Rosso UTAH e Rosso Arizona attraverso un Camper

USA 2005 APPUNTI DI VIAGGIO 6 agosto 2005, ore 21.00 – In volo da Minneapolis a Salt Lake City 6 agosto: Milano – Amsterdam – Minneapolis – Salt Lake City L’Airbus vola verso ovest. Ancora una volta dobbiamo sistemare l’orologio. Un’altra ora in meno. Siamo a -8 dall’Italia. All’orizzonte, verso nord, il cielo si tinge di una...
Scritto da: matteo-geoteo
rosso utah e rosso arizona attraverso un camper
Partenza il: 06/08/2005
Ritorno il: 28/08/2005
Viaggiatori: in gruppo
USA 2005 APPUNTI DI VIAGGIO 6 agosto 2005, ore 21.00 – In volo da Minneapolis a Salt Lake City 6 agosto: Milano – Amsterdam – Minneapolis – Salt Lake City L’Airbus vola verso ovest. Ancora una volta dobbiamo sistemare l’orologio. Un’altra ora in meno. Siamo a -8 dall’Italia. All’orizzonte, verso nord, il cielo si tinge di una sfumata fantastica dal nero al rosso: è il tramonto del Minnesota. A due ore di volo da Salt Lake City il mio orologio segna qualche minuto prima delle nove, quello di Francesca, fermo sull’orario italiano, indica invece le cinque! Alle nostre spalle, oltre a Minneapolis, abbiamo tre decolli e due atterraggi, undici ore di volo, 4 passaggi sotto metal detector vari, un paio di interrogatori (prima di partire e dopo lo sbarco negli stati uniti).

Francesca, sopravvissuta a decolli e atterraggi, dorme profondamente, io invece, reduce da un bicchiere di te bollente rovesciato sui pantaloni a mezz’ora dal decollo da Amsterdam (a lungo ci chiederemo di chi sia effettivamente la colpa…), mi godo i colori del tramonto cullato dalle note di Corelli.

L’aereo scivola leggero nell’aria calda del Minnesota; l’unica turbolenza è quella dei nostri stomaci, riempiti con ogni genere di schifezze agli orari più allucinanti e nell’ordine più illogico… dal tramezzino delle 14, il pranzo delle 18, il panzarotto di mezzanotte e, per finire, patatine e chicken tenders del Burgher King di Minneapolis…Alle due del mattino. E non credo che lo stomaco stia a guardare il fatto che qui siano le otto di sera…

Ora ci manca solo di ritirare la macchina e raggiungere l’albergo a Salt Lake City. Dove se tutto va bene, arriveremo verso mezzanotte…Le 8 del mattino, ora italiana…

Stella Verrà pietra brillante di sole, io sarò con te una febbre di luce…

Stella Verrà Per una grande donna laggiù Che non si sentirà più poi così sola.

7 agosto 2005, ore 20.30 (di Salt Lake City…L’orologio del computer ci ricorda che in italia sono le 4.30 di domani!) – In attesa del volo (già, si…Un altro aereo…) per Phoenix.

Non lo abbiamo voluto dire per scaramanzia…Però ora possiamo gridarlo. Almeno per quanto riguarda il viaggione di ieri, tutto è andato a gonfie vele! Tutto perfetto. E la “giornata” si è conclusa 28 ore dopo il suono della sveglia senza intoppi. L’aereo è atterrato puntuale a Salt Lake, i bagagli sono arrivati e la nostra fiammante “Neon” ci aspettava calda all’aeroporto. Anche con la strada per l’albergo siamo stati fortunati…Due curve e praticamente da solo lo sheraton è apparso tra i grattacieli della città, il manager dell’albergo ci ha portato i bagagli in stanza e ha parcheggiato la macchina…Neanche la mancia ha voluto! La stanza è fantastica…E abbiamo persino avuto la forza di fare un bel bagno rilassante prima di addormentarci profondamente… 7 agosto: Salt Lake City – Phoenix Il nostro corpo non ne vuole sapere. Abbiamo a disposizione un Queen Bed morbidissimo largo come due letti matrimoniali, una stanza principesca ma ci ritroviamo svegli alle 6.30 con gli occhi sbarrati…Forse perché in Italia sono le due del pomeriggio… Nonostante i diversi tentativi non c’è nulla da fare se non alzarsi, farsi una bella doccia e iniziare la giornata con una bella colazione…A base di salsicce, bacon, patate e uova strapazzate. In questo caso il mio corpo si è decisamente adattato agli usi e costumi americani.

