Safari in Kenya

Alla scoperta della Natura e di noi stessi
 
Partenza il: 06/08/2010
Ritorno il: 20/09/2010
Viaggiatori: 2
Spesa: 2000 €

Questa volta le decisione sulla vacanza estiva è stata partorita dopo un lungo travaglio, volevamo visitare l’Africa, vedere, toccare, respirare la Natura selvaggia, ma avevamo due limiti: uno, il budget; due, siamo viaggiatori indipendenti aborriamo le carovane di turisti. Proprio quando sembrava che non si potesse evitare l’uno senza sforare l’altro, se vuoi mantenere il costo ad un livello accettabile devi unirti ad un gruppo, siamo riusciti a trovare la nostra via. Si va in Kenya, la culla dell’umanità, 12 giorni di safari in campeggio accompagnati dal silente Richard.

L’Africa ci accoglie con il caos di Nairobi, non vediamo l’ora di scapparne, siamo purtroppo ben abituati a vedere palazzi, strade, macchine,smog, uomini, donne indaffarati che si muovono come formiche verso una meta sconosciuta, noi volgiamo evadere da tutto ciò. Fortunatamente possiamo partire subito perciò ci lasciamo alle spalle la capitale in direzione sud, verso il Masai Mara, il parco famoso per la migrazione di milioni di capi di Gnu, Gazzelle, Zebre che arrivano qui ogni anno ad inizio estate dal Serengheti (Tanzania) per poi tornare indietro verso Ottobre. Superato il cancello d’ingresso il panorama è mozzafiato: dolci colline, intervallate da erbose pianure, ecco la mitica savana dove trovano cibo centinaia di specie diverse di animali. Mi manca davvero il fiato, per l’emozione, ma anche perché mi rendo conto che non sono abituata ad uno spazio così ampio. Ovunque si volga lo sguardo si vedono placidi erbivori intenti a mangiare, sonnecchiare, giocare, lottare. In un posto come questo si torna bambini, quando ci si emozionava per ogni novità. Per noi cittadini, europei essere a pochi metri da quella natura selvaggia che noi abbiamo quasi distrutto è un’emozione indescrivibile. I tre giorni trascorsi a la Masai Mara ci hanno riservato sorprese continue: dietro ogni curva poteva nascondersi uno spaccato della quotidiana lotta per la sopravvivenza. Come quando ci siamo ritrovati vicino il letto di un fiume, essendo nella stagione secca il fiume è poco più di un rivolo, e abbiamo scorto un giovane leone, poi un altro ed un altro ancora, poi una leonessa e poi ci siamo resi conto che avevano appena catturato una preda. Uno dei leoni stava azzannando la gola di una zebra, che ancora scalciava provando inutilmente a divincolarsi. Poi una volta morta i leoni più giovani le si fanno intorno, ma con nostro grande stupore, solo uno affonda le zanne nella carne per mangiare, gli altri sembrano giocare. La spostano, la trascinano, la leccano. La povera zebra sembra diventata una bambola di pezza. Tuttavia non bisogna pensare che si tratti del macabro divertimento di un assassino. I giovani leoni sono accompagnati dalle madri e stanno imparando a cacciare, nel giro di qualche mese dovranno riuscire a cavarsela da soli e quello che a noi sembra un gioco per loro è un fondamentale passo per essere autonomi e quindi riuscire a sopravvivere.

Un’altra scena memorabile è quella degli gnu che si radunano lungo le rive del fiume, vorrebbero attraversarlo, dall’altra parte ci sono altri gnu e ad altri pascoli ad aspettarli, sono tanti che sembra no un’unica entità, provano a scendere le rive scoscese, noi siamo lì in trepidante attesa, gli obiettivi puntati il dito sul pulsantino della macchina fotografica, pronti a immortalare la traversata, ma non attraversano tornano indietro, poi di nuovo in avanti, sembrano indecisi, come se aspettassero un leader che prenda in mano la situazione, qualche gnu rinuncia e va via in fila indiana qualcun’altro arriva. Noi continuiamo ad aspettare e a non capire finché non ci spostiamo di qualche metro e riusciamo a scorgere lungo il fiume la sagoma inquietante di un coccodrillo, poi poco oltre un altro. Le bestie sentono il pericolo e nessuno di loro osa attraversare. Aspettiamo ancora insieme ai curiosi babbuini che nel frattempo si sono radunati lì quasi per godersi lo spettacolo, ma poi non resta che accodarci ai pazienti gnu che decidono di desistere e si incamminano in fila indiana oltre la collina.

