di danza dei Dervisci, siamo in anticipo di mezz’ora ma quando raggiungiamo, sulla piattaforma della stazione, la stanza in cui sarà rappresentata la danza, troviamo quasi tutti i posti a sedere occupati.

Entriamo in un ampio salone dalle pareti color crema, all’ingresso un uomo ci dà un opuscolo sullo spettacolo e con la mano ci fa cenno di andare a prendere posto. Le sedie sono disposte a mezza luna su tre file, prendiamo posto nella terza e, osservando l’uomo che è seduto di fronte a me, intuisco che dovrò tirare un po’ il collo per assistere allo spettacolo. Marco mi si siede accanto ma si alza quasi subito per cercare una posizione migliore da dove scattare qualche foto. Leggo che è consentito fotografare, ma è vietato usare il flash.

Alle 19: 30 il salone si è ormai riempito, alcune persone non hanno trovato posto a sedere e rimangono in piedi dietro di noi, l’attesa fa crescere il brusio e distintamente si sentono lingue diverse, parole intuibili che s’intrecciano l’una con l’altra a formare un discorso senza senso.

Dal fondo della sala, sulla destra, da dentro una stanzetta escono i primi dervisci. L’attesa, tenuta in vita dal brusio, finisce quando anche il silenzio prende posto assieme ai musicisti, seduti l’uno accanto all’altro sul fondo della stanza.

Prima della danza mistica assistiamo al concerto di Musica Sufi. Non ho tenuto a mente la melodia che ho ascoltato, ricordo il suono del flauto e dei tamburi e la voce chiara e forte del cantante che si alzava e percorreva tutta la stanza, una musica chiara, rettilinea che invitava alla meditazione più che all’ascolto. Appena il coro si spegne segue un lungo applauso che accompagna l’inizio della Cerimonia Turbinante.

Entrano due semazeni, i dervisci turbinanti (coloro che danzeranno), e la stanza inizia ad essere riempita, oltre che dalla loro presenza, anche dai tanti click delle macchine fotografiche. Entrambi i semazeni portano un lungo mantello nero chiamato hirka che, leggo dal mio opuscoletto, simboleggia la tomba dell’ego, sotto vestono una tunica bianca e un’ampia gonna a ruota chiamata tennure, che simboleggia il lenzuolo funebre e sul capo, indossano un cappello a forma di cilindro, alto, di lana cotta, color sabbia che è chiamato sikke e che rappresenta la pietra della tomba dell’ego. Il loro costume, leggo, indica la morte dell’ego. Uno dei dervisci porta in braccio un tappeto rosso, mentre l’altro un mantello di pecora, entrambi fanno un profondo inchino verso il pubblico e poi si dirigono nel centro della stanza, per depositare a terra i due mantelli. Quell’inchino così rispettoso ed il loro portamento così preciso, dai gesti delicati, creano una cornice di solennità e di deferenza pronta ad incorniciare quello che sarà, non uno spettacolo che vedremo ed udiremo con i sensi, ma che vivremo in pieno con lo spirito.

I due semazeni si ritirano e, pochi secondi dopo, rientrano accompagnati da altri tre semazeni e s’inginocchiano l’uno a fianco all’altro sul tappeto di pecora, centro della Verità Divina che esiste nel cuore di ognuno.



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