Salt Lake City è la tipica città americana…Estesa, estesissima…Qualche grattacielo nel centro e nessuno per le strade…Ma dove sono tutti i 2 milioni e mezzo di abitanti? Con abilità usciamo dalla città verso l’Antelope Island, un parco nazionale in mezzo al lago salato, abitato da aironi, 750 bisonti e un numero imprecisato di moscerini. Nel percorrere la strada che collega la terra ferma all’isola il gran lago salato viene ribattezzato “Great Shit Lake”, a causa dell’odore di cloaca che lo contraddistingue…Ancora non lo sappiamo, ma di li a poco ci faremo anche il bagno! L’isola quasi desertica è in un contesto davvero particolare. I panorami sono così diversi da quelli cui noi siamo abituati. Improvvisamente mentre Francesca è alla guida, appare tra due cespugli la sagoma di un bisonte che si fa fotografare senza batter ciglio…Un bellissimo regalo e una bella emozione Fa caldo, caldissimo, tanto che è difficile stare senza aria condizionata. Un simpatico e disponibile ranger ci accoglie in un ranch aiutandoci a cercare gli aironi (che purtroppo non vedremo) e raccontandoci dei 4 giovani tenori che nessuno conosce (che cantano come i tre tenori…And maybe better!) Mentre ci dirigiamo verso la spiaggia una mandria intera di bisonti pascola in un prato, ricordando le immagini dei famosi film americani…Grande lavoro per la mia macchina fotografica! La temperatura invoglia decisamente a buttarsi in acqua, nonostante la puzza (che comunque non è così tremenda dove c’è la spiaggia), nonostante la lunga camminata sulla sabbia rovente, nonostante la sabbia rovente si tramuti in sale accecante e sale tagliente; nonostante la superficie dell’acqua e della spiaggia siano letteralmente coperte da moscerini e l’acqua sia schifosamente torbida e calda. La sensazione di rimanere a galla nell’acqua però è davvero da provare! Ora, 8 ore dopo il bagno dobbiamo invece ancora disinfettarci…Ecco perché l’aeroporto è vuoto…Stanno tutti lontani da noi!!!

10 Agosto – Camper – Sulla strada per Page.

Sono passati due giorni senza avere aggiunto nulla al diario. Due giorni intensi e carichi di novità. Prima di raccontare del ritiro del camper e dell’incontro con i nostri compagni di viaggio merita due parole il nostro arrivo, o meglio, il nostro volo per Phoenix.

In aeroporto l’aereo è partito qualche minuto in ritardo a causa di maltempo su Phoenix…Franci propone di partire il giorno dopo per paura di volare…Ma che sarà mai un po’ di pioggia… Appena dopo il decollo della nostra carretta del cielo (la Southwest Airlines è la Rayanair americana) ci facciamo cullare dalle nuvole e crolliamo tra le braccia di Morfeo. Il volo è abbastanza corto e appena il capitano (la capitana) annuncia l’atterraggio, ancora una volta mando indietro le lancette dell’orologio. Francesca appena appena apre un occhietto e chiede che tempo faccia fuori…Senza neanche guardare le dico che è sereno e lei dolcemente si riaddormenta. Ma appena mi volto per guardare fuori dal finestrino…ORRORE. Saette illuminano a giorno il cielo sopra Phoenix e i 20 minuti di giri sopra la città in attesa di riuscire ad atterrare zizagando tra le saette non sono stati esattamente tranquilli. Solo quando il 737-800 parcheggia al finger apro il finestrino e svelo alla Franci di che morte ha rischiato di morire… I bagagli arrivano miracolosamente anche questa volta e d il viaggio in taxi per l’albergo passa veloce nonostante la macchietta dell’autista nero e sbrigativo.

