Tunisia, dove Roma incontra l’Africa

Lontano dalla celebrata Cartagine, dalla famosa Dougga e dal Colosseo di El Jem, vi sono siti più o meno noti che conservano tesori di straordinaria importanza storica e che hanno fornito magnifici reperti ai vari musei della Tunisia. Questi luoghi, scarsamente considerati dal mondo del turismo attratto da mete più conosciute, sono già un buon motivo per visitare questo affascinante Paese. E così, a soli tre mesi da un tipico giro in moto, siamo tornati in Tunisia in macchina con la scusa di testare un po’ la nostra “nuova” Land Rover appena diventata maggiorenne. L’intento era di spingerci verso mete già raggiunte, però stavolta su tracce per me difficilmente percorribili con le due ruote. Ma anche di andare alla scoperta di luoghi meno frequentati. Vorrei raccontarvi i magnifici anche se difficili percorsi che abbiamo fatto fare alla nostra L.R., ma vi risparmio il classico racconto di viaggio e vi porto là dove spero che un giorno andrete, magari spinti o incuriositi da queste righe.
Dopo Tunisi, il deserto di Douz e Ksar Ghilane, gli ksar di Tataouine, il sale dello Chott el Jerid, la magia di Tozeur, le oasi di montagna e la pista di Rommel presso l’Algeria, arriviamo sulla costa mediterranea a Sfax. La temporanea sospensione della navigazione dei traghetti che la collegano alle isole Kerkennah, un piccolo arcipelago di sette isole nel Golfo di Gabes, ci costringe a sostituire la programmata tranquilla giornata sull’isola con una nel caos della seconda grande città tunisina dopo Tunisi. Ma non ci dispiace poi così tanto, perché io e Paola ci troviamo a nostro agio tra Medine, souk, mercati e Moschee. La sera in albergo cerchiamo cosa c’è nei dintorni della città, avendo a disposizione qualche ora libera l’indomani prima di prendere la via di Kairouan. Ed ecco che una quasi invisibile località sotto Sfax sulla cartina Michelin attrae la nostra attenzione: Thyna, con tre puntini ad indicare “ruins – autre curiosité”. Con il buon Google vediamo che si tratta di un sito archeologico romano. Beh, perché non andarci, dato che è a circa 12 km? La mattina dopo eccoci a litigare col navigatore per capire come raggiungerlo. Alla fine di uno sterrato troviamo la recinzione di un vecchio faro a righe orizzontali bianche e rosse. Due uomini all’interno prima ci dicono che non si può passare perché è zona militare, poi ci indicano il sentiero sconnesso verso le silenziose e deserte rovine. Nessuna recinzione, nessuna biglietteria, nessun custode, parcheggia dove vuoi. L’area si affaccia direttamente sul mare da dove tira un’aria particolarmente fresca. Thyna, o Thaenae, come era conosciuta oltre 3.000 anni fa, fu fondata dai Fenici. Passò sotto il controllo cartaginese all’epoca della sua massima potenza e divenne poi colonia romana nel II secolo d.C. La città aveva una cinta muraria di circa 2,5 km ed era munita di torri circolari. Fu molto florida fino all’inizio del V secolo e venne dotata di monumenti sontuosi, oggi purtroppo mal conservati. Vaghiamo da soli, in un’atmosfera che sembra ferma nel tempo, tra bassi cespugli e ruderi indicati da piccoli pannelli descrittivi. Dal terreno rossastro affiorano le rovine di numerose ville, cantine per la salatura, una basilica paleocristiana, una necropoli. Ovunque, sui pavimenti o sui muri, resti di mosaici colorati con motivi geometrici, floreali, con scene di vita o rappresentazioni delle divinità. In quello che resta delle terme si riconoscono ancora le tubature per l’acqua corrente, le intercapedini per il riscaldamento degli ambienti, vasche, latrine ed un pozzo utilizzato per produrre acqua calda. Tra queste, le Terme dei Mesi con mosaici raffiguranti 4 mesi dell’anno, le sale fredde ad est verso il mare e quelle calde ad ovest. Ci sarebbe da starci ore per cogliere i mille particolari nascosti tra le rovine, ma dobbiamo lasciare Thyna e riprendere il nostro giro. Dopo aver sfilato El Jem, col suo magnifico anfiteatro che spunta dalle case, raggiungiamo Kairouan