Sul tetto delle Americhe

Quattro giorni di trekking sulle Ande fino al Machu Picchu, alla ricerca di noi stessi
Scritto da: giovanni-panza
sul tetto delle americhe
Partenza il: 30/04/2012
Ritorno il: 20/05/2012
Viaggiatori: 2
Spesa: 3000 €

Era il primo maggio, e una manifestazione contro il governo bloccava la grande Plaza de Armas, costringendo il tassista a lasciarci poco lontano dalla nostra locanda. Peccato solamente che il “poco lontano” includeva una ripida salita di gradoni irregolari che lastricavano uno stretto vicolo. Ma sì, anche coi grossi zaini in spalla quel tratto non sarebbe stato proibitivo, per carità, a condizione, però, che non ci fossimo trovati a 3.400 metri di quota. Il mio primo ricordo del territorio andino è annebbiato dall’affanno, sfocato come una fotografia in movimento, caotico, un miscuglio ambiguo di sassi, gente con gli striscioni e vecchie case coloniali. Il tutto avvampato da un sole troppo vicino e cadenzato dall’inquietante percussione del mio cuore, alla disperata ricerca del poco ossigeno che l’aria rarefatta contiene lassù.

Dopo lunghi istanti passati a respirare avidamente, io e Tonia riuscimmo finalmente a presentarci ai ragazzi della Piccola Locanda, un delizioso rifugio sulle alture di Cuzco consigliatoci da un amico. Evidentemente assuefatti ai viaggiatori che arrivano da loro sfiancati dall’altura, attesero pazientemente che ci riprendessimo, offrendoci un rigenerante mate de coca. Benedetta sia la coca! Da non confondere con la cocaina, sia ben inteso, che è frutto di una lavorazione chimica. Le foglie della coca, una pianta che cresce nelle zone tropicale dell’America latina occidentale, rappresentano uno stimolante naturale e blando, con effetti paragonabili a quelli del caffè. Costituisce il rimedio ideale al mal d’altura che colpisce inevitabilmente in queste zone, contribuendo ad alleviare le emicranie e a ridurre il senso di spossatezza.

Cuzco è il punto di partenza di una luna di miele un po’ sui generis, in cui hotel a 5 stelle saranno sostituiti da rifugi le cui uniche stelle si troveranno in cielo, i mari tropicali lasceranno il posto ai deserti più inospitali della Terra e le cene a lume di candela si trasformeranno in bivacchi di fortuna in compagnia di viaggiatori erranti. È vero che decidendo di sposarmi Tonia era consapevole di cosa la aspettasse, ma ciò non sminuisce minimamente la sua stoica pazienza!

Vaghiamo in città per alcuni giorni, in cerca di un acclimatamento che arriva lentamente e delle suggestioni storiche della mitica capitale dell’impero inca, che invece cogliamo subito. Cuzco, infatti, è ammantata da un’energia magica, che sembra sgorgare direttamente dai suoi antichi abitanti, il misterioso popolo che sottomise con la forza un impero sterminato e floridissimo. Le rovine che si susseguono in città e nei suoi immediati dintorni consentono di familiarizzare con una cultura i cui esempi architettonici più impressionanti li abbiamo ammirati nella Valle Sacra, una sorta di Florida precolombiana dove gli Inca più facoltosi (imitati ancora oggi dai Cuzqueni più benestanti) si ritiravano per sfuggire le rigide temperature della città.