L’hotel (o meglio, il Motel) che abbiamo prenotato è di quelli tipici americani, quelli dei film, dove ti aspetti di trovare la refurtiva di una rapina in banca oppure il corpo di una donna assassinata nella vasca da bagno. Fortunatamente, a parte qualche scorribanda notturna, nella nostra one-ten room né cadaveri né dollari sporchi…Solo i sanitari un po’ rovinati (dov’è lo sheraton?) 8 Agosto: Phoenix – Black Canyon City La notte passa veloce (purtroppo non per tutti, vero gianluchino?)…E alle otto precise, dopo una notte di fulmini e saette, ci troviamo tutti in piscina e finalmente incontriamo i nostri compagni di viaggio.

Patrizia ed Enzo sono gli organizzatori del viaggio, Flavio è il fratello di Patrizia, Andreina, una cara amica di Patrizia. Infine Olly, un amico di Enzo e Patrizia, con la sua ragazza Viola. Ovviamente ci sono anche Vania, Massimiliano e Gianluca che hanno fatto il viaggio insieme a loro.

Siamo tutti abbastanza distrutti ma anche ansiosi di ritirare i grossi camper che ci attendono poco lontano. Per far passare le ore facciamo un bel bagno in piscina, qualche minuto nell’idromassaggio, la colazione e una visita al negozio di articoli sportivi poco lontano dove comperiamo una serie di articoli necessari al nostro viaggio: un palloncino da football, le freccette, una maglietta, un paio di antistress, qualche maglietta… Pranziamo da Mac Donald, dove il mio amore, reduce da una notte poco felice, incredibile ma vero, si mangia una grossa insalata con il pollo grigliato…Non vorrà mica diventare un ruminante?!?!? Fuori intanto piove e sotto la pioggia andiamo finalmente a ritirare i camion…Sbrigate le formalità per il ritiro, ci consegnano le chiavi…I camper hanno dimensioni impressionanti. Sono lunghi 10 metri ciascuno e alti quasi 5. Ecco i due camper con i rispettivi abitanti: 1. Papà Camper a. Patrizia ed Enzo b. Viola ed Olly c. Flavio e Andreina 2. Baby Camper a. Gianluca b. Vania e Massimiliano c. Francesca e Matteo Partiamo dalla stazione dei camper, ma ancora parecchie sono le cose da fare prima di partire. Dobbiamo caricare i bagagli e cercare di uscire dal parcheggio dell’albergo nel quale ci siamo rovinosamente incastrati. Subito dopo bisogna fare la spesa, così ci facciamo spiegare dove si trova il supermercato più vicino…Oltre a riesserci incastrati nel parcheggio, alla fine della spesa, notiamo il proprietario chiudere bottega e andare in vacanza …Solo noi del Baby Camper abbiamo riempito 2 carrelli con ogni genere di schifezze…In alcuni casi doppie o triple (visto che ognuno dinoi scorrazzava libero per l’intero supermercato e prendeva tutto quello che gli veniva in mente…). Morale della favola, 3 ore al supermercato e 320 dollari di spesa con uno scontrino tanto lungo che avremmo quanto meno potuto risparmiare sulla carta igienica! Dopo la spesa e i 1000 santi chiamati per uscire dal parcheggio partiamo sulla Higway 17 verso Flagstaff. Il traffico è intensissimo e la città non finisce mai. Intanto si fa tardi e diventa sempre più buio. All’orizzonte intanto un fortissimo temporale libera un numero impressionante di saette. Finalmente, dopo avere fatto il pieno, intorno alle otto e mezza ci fermiamo in un campeggio a Black Canyon City. Sistemiamo i camper, li colleghiamo alla pompa dell’acqua del campeggio e alla rete elettrica. Cuciniamo una carbonara che mangiamo su una bellissima tavolata e poco dopo cadiamo tutti in un sonno profondo.