ed in un paio di giorni eccoci a Kelibia, sulla penisola di Cap Bon, dove veniamo informati che il nostro traghetto COTUNAV per Genova di giovedi 8 gennaio è stato annullato per le avverse condizioni meteo marine e spostato a lunedi 12 gennaio. Ok, facciamoci andare bene anche questa. Che sia la maledizione dei traghetti? Arrivati a Tunisi, avevamo già in programma di esplorare la zona intorno alla capitale, per cui, incuriositi da un’altra piccola indicazione di rovine sulla cartina, decidiamo di scendere a Uthina o Oudna o Oudhna, 30 km a sud lungo la strada per Zaghouan. All’epoca dell’Impero romano era consuetudine donare parte delle terre conquistate ai veterani dell’esercito come ricompensa e dare a loro ed alle loro famiglie una vita tranquilla dopo aver servito Roma. Uthina fu fondata come colonia per gli anziani soldati della XIII Legione Gemina durante il regno dell’imperatore Augusto, su un preesistente centro abitato berbero circondato da una ricca campagna dedita alla coltivazione del grano, di cui Roma aveva tanto bisogno. Dopo un fiorente periodo andò in declino, fu abbandonata e scomparve nel nulla finché recenti scavi ne hanno riportato alla luce importanti monumenti e mosaici. Con chiare indicazioni seguiamo una solitaria strada che sale sulle colline. Un grande edificio moderno spicca nel paesaggio dove in lontananza svettano alte colonne. Il biglietto d’ingresso costa 8 dinari, meno di 2,5 euro. Una lunga passerella conduce alle rovine. L’area è molto vasta e decidiamo comunque di visitarla a piedi anche se ci sarebbe la possibilità di arrivare in auto alla parte più lontana. Lo splendido Anfiteatro da il benvenuto al sito archeologico. Per grandezza è il terzo in Tunisia, dopo quelli di El Jem e Cartagine e poteva contenere circa 16.000 persone. Per economia di materiali da spostare e una migliore solidità alla struttura, anziché costruirlo in altezza è stato parzialmente scavato nella collina, con i posti a sedere addossati al pendio. Solo gli archi della parte superiore dell’edificio sono fuori terra. Una rampa, posta a livello del terreno circostante, scende verso l’arena, ellittica e tagliata longitudinalmente da un corridoio centrale a cielo aperto coperto da una lunga grata, al di sotto della quale si apre un labirinto di sale accessibili da diverse scale che portano al livello inferiore. Un solitario arco composto da grossi blocchi di pietra incastrati a secco, miracolosamente scampato al trascorrere del tempo, appare tanto solido quanto precario. Prima di salire al Campidoglio che svetta sulla collina, ci attardiamo tra le rovine di abitazioni ed edifici arricchiti da vivi mosaici. I visitatori sono davvero pochissimi. Oltre a me e Paola, solo altre quattro persone stanno godendosi il luogo. Salendo poi per una strada sterrata o tagliando tra cespugli e resti di colonne, arriviamo al Campidoglio, considerato uno dei più grandi templi d’Africa, originariamente dedicato a Giove, Giunone e Minerva. Su un’imponente base con una scalinata rimangono alcune colonne parzialmente ricostruite che danno l’idea delle dimensioni e della forma dell’edificio. Il panorama è aperto sulla pianura sottostante. La struttura è articolata e si sviluppa su più livelli. Nei vasti ambienti inferiori sorretti da archi si tenevano gli strumenti per la pulizia e la liturgia del tempio, compreso il carro da cerimonia per le processioni e le varie statue degli Dei. Una sala è stata attrezzata con pannelli esplicativi e fotografie che ripercorrono la storia della città e le fasi degli scavi. Adiacente al Campidoglio si trova il Foro, il centro della vita politica, giudiziaria, religiosa e commerciale, disturbato da fatiscenti edifici coloniali francesi, tra cui una casa ancora occupata costruita sulle antiche cisterne romane ad arco che ricevevano acqua da un acquedotto collegato a tre fonti poste sulle colline circostanti. Ai piedi del Campidoglio, a meno di 200 metri di distanza, si trovano i resti delle Terme, i grandi bagni pubblici romani