Sahara, una sorprendente Tunisia in 4×4

Da Tunisi a Ksar Ghilane attraverso il deserto (Grand Erg), i villaggi trogloditici e i laghi di sale (chott)
Scritto da: jessiejane32
sahara, una sorprendente tunisia in 4x4
Partenza il: 05/04/2014
Ritorno il: 12/04/2014
Viaggiatori: 10

Arrivati a Douz in serata, dopo esserci sistemati all’hotel El Mouradi (4 stelle con grande piscina interna ed esterna), ceniamo in centro, nel ristorate “Chez Magic” gestito dallo stesso simpaticissimo cuoco del tour, Mahjoub.

Prima di entrare, però, è impossibile non soffermarsi nella bottega a fianco del ristorante: un tenero vecchietto, curvo sul marciapiede, tagelmust bianca in testa e incudine tra le gambe, fabbrica in continuazione taccuini, braccialetti, borse, borselli, scarpe e ciabatte (per suole ritagli di copertoni), tutto rigorosamente in pelle, di cui il negozio alle sue spalle è straripante.

Da Mahjoub siamo una ventina di persone sistemate in un’unica lunga tavolata che va ad occupare quasi tutto lo spazio disponibile. Il servizio è di ottima qualità, per non parlare delle pietanze, di cui cominciamo a farci una cultura. A partire dall’harissa, una salsa a base di peperoncino rosso, aglio e olio d’oliva, servita in un piatto a metà col tonno e accompagnata da olive nere. Va mangiata intingendo il pane, e a piccole dosi per chi non ama particolarmente il piccante.

L’harissa è anche alla base della gustosa zuppa (meno piccante della salsa) servita come primo piatto, e composta inoltre da farro, ceci, prezzemolo e spezie, in cui va spremuta una fetta di limone: molto fresca.

Come entrèe però mangiamo prima il brik a l’oeuf (che di lì a qualche sera impareremo a cucinare nella piccola cucina del ristorante), specialità tunisina che si presenta simile a una crepe, di pasta filo, fritta nell’olio, con dentro un uovo intero fresco, patate bollite, capperi e prezzemolo. Si mangia a partire dal centro, tenendo i bordi con le mani. Per secondo ci viene servito un piatto di carne mista (pollo grigliato, agnello e salsicette di tacchino), con contorno di verdure fresche (cappuccio e pomodoro) e patatine fritte. Per finire fragole e banane e volontà. Il tutto annaffiato da un ottimo Pinot Noir (Carthage).

 

6 aprile 2014Da Douz a Tembain, nel Sahara

A colazione ci troviamo in hotel in compagnia di numerosi motociclisti pronti nelle loro tute in pelle per salpare nel Sahara a bordo di enduro appositamente modificate e attrezzate.

Qui tutti i veicoli infatti sono più o meno visibilmente modificati. Del resto, non si contano le officine meccaniche che si affacciano in strada. Il parco veicoli della Tunisia è piuttosto datato, ma è comprensibile: lo stress cui sono sottoposti è notevole a causa delle alte temperature, delle strade dissestate (quando ci sono) e della sabbia che si insinua dappertutto. Salvo casi eccezionali, pertanto, comprare un mezzo nuovo di zecca qui è una follia. Diffusissimi, per dire, sono i motorini tradizionali (rigorosamente guidati senza casco, magari anche con tre persone a bordo), sui quali è evidentemente più facile mettere le mani rispetto agli scooter, più nuovi, ma con troppa elettronica. I fuoristrada che affrontano le dune del deserto, poi – per lo più pick up Toyota, Nissan e Isuzu -, sono dotati di speciali filtri anti-polvere e snorkel, tubi verticali d’aerazione per il motore, applicati di lato, sul muso dei veicoli.

Davanti al ristorante di Mahjoub, e quindi in pieno centro, lo staff finisce di caricare tutto l’occorrente per il tour nel deserto con accompamento notturno. I bambini che incrociamo, intanto, ci sorridono e ci dicono “bonjour”, mentre i numerosi uomini seduti all’ombra, sugli usci delle abitazioni e dei negozi, ci guardano con rassegnazione. Qualcuno, specie se anziano, comprensibilmente non gradisce gli si pianti una fotocamera davanti al viso. Altri invece, specie i commercianti, fanno di tutto per attirare l’attenzione. Le donne, infine, tranne qualche anziana in abiti tipici e velo in testa, non si vedono: stanno in casa.

Mentre curioso nei dintorni, vengo invitata ad entrare in un negozio di souvenir e tappeti dal suo titolare, che si fa intendere molto bene in italiano: non tanto per vendermi a tutti i costi qualcosa, ma perché vuole mostrarmi l’album fotografico dei tour nel deserto (con dromedario) che lui stesso organizza su prenotazione. Da Douz infatti i turisti partono a bordo non solo dei 4×4, ma anche dei dromedari: più caratteristici, certo, ma che difficilmente si spingono fino a 50 chilometri più a sud dove inizia l’erg, il mare di sabbia vero e proprio. L’uomo mi conduce ad un salottino, che dev’essere il suo ufficio (sento che non c’è da preoccuparsi), e mentre poco dopo sfoglio l’album fotografico, devo continuamente rifiutare il classico thè alla menta. Alla fine della chiacchierata, me ne esco promettendo di inviargli via mail le foto che gli ho scattato per ricordo.

Douz (quasi 30 mila abitanti) vanta il maggior numero di palme di tutte le oasi del deserto tunisino: suddivise da recinzioni di foglie di palma, le piantagioni appartengono alle varie famiglie, che ne ricavano pregiati datteri (assolutamente da assaggiare quelli al naturale). Eppure la fertile cittadina viene chiamata “porta del Sahara”, perché basta dirigersi verso sud che ad un certo punto, di netto, davanti appare il “nulla”, come se si fosse stati di colpo catapultati su un altro pianeta: è la prima grande emozione.

Condotti da ottimi autisti autoctoni, cui il nostro tour operator si affida per portare i turisti-viaggiatori nel deserto, per alcune decine di chilometri seguiamo una strada battuta e assai polverosa. Al punto che capiamo subito perchè in questi posti sia necessaria una fotocamera tropicalizzata, obiettivi compresi, o avvolgere la macchinetta in un sacchetto di plastica fissato con degli elastici.

Per porre una barriera all’azione onnivora della sabbia, le stesse strade sono a loro volta fiancheggiate da lunghe e alte dune, sulla cui cresta sono conficcati graticci di foglie di palma. A livello strada, invece, notiamo spesso correre un tubo nero di gomma: Memeth, l’autista del comodo fuoristrada di cui sono passeggera assieme ad altre due compagne di viaggio, Bruna e Susanna, ci spiega che porta l’acqua dai pozzi alle stazioni di estrazione del gas, di cui la Tunisia è ricca.

Qui, alle porte del Sahara, la sabbia è chiarissima, bionda o meglio ancora dorata, perché mescolata ai sali del vicino grande lago salato Chott El Jerid. Più a sud invece il colore si fa via via più scuro, da rosa fino a diventare fulvo (il termine “Sahara” per gli arabi connotava originariamente uno spazio vuoto dal suolo fulvo): i granelli, del resto, si formano per effetto della “corrasione”, l’erosione delle rocce da parte delle particelle solide trasportate dal vento, o anche per le “esplosioni” delle rocce sottoposte a forti sollecitazioni dalle notevoli escursioni termiche. E sono così sottili, i granelli, che cominci a sentirli dappertutto: sulla pelle del viso, sulle labbra protette dal burrocacao, tra i denti. E alla fine non ci fai neanche più caso.



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