9 Agosto: Black Canyon City – Tuba La prima notte in camper passa abbastanza indolore anche se la mattina alle sei e mezza siamo tutti svegli e pronti a mangiare. Con abilità in una buona mezz’ora sbrighiamo tutte le attività del buon camerista: svuotiamo il serbatoio delle acque grigie (almeno credevamo) e ci scolleghiamo dalla rete del campeggio. Sudati e affaticati ,nella piazzola accanto un vecchietto americano di 75 anni ha compiuto le stesse operazioni in 5 minuti…La cosa bella è che, da solo, guidava un Motorhome due volte più grande del nostro, portando al traino una jeep altrettanto grossa.

Ah, ovviamente abbiamo svuotato il serbatoio sbagliato (anche se non è stata completamente colpa nostra).

Così alle otto precise riprendiamo la strada per Flagstaff. Il panorama è incantevole, siamo circondati da deserto e un numero impressionante di cactus di ogni forma e colore. La strada sale velocemente e i nostri bestioni arrancano fino all’uscita per Sedona. Le 15 miglia che separano la HW17 da Sedona ci danno un assaggio di quelli che saranno i panorami della nostra vacanza. Rosse montagne stratificate erose da acqua e vento, dalle forme più bizzarre e coperte da pochi arbusti, sono intervallate ad ampie distese pianeggiante caratterizzate dalla stessa vegetazione. Una breve sosta a Sedona, la capitale del New Age americano, giusto il tempo di acquistare qualche porcheria e via verso Lo Slide Rock State Park, un piccolo canyon di rocce rosse dove moltissime vasche e scivoli naturali permettono di rinfrescarsi nelle gelide acque del fiume. 11 Agosto 2005, HW163. 15.30 – Alle spalle l’Antelope Canyon, in viaggio verso la Monument Valley Dopo il gelido bagno e un panino consumato sulle rive del torrente, partiamo verso nord. I camper sono ora costretti ad un duro lavoro in quanto la strada per Flagstaff si inerpica fino a 2200 metri in mezzo ad uno scenario fantastico. I chilometri, anzi, le miglia, passano veloci fino al campeggio di Tuba City dove decidiamo di sistemarci anche se non era esattamente quello che avevamo prenotato…Sembrava bello (e nota, sembrava bello…).

Piove. Meno male che questo è deserto. Per la cena ci dividiamo. Quasi tutti vanno da Mac Donald: con Francesca e Gianluca ci fermiamo invece in camper dove cuciniamo qualche bistecchina con l’insalata…Francesca rischia davvero di diventare un ruminate!!!

10 Agosto: Tuba City – Page (Lake Powell) La giornata non è delle migliori: il cielo è grigio e uggioso. Il campeggio non è neanche dei migliori e alcuni di noi preferiscono fare tutto in camper. Le operazioni di scarico e di scollegamento del camper dalla rete del campeggio sono oramai velocissime (siamo esperti!) e partiamo subito per Page, sul lago Powell dove sembra siano innumerevoli le attività possibili e i posti da vedere.

