Selvaggio e primitivo Madagascar

Un viaggio in jeep da Antananarivo a Tulear e riserva Andasibe, alla scoperta della cultura malgascia e di un mondo veramente primitivo
Scritto da: buccinna-mirna
selvaggio e primitivo madagascar
Partenza il: 01/09/2013
Ritorno il: 16/09/2013
Viaggiatori: 5
Spesa: 3000 €

Questo viaggio è stato “concepito” nel vero senso della parola. A fine dicembre 2012 io e mio marito abbiamo deciso di “volerlo” e a settembre 2013 è “arrivato”.

Non abbiamo usufruito di agenzie italiane in quanto poco “adattabili” alle nostre esigenze e con preventivi troppo cari per una famiglia di cinque persone come la nostra. La ricerca via web, ci ha permesso di trovare la soluzione ideale: un ragazzo italiano che vive da anni in Madagascar e che organizza viaggi con la possibilità di tour individuali con jeep. Fa proprio per noi! Per ovvi motivi lo chiamerò G.

Il nostro lungo viaggio comincia molto presto la mattina del primo settembre con il volo Bologna – Parigi e poi Parigi – Antananarivo che ci fa atterrare all’aeroporto della capitale malgascia alle 22 e 10.

Lo scenario che si presenta è demenziale: veniamo disposti su più “file” davanti ai front office al cui interno vi sono diversi funzionari. Il controllo ha inizio con il ritiro del passaporto e del visto da parte di un addetto, poi si ruota tutti attorno allo stesso front office, sempre in “fila” chilometrica a serpentina (lo spazio è ristretto), dove un altro funzionario controlla e timbra i documenti che nel frattempo si sono accatastati in pile alte quasi un metro e che verranno poi passati ad un altro addetto, il quale, prima di riconsegnare il passaporto, vuole assicurarsi che fotografia e dati combacino con la persona giusta. Risultato: caos totale, in quanto dopo la consegna del documento si perde di vista la propria posizione nella pila di documenti accatastati e nel frattempo arrivano i bagagli proprio dietro ai front office. Tra l’altro chi arriva tra i primi si ritrova fra gli ultimi e dopo gli iniziali minuti la “fila” si dissolve trasformandosi in folla, dove ognuno urla il proprio nome quando vede il funzionario aprire un passaporto.

La tranquillità degli addetti regna sovrana; non è lo stesso per le centinaia di persone, tra l’altro stanche, che ruotano intorno.

Abbiamo notato alcuni turisti che in pochissimo tempo erano già al di fuori dell’aeroporto: il “percorso privilegiato”, ci è stato poi spiegato, è correlato alla particolare attenzione da parte dei malgasci verso il denaro.

Riusciamo finalmente a riappropriarci dei documenti e di tutti i bagagli e ci dirigiamo verso l’uscita costituita da un muro di persone che cercano di prenderti i bagagli e di trascinarti verso i loro pulmini. Eravamo preparati a ciò e sicuri, senza guardare nessun’altro, ci dirigiamo verso un uomo con un cartello dove è scritto il nome della struttura che ci ospiterà per la prima notte e che si occupa del nostro transfert. Il pulmino, con la metà dei vetri sporchi e l’altra metà dei finestrini mancanti, ha un sistema di eliminazione dei gas di scarico che sicuramente non inquina l’ambiente in quanto questi entrano direttamente nell’abitacolo … per fortuna i chilometri che ci separano dall’hotel sono pochi.

Arrivati, ci accorgiamo di seguito che saremo allocati nella “dependance”, poichè la struttura principale non ha più posto. In effetti le recensioni lette non erano quelle della dependance. Tra le lenzuola c’erano dei capelli e peli di varia natura che mi hanno convinta a dormire vestita, mentre il “bagno” non ha convinto nessuno di noi a fare la doccia. Il colore dell’acqua che fuoriusciva dal lavandino ci ha invece convinti tutti a lavarci con l’acqua delle bottiglie.

La mattina seguente la guest house ci propone la colazione tipica che ci accompagnerà per quasi tutto il viaggio: megabaguette, burro, marmellate e succo di frutta. Dopo aver fatto il vantaggioso cambio moneta direttamente dalla proprietaria dell’hotel, arriva finalmente la nostra guida. Devo ammettere che eravamo un po’ apprensivi perchè organizzare un viaggio via internet non dà la sicurezza che tutto fili liscio e la materializzazione del nostro unico punto di riferimento ci ha alquanto sollevati.

G. ha un po’ fretta, quindi carichiamo i nostri borsoni sulla jeep e partiamo verso il sud per allacciarci alla strada n°7, direzione Antsirabe. In effetti impieghiamo circa due ore ad uscire dal caos della capitale, nelle cui strade transita di tutto, dagli onnipresenti zebù che trainano merci, ai numerosi carrettini spinti a mano che sbucano ovunque.

Ci siamo subito resi conto delle condizioni di estrema povertà in cui vivono gli abitanti.

I sobborghi di Antananarivo (Tana) sono costituiti da migliaia di fornaci. Per diversi chilometri si vedono delle specie di paludi abitate, i cui argini sono ricoperti da mattoni accatastati ed alternati a vestiti e lenzuoli stesi sull’erba: in mezzo al paesaggio il vestiario forma una serie di chiazze colorate, che, oltre ad asciugarsi per essere utilizzato, può anche essere venduto al momento.

Durante il tragitto attraversiamo diversi villaggi caratterizzati tutti da una specialità artigianale: c’è il paese che lavora e vende la raffia, quello del legno, quello che produce piante, quello dell’ananas, ecc… con le bancarelle che si estendono lungo la strada principale. Molto bello e colorato quello che lavora la raffia, i cui prodotti sono anche presenti nei principali mercati delle grandi città.

Dopo circa 3 ore giungiamo nei paraggi di Antsirabe, per incontrarci con una persona che ci porterà in una delle principali mete del viaggio: assistere ad una cerimonia “famadihana”. Essa è caratterizzata da un rituale che si svolge di solito negli altopiani tra Tana ed Ambositra da giugno a settembre, in cui vi è l’esumazione e la risepoltura dei cadaveri dei propri defunti. Viene celebrata all’incirca ogni sette anni da ogni famiglia.

Mentre G. prende accordi con un conducente di pousse-pousse (assomiglia al risciò, ma molto più colorato), che ci porterà alla”famadihana”, noi “pranziamo” in una specie di pasticceria. Ci incamminiamo in mezzo agli altopiani per raggiungere il luogo della cerimonia e da lontano vediamo, su un cucuzzulo, quella che sembra una chiesetta, con intorno diverse persone. Arrivati sul luogo sembra di essere in una tipica sagra paesana: persone vestite a festa che banchettano tra rurali tavolini su cui viene disposto cibo e bevande, mentre a terra sono disseminate delle piccole botti termiche al cui interno vi sono delle specie di ghiaccioli. Notiamo che regna un clima gioioso e che la maggior parte dei maschi presenti è alquanto “alticcia”.

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Aperitivo sulla spiaggia



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