costituiti da portici, archi e frammenti scolpiti, ora un’enorme massa di blocchi e pietre, usati come deposito di armi durante la Seconda Guerra Mondiale e danneggiati dalle esplosioni. Nel livello sotterraneo, ancora in buone condizioni, è possibile ricostruire come veniva gestita la temperatura e smaltita l’acqua sporca. Altri bagni sono stati scoperti, tra cui quelli degli Amorini Pescatori con un bel mosaico murale in cui fanciulli alati associati all’amore divino e alla sessualità, gettano pali e reti in un ruscello ricco di pesci. Accanto alle terme si trovano i resti della Casa dei Laberii, una sontuosa villa di 30 stanze ed una superficie di circa 2.300 mq, con mosaici che illustrano la leggenda dell’invenzione del vino e scene di caccia in cui due cani di nome Ederatus e Mustela inseguono lepri e volpi, seguiti dai loro proprietari a cavallo. Ritornati sui nostri passi e riattraversato l’Anfiteatro attratti dal suo fascino magnetico, usciamo dal sito, piacevolmente soddisfatti sia da ciò che abbiamo visto sia dalla cura con cui questo luogo è stato valorizzato. Lungo la strada che scende verso sud, veniamo accompagnati dall’acquedotto di Zaghouan, voluto nel II secolo d.C. dall’imperatore Adriano che, in visita nella provincia d’Africa, aveva notato l’assenza di bagni pubblici, elementi essenziali nella vita di ogni romano. Ordinò pertanto di prelevare acqua dalle sorgenti a sud, quelle del Jebel Zaghouan e dell’Ain Jouggar e farla giungere a Cartagine. L’acquedotto, a volte esterno su piloni alti anche oltre 20 metri, a volte in condotte sotterranee per seguire l’andamento del terreno, trasportava un flusso di 30.000 mc d’acqua al giorno su un tracciato totale di ben 132 km, sfruttando la sola forza di gravità grazie ad un’inclinazione calcolata al millimetro. Presso la sorgente di Zaghouan, l’imperatore fece erigere il Tempio dell’Acqua, una fontana pubblica circondata da dodici nicchie con le statue delle Ninfe, con al centro una tredicesima più grande con la divinità protettrice. Spettacolari sezioni delle massicce arcate dell’acquedotto si intrecciano con la strada, scomparendo per i crolli o infilandosi sottoterra e dopo una quarantina di km raggiungiamo Thuburbo Majus, ben più indicata sulla cartina con tanto di cornicetta verde. Quinta città romana in Tunisia, originariamente insediamento punico forse già abitato dai Berberi da cui deriva il suo nome, venne rifondata nel 27 a.C. quando l’imperatore Augusto vi insediò i veterani dell’esercito. Succesivamente la città divenne Colonia e nel momento della massima espansione giunse a contare fra i 7000 e i 12000 abitanti. I più abbienti donarono edifici pubblici e raffinati mosaici, molti ora nel Museo del Bardo di Tunisi. La ricchezza agricola della regione permise a Thuburbo di diventare un importante centro di produzione di grano, olive e frutta. L’invasione dei Vandali, la conquista bizantina e l’occupazione araba, portarono la città ad un progressivo declino ed al successivo abbandono. Gli scavi iniziarono solo nel 1912, utilizzando soprattutto prigionieri della Prima Guerra Mondiale. Varchiamo l’ingresso all’area dove anche qui il biglietto costa 8 dinari con totale assenza di visitatori, forse per il vento gelido che spazza la zona. L’area archeologica è molto grande e si trova al centro di un bel paesaggio. Di roba da vedere ce n’è a volontà, ma la vegetazione incolta, l’assenza di recinzioni e la presenza di pastori che portano le loro greggi al pascolo tra gli antichi monumenti la rendono fin troppo trascurata. La città non presenta edifici intatti ma solo rovine. Seguiamo a casaccio i sentieri, arrivando nei vari punti senza un vero ordine, rimandando a stasera le relative informazioni. Il Foro era circondato da un portico di colonne di marmo verde e da un mercato. In un angolo alcune lettere sono incise nel pavimento, parte di un gioco usato per imparare l’alfabeto. Nel vicino Campidoglio si onorava la triade Giove, Giunone e Minerva. Costruito nel 168 d.C., vi si accede