Prima di ricongiungerci alla HW98 un cartello artigianale indica la possibilità di vedere le tracce di alcuni dinosauri. Parcheggiamo quindi i nostri mezzi in mezzo a una radura di questo deserto dove veniamo accolti da un indiano che ci fa da guida ed effettivamente ci mostra le orme lasciate milioni di anni fa da alcuni dinosauri. Degne di nota sono le decine di centinaia di pietre tondeggianti, che accanto alle impronte, caratterizzano questo posto…Bene, sono cacche di dinosauro…Ed effettivamente ne hanno tutto l’aspetto! Salutato il nostro indiano con una piccola mancia, percorriamo sotto una pioggerella fastidiosa le 70 miglia che ci separano dalla nostra meta. La pianura lascia spazio a un imponente catena montuosa (rigorosamente color rosso); i nostri camper si inerpicano a fatica sulla ripida strada che termina con un impressionante canyon artificiale. Lentamente poi degrada verso Page e il lago artificiale creato da una maestosa diga di sbarramento.

Ci fermiamo al visitor center per capire quali siano le attività possibili intorno al lago e, subito dopo, parcheggiamo i camper nel campeggio che abbiamo prenotato il giorno prima. Il posto è a dir poco spettacolare: oltre ad essere una struttura molto bella, gode di una posizione incantevole di fronte al lago e agli scogli che lo circondano. Trascorriamo il pomeriggio cercando di organizzare la giornata seguente; purtroppo però non troviamo né le barche a noleggio che ci servirebbero per raggiungere il famoso Rainbow Bridge, né il posto per tutti con una delle odiose escursioni organizzate. Inizia a piovere e siamo costretti a preparare la cena all’interno del camper mentre Francesca intona sotto la pioggia le note del Faust con un bellissimo arcobaleno alle sue spalle.

Solo sul tardi smette di piovere, la serata è decisamente fresca e la giornata si conclude festeggiando l’onomastico di Enzo. Sullo sfondo le montagne, una luna decisamente “mistica” e un forte temporale.

Buona notte, lago Powell.

11 Agosto: Page (Lake Powell) – Monument Valley Ci svegliamo con il sole…Sembra incredibile dopo la giornata di ieri. Nonostante la delusione per non aver trovato la barca, l’umore è comunque alto e partiamo di buon ora per riuscire a incastrare tutto quello che abbiamo previsto per la giornata.

Un paio di stop nelle immediate vicinanze del campeggio ci consentono di avere una vista d’insieme dall’alto del lago Powell e delle incredibili formazioni rocciose e montagne che lo circondano e caratterizzano.

Prima vera novità della giornata è, poche miglia a sud di Page, l’Horseshoe Band, un’ansa del colorado a ferro di cavallo. Si percorrono ¾ di miglia su un facile sentiero di sabbia rossa per arrivare su questo trampolino naturale dal quale è possibile ammirare questo fantastico panorama… Gianluca sparisce, lo troviamo in meditazione su uno sperone roccioso… Tappa successiva è il famoso Antelope Canyon, una stretta gola di arenaria rossa erosa e modellata dall’acqua. Attendiamo le Jeep guidate da indiani Navaho, in quanto è l’unico modo per accedere al canyon. Un ragazzino autoctono ci fa da guida tra i tortuosi meandri della gola mostrandoci le più bizzarre forme che l’acqua ha creato nel corso degli anni…Francesca da spettacolo intonando un commovente Ave Maria di Shubert che echeggia nel Canyon facendo venire la pelle d’oca a tutti.

Il posto è affollato e poco è il tempo che abbiamo a disposizione, anche se sufficiente è per regalarci fortissime emozioni. Le prime di questa nostra avventura.

Partiamo quindi sulla HW89 verso la Monument Valley, sperando di riuscire ad arrivarci in tempo per il tramonto.

Venerdì 11 Agosto 2005 – 22.35 – Monument Valley Ce l’abbiamo fatta. Queste colonne di arenaria che si elevano solitarie dalla pianura desertica dello Utah sono impressionanti. La luce del tramonto, le nuvole grigie sullo sfondo e il rosso della roccia conferiscono a tutto questo un aspetto magico e particolare, tanto da lasciarci tutti a bocca aperta, in ammirazione di questo spettacolo naturale mai visto prima d’ora.

