Tilos & Lipsi 2003

Ad agosto del 2003 sono tornato per la quarta volta in Grecia. L’ultima era stata a Karpathos in viaggio di nozze (vai a vedere, sempre qui, “Karpathos 2000”). Stavolta eravamo in cinque e siamo partiti per Kos con l’idea di usarla come base di partenza per le isole limitrofe. Nessuna prenotazione (aereo a parte), nessun tour operator. In...
 
Partenza il: 02/08/2003
Ritorno il: 16/08/2003
Viaggiatori: fino a 6
Spesa: 1000 €

5 agosto Muri a secco percorsi e scavalcati dalle capre spezzettano a mosaico la piccola piana della baia di Lethra, un minuscolo giardino povero di ulivi inselvatichiti, tamerici e chissà cos’altro. Attorno l’isola si fa deserta di sterpi e radi alberi torti su sponde ripide che ci chiudono la vista. Il letto secco di un ruscello conduce là in alto, verso la spaccatura tra i monti, mentre dalla parte opposta la baia è come sigillata dallo scoglio di Prasoulia. Dietro, appena disegnata, flebile, azzurrina, la costa turca.

La nostra vacanza da camminatori comincia con una puntata alla solitaria spiaggia di Lethra, ad un’oretta di cammino da Livadia. La baia si raggiunge per un sentiero rosso rugginoso (qui la terra è ferrosa, del colore dei campi da tennis) che sorvola le balze spinose ed il turchese-blu del mare. A Lethra ci sono nell’ordine: capre, terra bruna, un muro a secco, una breccia nel muro, il mare. A pochi metri dalla riva, tra i sassi, sul fondo, il guizzare multicolore del pesce-pappagallo ( o pesce-pagliaccio, a seconda dell’etimologia). L’ho visto! E scusate se è poco. Dalla rada macchia, nell’ora meridiana, cicale da sei etti rompono il polveroso e torrido silenzio della spiaggia di Lethra. Il lungomare di Kos è distante cento anni luce.

6 agosto Quest’oggi, prevedendo di spingerci più lontano, ci motorizziamo affittando da un esule britannico tre scooters (scuters?) a dir poco malfunzionanti. Con questi gioielli ci lanciamo sulle strade (?) dell’isola. Aggrappato dietro, nella innaturale posizione del koala cucciolo, osservo srotolarsi le petrosità di Tilos e le sue lontananze azzurre. In breve raggiungiamo l’estremità ovest dell’isola: a Plaka c’è una sorta di campeggio libero stile campo profughi nella rada boscaglia prospiciente il mare. Dopotutto non pare un posto così proponibile, pertanto travalichiamo la penisola che chiude la baia e ci ritroviamo sopra scogliere che affacciano su eccezionali turchesità ben più consone al nostro lignaggio nonché allineate col nostro fine senso estetico. La traversata solca distese d’origano fragrante. A mezzogiorno approdiamo a Megalo Horio, comatoso secondo centro dell’isola, dove prendiamo desco ad una taverna di cinquant’anni fa per l’esorbitante somma di € 5,5 a testa. Al pomeriggio proseguiamo verso l’isolato monastero di Agios Pentelèimon. L’eremo di San Pantaleone è un’oasi mistica e verde in un mare di spine e sassi posta al termine di una strada con baratri alpestri che però terminano laggiù nel pélagos. Il monastero è una piccola fortezza che racchiude una cappella bizantina straboccante di incensi, icone e, naturalmente, dell’idea di Dio. Più in alto una terrazza sbuca dal folto dei platani e degli eucalipti per regalare la vista del mare indistintamente a monaci e miscredenti. Cicale in numero indescrivibile friniscono come un’unica esplosione nell’ombra fresca d’acqua, mentre un pavone saltella sopra il lastricato di pietra. Il guardiano invece decide di scacciarci dalle panche del giardino perché renitenti alle consumazioni nell’attiguo bar, peraltro deserto: “Do you want something? This is a restaurant, for us is business”. La sua grettezza di bottegaio appesta il clima da iconostasi e rompe il sottile equilibrio tra Natura ed Ortodossia. Quanto basta per rituffarci a picco verso la piana di Eristos. Anche questa baia è recetto di campeggiatori sbracati e casinisti, quindi, abbandonati i mezzi, proseguiamo a piedi verso la vicina baia di Agios Petros. Incontriamo San Pietro al termine del solito deserto di rovi, capre, cardi ed origano, verso la fine della giornata e sotto il calare del silenzio. Sulla spiaggia solitaria nemmeno l’eco d’un cinema all’aperto, né, tantomeno, against the sea le Grand Hotel Sea Gull Magique, come cantava Battiato anni fa.

7 agosto Seconda escursione a piedi verso il villaggio abbandonato di Gera, all’estremità orientale dell’isola, un paio d’ore di cammino da Livadia. Fuori dal paese l’ultimo avamposto della civiltà è costituito da una chiesetta e dal retrostante recinto di maiali che diverranno presto gyros. Poi il nulla. Il sentiero corre in alto a mezza costa e lascia intravedere decine di incredibili cale di acque trasparenti ed irraggiungibili se non dal mare. La giornata è caldissima ed arriviamo a Gera verso mezzogiorno. Il villaggio è un agglomerato di cubi di pietra grigia sul fianco della montagna. E’ francamente difficile capire la differenza tra le case e gli ovili, ma tutto è rimasto là come una volta (Gera è disabitata dagli anni Cinquanta). Prima di partire sul sito . Avevo letto la seguente descrizione sull’itinerario di Gera: “Il sentiero corre sopra il mare, non presenta alcuna difficoltà. Il tratto di costa offre qualche baia isolata, raggiungibile deviando verso il mare per sentiero. Conviene però evitare di stancarsi con discese e salite inutili e puntare su Despoti Nero. Una recinzione all’ombra di un grande albero indica la sorgente, usata per riempire l’abbeveratoio. La costa in questo tratto è pianeggiante e offre la possibilità di trovare una caletta per il bagno, risalendo di poco verso Livadia. Vista Despoti Nero, si risale il sentiero e si continua in direzione nord est per giungere a Gera. Assolutamente da non perdere il villaggio fantasma con le sue case diroccate”. Ecco, noi la deviazione per Despoti Nero ce la siamo persa, quindi addio sorgente. A monte di Gera troviamo invece una fonte all’ombra di una palma: dal tubo esce un esilissimo rivolo d’acqua dal sapore limaccioso, ma è meglio di niente. La spiaggia sotto il paese invece sarebbe molto bella, purtroppo un gioco di venti e correnti spinge in questa baia tutti i rifiuti portati dal mare che si accumulano sul bagnasciuga: bottiglie, taniche, scarpe, ciabatte, flaconi, l’altra faccia del prodotto interno lordo. Osserviamo che il sindaco di Tilos, oltre che andare a mangiare al ristorante napoletano, potrebbe occuparsi della cura di questo posto. Su questa spiaggia resta il mistero più grande della vacanza: d’un tratto, a poche decine di metri da noi, compare una ragazza che prende il sole nuda. Da dove è arrivata? Dal mare no di certo. Ha fatto due ore di sentiero aculeato con le infradito? Allora subentra una seconda ipotesi: è reale o solo una proiezione dell’inconscio? Non c’è tempo di chiederglielo visto che scompare repentinamente. Reale o meno, è l’unica persona vista da quando abbiamo lasciato Livadia. La solitudine di questo posto è a tratti lacerante.



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