tramite un’ampia rampa di scale che porta all’ingresso con quattro colonne in marmo rosa venato dove sono stati trovati un piede con sandali e la testa di una grande statua di Giove. Accanto al Campidoglio c’era un tempio dedicato a Mercurio, Dio del commercio. Le bancarelle del mercato si scorgono su tre lati del cortile sottostante. Seguendo un sentiero accidentato arriviamo prima alle cisterne ad arco che rifornivano d’acqua la città e poi ai resti quasi irriconoscibili di un piccolo anfiteatro, semisepolti nel terreno da dove emergono pietre con iscrizioni latine capovolte. Un uomo si avvicina vedendoci vagare e con francese misto ad inglese ci fa da semplice guida per un po’. Ci accompagna infreddoliti alla Casa di Nettuno, con alcuni imponenti mosaici geometrici, poi alla Casa degli Animali Legati che conserva mosaici in bianco e nero, un raro esempio dato che i ricchi cittadini dell’Africa romana ritenevano che i mosaici colorati esprimessero al meglio il loro status sociale. Arriviamo al Tempio della Pace che custodisce alcuni bassorilievi in pietra tra cui uno di Pegaso, il cavallo alato della mitologia greca utilizzato da Zeus per trasportare le folgori all’Olimpo. Ed ecco la Palestra dei Petronii, dal nome della famiglia che ne finanziò la costruzione, luogo pubblico dove la gente poteva allenarsi per la lotta e la ginnastica. L’enorme complesso delle Terme Estive occupa un’area particolarmente grande. Realizzate secondo il tipico schema romano, i vari ambienti ospitavano in precisa successione termica il caldo calidarium, il tiepido tiepidarium ed il freddo frigidarium, oltre a spogliatoi, palestre, sale massaggi, saune, vasche e piscine, il tutto decorato con magnifici mosaici e marmi. L’acqua era fornita da una grande cisterna ed opportunamente riscaldata da ingegnosi condotti sotto i pavimenti o nelle mura perimetrali. Alla decadenza della città, in epoca bizantina, nelle terme furono installati dei frantoi. Finiamo col Santuario di Baal, dedicato al Dio punico Baal Hammon, divenuto il Saturno romano e con l’adiacente Santuario di Caelestis, la versione romana della Dea punica Tanit moglie di Baal Hammon, dove anche qui resta inspiegabilmente in piedi un solitario arco in pietra. Diamo qualche dinaro all’uomo, proprio perché non ci ha chiesto nulla. Per oggi il tuffo nella storia può bastare e fa un gran piacere ritrovare il tepore dell’abitacolo della nostra auto. L’indomani partiamo per esplorare la zona a nord di Tunisi. Costeggiato l’enorme complesso archeologico di Cartagine, saliamo verso Biserta. A circa metà strada arriviamo ad Utica, una delle più antiche città del Mediterraneo. Una piccola costruzione fa da ingresso, ma sembra che non ci sia nessuno. Il tornello gira liberamente per cui lo passiamo. Ad alta voce cerchiamo di farci sentire da qualcuno, prima di essere presi per invasori, giustiziati e seppelliti in qualche fossa. Alla fine un sonnolento custode nascosto in una cabina ci rassicura invitandoci ad entrare. Il solito biglietto di 8 dinari include anche il vicino museo. Visitatori? Due, compresi io e Paola. L’area archeologica, preservata ed organizzata con molta cura, si trova in una zona mossa da piccole onde del terreno, con gruppi di palme e grandi alberi che danno ombra. Una donna sta pascolando i suoi animali vicino a depositi semisepolti. La giornata è bella, anche se sempre piuttosto freddina. Un grande pannello spiega il sito e ci chiediamo come mai la cartina non lo riporti col dovuto risalto, perché appare subito di notevole importanza. Risalente al 1100-1000 a.C., Utica in lingua punica significava città vecchia, essendo nata in epoca precedente la fondazione di Cartagine che significava città nuova. Anche se ora dista una decina di chilometri dal mare, era una città costiera ed un porto fenicio molto importante. Anticamente il fiume Mejerda sfociava nel Mediterraneo nei pressi della città, irrorando i campi e consentendo il commercio del grano. Ma trascinava con sé nel porto anche un flusso