E’ tempo di tornare al campeggio che abbiamo prenotato poco prima. Prepariamo i nachos, gli spaghetti e gli hamburger. Dopo cena, improvvisamente si alza un forte vento ed il nero cielo del deserto si illumina di fulmini. Un violento temporale ci circonda e ad ogni fulmine appaiono magicamente le sagome dei torrioni della poco distante Monument Valley. Un altro regalo di questo posto fantastico che, giorno dopo giorno, si sta mostrando sempre più stupefacente.

Un tè caldo, qualche biscotto e pronti a dormire, in vista della imminente levataccia. Domani sunrise trip alla Monument Valley (alla faccia du caz…60 $!!!) Domenica 14 Agosto 2005 – 14.25 – Arches National Park – Strada per Moab 12 Agosto: Monument Valley – Moab Sapevamo che non sarebbe stato facile alzarsi alle quattro e mezza, ma aprire gli occhi e fare colazione col buio è stato, almeno per alcuni, ancora più duro del previsto. Così, dopo il consueto caffè latte e un paio di biscotti abbiamo sganciato il camper dal campeggio per andare all’appuntamento con il Navajo che ci avrebbe accompagnato con la Jeep attraverso il parco Nazionale.

Il giro in Jeep ha tutto il sapore del vero e proprio safari. La strada, a causa del violento temporale della sera precedente è davvero rovinata: fango, pozze d’acqua e buche ininterrotte. La nostra preoccupazione che l’indiano non facesse in tempo a portarci al posto giusto al momento giusto è venuta meno quando siamo arrivati in mezzo ad una distesa di arbusti qualche istante prima il sorgere del sole. Tre pinnacoli di roccia all’orizzonte, alcune nuvole e il silenzio assoluto sono stata la cornice di questa nostra splendida e fantastica alba nel deserto; una magia culminata nel momento in cui un lontano suono di flauto ha riempito l’aria e il silenzio con una dolce melodia. E’ Tano, un indiano Navajo che, ogni mattina, all’alba suona il flauto per pochissimi minuti…Questa mattina poi, la sabbia del deserto è pregna di acqua e la nostra guida ci racconta che in questa situazione i suoni si propagano per chilometri e chilometri. La gita continua come un avventura…La pioggia della sera prima costringe il nostro pilota ad acrobazie sulla strada. Non c’è nessuno in giro, solo noi e il deserto…Tra sobbalzi e saltelli arriviamo ad un arco naturale alla cui sommità c’è un buco. Francesca paragona giustamente questo luogo alla Cappella Sistina. L’indiano ci fa sdraiare sotto al buco e ci fa chiaramente vedere la forma di un aquila. Poi, prima di risalire in macchina ci fa vedere un fiore bianco particolarissimo (il fiore tromba) che fiorisce solo dopo i temporali. Infine prende un insetto con le mani e, senza ammazzarlo, lo schiaccia e gli fa uscire un liquido odoroso che ci spiega essere medicamentoso e indicato per gli herpes e le malattie della pelle.

Il nostro sunrise tour sta per finire, non prima però di vedere il Mocassin Arc e l’orecchio del vento: altri due spettacolari archi naturali che nel silenzio e nei colori del mattino si stagliano sul blu turchese del cielo dello Utah.

Rientriamo al punto di partenza per infilare gli scarponi e fare il giro a piedi di uno dei torrioni della Monument Valley. La passeggiata è piacevole per le prime due miglia per poi diventare estenuante sotto il sole rovente del deserto. Impressionante comunque ammirare queste meraviglie della natura così da vicino…È la nostra prima passeggiata nel deserto.

Siamo stanchi morti…Un po’ per il sole e molto per esserci alzati alle quattro e mezza…Dobbiamo però fare un viaggio di 140 miglia per raggiungere Moab, punto di partenza per le visite ai vicini parchi Arches, Dead Horse e Canyonlands.