Il fatto che avessimo visto tutto ciò già nei primi 3 giorni in un solo parco ci faceva pensare che forse il resto del viaggio sarebbe potuto essere meno interessante, i parchi meno belli, pochi animali. Ci sbagliavamo. Ogni parco ha una sua peculiarità e anche quando non si vedono molti animali, basta guardare i paesaggio per riempirsi gli occhi di bellezza. Dal Masai Mara siamo ripartiti in direzione nord, verso il Lago Nakuru, uno dei laghi salati della Rift Valley. Dall’alto del Baboon Cliff il lago sembra attraversato da un’onda rosa, sono centinai a e centinaia di fenicotteri che in questo lago ospitale trovano il loro nutrimento principale: una piccola alga blu-verde. Rimaniamo a guardare i fenicotteri muoversi leggeri nelle acque salmastre, a volte sembra che stiano danzando. Tanto i loro movimenti sono leggiadri quanto i suoni che emettono sgradevoli. Ma ancora una volta la fortuna è dalla nostra parte ed ecco poco oltre, su una radura la sagoma del più “strano” degli animali, il rinoceronte. Anzi, sono in tre, è una famigliola di rinoceronti bianchi. Con la loro corazza, gli arti tozzi e il lungo corno sembrano arrivati direttamente dalla preistoria, hanno un aspetto temibile ma a vederli muoversi paciosi mentre brucano l’erba si fa fatica ad immaginarli pericolosi.