costante di limo, rendendolo inesorabilmente sempre meno profondo e più difficile da navigare. Alleata e a volte in competizione con Cartagine, nel II secolo a.C. si coalizzò con Roma diventando la base da cui partì Scipione per la vittoriosa battaglia di Zama che chiuse la Seconda Guerra Punica sui cartaginesi. In cambio ricevette lo status di città libera e la nomina a capitale della Provincia romana dell’Africa preconsolare. Nel I secolo d.C. Utica divenne così importante da avere una propria Zecca e coniare una moneta con la testa dell’imperatore Tiberio. Nel V secolo d.C. la città fu tagliata fuori dal mare per l’insabbiamento del porto e decadde definitivamente con l’occupazione araba. Nella pianta della città si individuano il decumano massimo, il cardo massimo e le loro parallele, ancora pavimentati con i grossi blocchi di pietra originali. Sotto lo strato romano si sono trovati i resti dell’abitato e di una necropoli punica con tombe a fossa e grandi sarcofagi rettangolari monolitici in pietra o in blocchi di argilla tuttora presenti, di cui uno conserva uno scheletro quasi intatto. Alcune nicchie scavate nel terreno ospitano urne cinerarie risalenti anche al VII secolo a.C. I corredi funebri sono costituiti da ceramiche, lucerne ed oggetti in bronzo o in ferro, gioielli, amuleti, armi e utensili. Le case già riportate alla luce sono una ventina. Di solito presentano piccole stanze intorno a una corte scoperta accessibile dalla strada mediante uno stretto corridoio, spesso dotate di un secondo piano. Le pavimentazioni sono in cemento o in mattoni crudi e le più lussuose presentano marmi e mosaici. Anche qui un addetto alla manutenzione si avvicina con garbo e, seguendoci nel nostro disordinato giro, ci da qualche informazione in un francese a dir poco contorto ma comunque comprensibile. La Casa della cascata è la meglio conservata, disposta attorno a un giardino porticato con due ingressi, al centro del quale vi era una grande fontana con una vasca decorata da un mosaico di una barca, vari pesci ed un Amorino dedito alla pesca. La sala principale era lastricata con marmi gialli e pietra verde. L’inizio di una scala fa supporre l’esistenza di un secondo piano con le stanze private dell’abitazione. La Casa dei capitelli istoriati è la più nota. Realizzata in granito rivestito di stucchi, si disponeva attorno a una corte porticata circondata da 12 colonne su due piani e deve il suo nome a due capitelli scolpiti con rappresentati Ercole, Minerva ed Apollo. Attorno al cortile si aprono le stanze, una grande sala ed altre minori. Più avanti, la Casa della caccia per le scene di caccia dei mosaici del pavimento del cortile. Anche qui le tracce di una scala fanno pensare ad un piano superiore. La Casa del tesoro con un grande serbatoio rettangolare, forse per il grano, è così chiamata perché è stato trovato un piccolo deposito in monete. Il Foro è poco visibile e delle Terme, alimentate da un grande acquedotto, rimangono pochi muri e tracce di volte, così come le rovine non scavate di una basilica cristiana, del teatro e di un bastione romano dell’acquedotto dell’inizio del II sec. d. C. La mancia all’uomo, non richiesta, lo ringrazia più per la sua discrezione che per le sue indicazioni. Lasciato il sito, a poche centinaia di metri si trova un piccolo ma interessante museo con oggetti di epoca fenicia, cartaginese e romana, come lucerne, anfore, gioielli, vasellame, sarcofagi, urne e stele funerarie, frammenti di lapidi e statue, capitelli, colonne e mosaici.
È la nostra ultima tappa culturale tunisina. Sappiamo di non avere visto tutto e nemmeno scoperto nulla di sconosciuto o di impossibile da trovare, ma questa piccola anche se superficiale immersione nel passato e nell’archeologia poco nota della Tunisia ci ha dato l’opportunità di capire ancora una volta che in ogni luogo ci sono sempre nuovi motivi per stupirsi anche se ci sei stato tante volte. E per tornarci ancora.
Testo di Marco Ronzoni. Foto di Paola Bettineschi




















