Tour in Eritrea

Un viaggio tra Asmara, Massaua, la valle dei Sicomori...
 
Partenza il: 26/12/2011
Ritorno il: 06/01/2012
Viaggiatori: 2

Un pezzo di Africa atipica, dove a volte sembra di essere a casa, colorata, vivace, affascinante.

Non ho mai avuto un interesse particolare per la storia coloniale italiana e quindi una conoscenza di essa, esclusa una infarinatura generale ricordo di scuola o acquisita dalla televisione. Il termine stesso “colonialismo” mi è simpatico come una visita dal proctologo. Mi sono accostato a questo viaggio senza un particolare interesse sull’argomento, senza letture o preparazione, solo con una minima curiosità di fondo, pensando che fosse un aspetto marginale, secondario rispetto alle “mitiche “ Dahlak, ai mercati di Cheren o al fascino dell’Africa in generale. Mi sbagliavo.

L’italianità in Eritrea è una presenza netta, palpabile, decisa e sorprendente. Impossibile da ignorare, ti circonda, in modo tangibile e netto e piano piano ti appassiona, rendendo alla fine imprescindibile, nel viaggio in questa parte del corno d’Africa, il rapporto con la nostra propria italica storia.

Sembra un po’ di viaggiare nel tempo, oltre che nello spazio e rivedere un Italia passata, della quale io, classe 63, qualcosa ricordo (purtroppo), ad esempio le scranne del barbiere, simili a quelle dove sedevo ragazzino quando la mamma mi obbligava al taglio dei capelli che, porca paletta, avevo! Le automobili Fiat datate, le locandine, gli accessori anni 50/60/70 presenti un po’ ovunque. Per fortuna i treni a vapore sono un’anticaglia anche per me, così come le scritte e gli edifici coloniali modello ventennio, ma l’edificio del cinema Impero è assolutamente somigliante come struttura ed architettura al cinema Italia del mio paese d’origine.

Esco dall’Hotel ad Asmara per una piccola passeggiata prima della partenza per le Dalhak e in un attimo sono in Via Bologna, davanti ad un piccolo emporio con in vetrina una bella pila di panettoni, marca “Asmara” in bella vista. Passo vicino alla ferramenta, alla farmacia, al barbiere. Insegne in italiano attigue ad incomprensibili diciture in tigrino, scritte nell’elegante alfabeto ge’ez.

Sono leggermente straniato.

L’Italia esce prepotente parlando con le persone, in italiano, spesso anche ottimo. Gente cordiale, espansiva, che ti ferma per strada, nelle pasticcerie, nei caffé, contenta di scambiare quattro chiacchiere con degli stranieri, meglio se italiani. Non solo anziani, memori di tempi lontani, mitico il ferroviere della stazione d’ Asmara, ma anche giovani, figli o nipoti di chi c’era al tempo dei coloni. I giovanissimi invece sono più propensi all’inglese, almeno quelli che studiano.

E si parla di quando c’erano gli aranceti, si lavorava nella fabbrica di questo o di quest’altro, si producevano i tali prodotti. Citano esempi, nomi di persone la cui provenienza era Milano, Napoli, Roma, Trieste.

Raccontano con orgoglio, volevo scrivere quasi ma sarebbe errato, di tutto ciò che c’era e si faceva, quando c’erano gli “italiani”. Ma ora? Gli occhi s’abbassano leggermente i visi si adombrano. Ora gli aranceti non ci sono più, i negozi sono chiusi, le fabbriche pressoché tutte ferme. Gli “italiani” quasi tutti via. A bassa voce esce il vocabolo: “Nazionalizzazione”. Traspare una fortissima nostalgia. Tutto ciò stride con la consapevolezza e la conoscenza dei crimini compiuti dai nostri compatrioti di allora nella vicina Abissinia. Stride con le leggi razziali, non solo quelle verso gli ebrei in patria, ma proprio quelle segregazioniste promulgate negli anni del fascismo per gli abitanti di colore delle colonie. Ho scoperto al ritorno, ricercando sia fra libri che sul web che sono state copiate ed usate come spunto per il modello legislativo dell’aparthaid nella repubblica Sudafricana.