Il giorno dopo lasciamo Nakuru per andare ancora più a Nord, verso L’Etiopia dove le strade diventano più polverose, la popolazione sempre più sparsa e povera. La strada è lunga e in alcuni tratti molto sconnessa, ma è la vita per le attività commerciali che sorgono lungo il ciglio e che hanno insegne altisonanti come Park View Hotel, o Eagle’s house, ma che non sono niente più che semplici costruzioni se non addirittura capanne tirate su con mezzi di fortuna. Il viaggio è lungo ma come sempre interessante, ci fermiamo per pranzo proprio all’Equatore. Intorno al punto di passaggio dell’Equatore sono sorte una decina di baracche che vendono souvenir turistici. Ci facciamo portare dentra una di queste da un simpatico ragazzo e dopo una lunga contrattazione riusciamo ad avere un prezzo onesto per dei braccialetti e una maschera. Siamo gli unici turisti perciò diventiamo un po’ l’attrazione della giornata, ma il momento indimenticabile è quello in cui il nostro amico rimane sbigottito di fronte alla notizia che in Italia c’è il mare e ci sono bellissime spiagge…<< Perchè, allora voi Italiani venite al mare, qui??>> Davvero non troviamo una risposta adatta e lo salutiamo. Sicuramente questo scoop lo racconterà per giorni e giorni! Impieghiamo tutto il giorno per arrivare alla riserva di Samburu. Come avevamo già visto durante il tragitto, il paesaggio è cambiato radicalmente, è più aspro, semidesertico. Insieme al paesaggio sono cambiati anche gli animali, le zebre hanno strisce più sottili e fitte, gli struzzi hanno le zampe blu, le giraffe le macchie più marcate, i leoni sono più magri, i muscoli sembrano bucare la pelle, le gazzelle hanno il collo lungo e si alzano su due zampe per riuscire a mangiare anche dagli arbusti più alti. La vita scorre lungo le rive del fiume Nwaso ed è proprio lì che ci siamo insabbiati, a poca distanza da una famiglia di elefanti. Con un po’ d’ingegno ne siamo venuti fuori abbastanza facilmente, ma non nascondo che stare senza la protezione dell’auto aumenta un po’ la tensione. Dalla fitta vegetazione che stoicamente cresce lungo le sponde del fiume sarebbe potuto uscire un leopardo come quello che abbiamo incontrato di lì a poco. Bellissimo, sinuoso e inquietante si aggirava nella savana alla ricerca di prede incurante del circo turistico che gli si era radunato intorno. Samburu è stata una piacevole sorpresa non ci aspettavamo di vedere tanta fauna in un ambiente tanto inospitale, ma è di nuovo tempo di muoversi, un lungo viaggio ci aspetta verso sud, destinazione Amboseli, la cartolina del Kenya: il Kilimangiaro, l’acacia e l’elefante al tramonto. Noi non abbiamo avuto il piacere di scattare questa foto, ma ne abbiamo decine di altre che ritraggono i mastodontici elefanti che popolano questo parco. Sono enormi, hanno zanne lunghissime e si muovono in branchi numerosi alzando una fitta polvere che fa sembrare ogni loro movimento sfumato. Per non parlare delle decine di iene che abbiamo visto aggirarsi come dei veri bulli di quartiere ma che hanno anche mostrato il loro lato tenero in compagnia dei cuccioli. Oramai il viaggio volge al termine, mancano solo i due parchi di Tsavo West and East, iniziamo a sentire quel formicolio allo stomaco che ci prende ogni volta che stiamo per finire una vacanza e iniziamo a pensare al rientro. Fortunatamente abbiamo modo di distrarci. Tsavo West ci accoglie con la spettacolare colata lavica di Shetani che pare stia lì da oltre 200 anni. Questo paesaggio lunare contrasta con le dolci colline che si scorgono in lontananza, ma siamo in Africa e non potevamo aspettarci niente di diverso. Proseguendo il viaggio ci addentriamo in un parco molto diverso dai precedenti, la vegetazione è molto più fitta e si attraversano formazioni rocciose plasmate dall’erosione del vento della pioggia. Facciamo una sosta alle Mzima Springs (sorgenti di acqua dolce che provengono direttamente da Kilimangiaro), siamo accompagnati da una guardia forestale armata perché si scende a livello del fiume, popolato da ippopotami e coccodrilli, ma il giro è piuttosto turistico e troppo regolamentato. Quando il giro termina siamo quasi sollevati, i tour di gruppo non fanno per noi, anche se solo per pochi minuti! E’ quasi ora di pranzo perciò Richard ci comunica che andremo verso il camping, noi immaginiamo un campeggio spartano tipo quello di Amboseli ed invece… sul fianco della montagna vediamo dei graziosi cottage quasi mimetizzati con l’ambiente, non possiamo credere che è quello il nostro camping!!Ed invece sì. Ma chiamarlo camping è riduttivo, è davvero favoloso. Una volta in camera ci accorgiamo che ogni cottage ha tre lati in muratura e uno tendato, un piccolo balcone si affaccia sulla radura dove nei periodi di pioggia scorre un ruscello, ma ora è rimasta solo una piccola pozza. Inutile dire che il panorama che si gode comodamente seduti è mozzafiato. Nel primo pomeriggio partiamo alla ricerca del rinoceronte nero, Richard ci avvisa che la ricerca non sarà facile, è molto difficile avvistare questi schivi animali, nonostante ci sia un’area recintata completamente dedicata a loro. Questa riserva nella riserva è stata creata per proteggere gli ultimi esemplari dall’estinzione causata dai bracconieri. Non siamo fortunati abbastanza da vedere un rinoceronte nero, ma come filosoficamente ci dice Richard:<>. Prima che sia buoi ritorniamo al campo e ci viene detto di non uscire da soli dalla stanza perché nei dintorni si aggirano predatori. Solo che una volta in stanza ci accorgiamo che non c’è modo per chiamare “la scorta”! Così come gli animali, anche per noi il motore è la fame quindi ci incamminiamo da soli verso il ristorante. Nessun problema, pensiamo che forse tanta premura sia un po’ esagerata. Più tardi, quando nel cuore della notte sarò svegliata dal ruggito di un leopardo cambierò idea, non esageravano!



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