Ma col passare dei giorni, mentre i polmoni si assuefanno malvolentieri all’aria di montagna, i nostri sforzi sono sempre più concentrati sull’organizzazione di un trekking andino. L’idea originaria, una traversata di quattro giorni attraverso la selva amazzonica per raggiungere il quasi inaccessibile sito inca di Choquequirao, tramonta definitivamente la sera prima dell’ipotetica partenza. In città era giunta voce del cedimento di un ponte, unico mezzo per superare un fiume, a causa delle copiose piogge dei giorni precedenti. Non per niente il sito è quasi inaccessibile! Poco male, rimandiamo la partenza di un giorno e riorganizziamo gli zaini per adattarli alle temperature ben più rigide che affronteremo durante il Salkantay trek. Si tratta di un percorso che si snoda alle pendici di gigantesche pareti innevate, tra cui spicca il grande Salkantay coi suoi 6270 m. per proseguire, oltre duemila metri più giù, attraverso i fumi della foresta nebulosa e concludersi con l’ascesa al Muchu Picchu. È un cammino alternativo al classico e sovraffollato Inca trail e, se da un lato offre una panoramica meno completa dell’area archelogica inca, dall’altro consente di vivere un’esperienza più genuina e spirituale rispetto all’altro percorso, su cui spesso si è costretti a camminare in fila!

I contorni dei picchi gravidi di nevi ritagliavano l’azzurro acceso del cielo come lattiginose cesoie impazzite. Sotti di essi, i bassi prati verdastri salivano timidi al cospetto delle lontane montagne, arrendendosi metro dopo metro all’intrusione di scure rocce erratiche. Sull’altopiano di Soraypampa, mentre scegliamo nervosamente lo stretto necessario da portare con noi e scartiamo quanto sarà trasporti dai muli, lo spettacolo che ci troviamo davanti mentre percorriamo i primi, già affannosi, passi è al tempo stesso meraviglioso e tremendo. L’aria fredda e il sole rovente coesistono in un’improbabile alternanza, infischiandosene delle più basilari leggi di osmosi fisica.

Il corpo sembra acquisire una volontà autonoma e protesta rumorosamente per mezzo del cuore. Siamo a 3.800 metri e l’impresa che ci aspetta si presenta per quello che è: dura! Non è il momento delle parole, in silenzio, proteggendo il prezioso carico d’ossigeno, mettiamo un piede avanti all’altro, senza pensare troppo, solo un passo, poi due, respirare piano, le braccia che aiutano le gambe. Dopo poco, troppo poco, mi volto indietro. Abbiamo percorso un breve tratto in falso piano e siamo già piegati con l’affanno. Il Salkantay sulla destra e l’Humantay sulla sinistra, esattamente dov’erano prima, sembrano prendersi beffe di noi. Ma allo stesso tempo fanno sentire il loro richiamo, il loro fascino primordiale. Forza, allora! Un piede davanti all’altro, lentamente, prima il destro, poi il sinistro…

… dopo ogni passo, dopo ogni tornante superato, dopo ogni metro che ci avvicina al cielo coperto di nebbia, acquisiamo sicurezza in noi stessi, galvanizzati dai paesaggi selvatici che ci avvolgono. Ci fermiamo a quota 4.300 metri, sul limitare di un piccolo lago di montagna, rifugiandoci dal vento sferzante in una tenda, dove consumiamo un pranzo a base di brodo di pollo bollente e mate de coca. Un occhio sempre all’orologio, dato che non possiamo permetterci il lusso di attardarci. Della sigaretta digestiva non se ne parla nemmeno.

Scolliniamo a 4.600 metri di altitudine, il punto più alto del nostro percorso, sotto una pioggerellina fitta ed in mezzo alle dense nubi. Per la prima volta da quando ci siamo mossi sopra di noi non c’è più strada da percorrere. Il sollievo arriverà dopo, ma per il momento c’è solo la grande emozione. Mi arrampico correndo sulla collinetta formata dai sassi in cima alla quale è posto il cartello con la quota, improvvisamente immune ai rigori dell’alta montagna. Foto di rito e grandi risate, per un attimo ci sentiamo dei Mesner in miniatura, ma c’è poco tempo per godersi il trionfo. Si gela, piove sempre più forte e ci attende una lunga, defatigante discesa fino al primo campo, posto a 3.800 metri.



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