In seguito, approfondendo i discorsi, dopo questo sentimento “nostalgico”, emerge uno scoraggiamento diffuso per il presente, una mancanza quasi totale anche di speranza per il futuro, un adeguamento passivo ad uno stato in essere che lascia parecchio perplessi.

Per comprendere questa “atmosfera” serve anche un breve cenno di storia, perdonatemi o passate direttamente oltre, senza problemi.

Dopo la seconda guerra mondiale l’Eritrea ha vissuto in successione: il mandato inglese, in realtà un vero e proprio saccheggio, la federazione con l’Etiopia e la relativa annessione che ha portato a ben 30 anni di guerra; l’indipendenza, seguita da altri 5 anni di terribile conflitto armato sempre con gli etiopi, per ritrovarsi ai giorni nostri con un dittatore sottoposto a mandato di cattura internazionale dell’Onu per crimini contro l’umanità, abituale frequentatore di villa Certosa almeno fino a quando s’arrischiava ad uscire dal paese. Ovviamente, oltre ai danni sociali, umani ed economici portati dai conflitti, c’è stata la fuga dei capitali, degli investimenti e delle risorse straniere, con il risultato complessivo di un paese al collasso. A questo si aggiunge la chiusura totale del regime finalizzata al controllo ed al mantenimento del potere a qualsiasi costo ed a qualsiasi mezzo: detenzione in veri e propri lager, tortura, sparizioni ed assassinio. Potere che viene mantenuto anche grazie all’appoggio ed ai soldi occidentali, fra i quali finanziamenti direttamente italiani. La storia è tonda. In definitiva l’Eritrea si trova in una specie di limbo dove l’unica certezza è l’incertezza e scusate il gioco di parole. Paradossalmente il nostro appoggio torna indietro a boomerang. Il fenomeno migratorio da questo paese è uno di quelli cresciuti maggiormente ed il dramma dei profughi, pur non arrivando alle cifre del Darfur, in rapporto anche all’esiguità della popolazione, uno dei più drammatici. Per saperne di più:

Ce n’è abbastanza per comprendere lo sconforto degli eritrei, africani atipici per intraprendenza, abilità ed organizzazione, chiusi, in senso reale, non metaforico, in un paese disastrato, con enormi possibilità, ma nessuna prospettiva.

Chiusa la, troppo, lunga introduzione passiamo al viaggio.

Non era in previsione, deciso quasi all’ultimo per l’impossibilità di partire per la meta scelta ci affidiamo, e due, sto invecchiando, a dei professionisti. Tre giorni sul sambuco a navigare con un po’ di compagnia non sono nemmeno tanto male, che Dio gliela mandi buona, conoscendomi, e per il problema, serio, dei permessi. Qui senza permesso non ci si sposta, qualcuno ci scherza pure e dice che serve anche per andare in bagno.

Da tempo volevamo vedere le Dahlak, da quando uno sconosciuto ce ne parlò in un remoto aeroporto dimenticato da Dio e dagli uomini descrivendo una specie di Godland e di conseguenza mettendomi il tarlo in testa. Saltata la meta prefissa prendiamo l’occasione: andiamo a vedere queste isole mitiche. Ci affidiamo al corrispondente della principale agenzia eritrea con una partenza sicura.

Guarda la gallery
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Disset

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Valle dei Sicomori

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Un villaggio lungo la strada

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Cheren

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Cheren

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Cheren

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Cheren mercato cammelli

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Cheren mercato cammelli

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Dahlak Modok

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Treno a vapore

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Il frenatore

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Fuori Cheren

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Massawa

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Madebar

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Madebar

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Mercato coperto

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Enda Mariam

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Enda Mariam

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Madebar

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Fiat Tagliero

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Dal treno

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