Il viaggio, iniziato poco dopo una scorpacciata di pollo fritto è lungo e abbastanza stancante…Fortunatamente raggiungiamo Moab a metà pomeriggio… Troviamo subito un campeggio dove abbiamo tempo sufficiente per lavare i panni e sistemare la confusione sovrumana creatasi all’interno della nostra casa viaggiante.

La notte cala su questa calda cittadina dell’est dello Utah e ci concediamo il meritato riposo del guerriero…Qualcuno accende un po’ di aria fresca? 13 Agosto: Moab – Arches National Park Ci svegliamo finalmente riposati dopo la dura giornata appena passata. La nostra meta odierna è l’Arches National Park. Appena entrati nel parco puntiamo subito verso l’unico campeggio in quanto in questo e in molti altri vige la regola “first arrived, first served”. Il campeggio è splendido e gode di un panorama spettacolare. Troviamo due piazzole libere l’una vicina all’altra e subito partiamo per una passeggiata tra gli archi. Rimaniamo incantati da queste strutture così perfette da sembrare impossibile che siano naturali. La mia macchina fotografica lavora all’impazzata (la sera mi renderò conto di avere scattato 390 foto)…Le ore passano, attraversiamo il “Broken Arch” ed uno intero poco lontano…Poco oltre il Pietrified Dune Arche…È quasi l’una e il caldo si fa sentire: visti i programmi del pomeriggio decidiamo di tornare al camper, pranzare e poi partire per i prossimi sentieri.

Visitiamo così La north e la south window, il turret Arch e il double Arch…Rimanendo ogni volta più incantati e stupefatti…Ogni posto sembra più bello del precedente. Ogni volta c’è uno scorcio diverso…Ogni volta un arco ci regala una magia in più. Questo misto di emozioni culmina poi al termine dell’ultimo sforzo, dell’ultima salita verso il simbolo dello Utah, il Delicate Arch. Quest’arco di eleva leggero al bordo di un vertiginoso precipizio e di fronte a un anfiteatro naturale quasi come se, solitario, fosse il superstite di una serie di archi che circondavano l’anfiteatro. La cornice di questo posto unico è come al solito incredibile…Montagne fantastiche del parco nazionale sono lo sfondo di scorci e colpi d’occhio unici.

Francesca, dopo un delicato passaggio su uno strapiombo, intona un commovente “Lascia ch’io pianga” nel mezzo dell’arena, riscuotendo successo e complimenti.

Si sta facendo tardi e all’orizzonte appaiono le saette premonitrici di un imminente temporale. Tutti si affrettano a valle… solo pippo ed io ci attardiamo… Ed è così che sulle note di una fantastica e azzeccatissima canzone degli Eagles rientriamo al nostro bel campeggio dove accendiamo il primo fuoco della vacanza sotto un fantastico cielo stellato. La luna di tanto in tanto fa capolino tra le nuvole dando a questo posto fantastico un tocco di magia in più.

Francesca cerca invano di dialogare con una civetta, anche se è solo Flavio che alla fine risponde a tono…E intanto nessuno apprezza i Marsh Mellons del mio amore… Presto scivoliamo nei nostri letti in attesa di ammirare la prossima alba da questo belvedere.

Martedì 16 Agosto 2005 – 08.25 – Durante il viaggio per il Bryce Canyon National Park 14 Agosto: Arches National Park – Moab La sveglia questa mattina suona molto presto. Siamo in questo campeggio fantastico, un balcone naturale nel mezzo dell’Arches National Park e al di sopra di un immensa pianura al centro della quale serpeggia uno dei canyon scavati dal Colorado River. Scattiamo le foto appena prima del tramonto e appena il sole si affaccia su questo immenso panorama, facciamo colazione e ci prepariamo per partite per un lungo trekking, il “Devil’s Garden Hike“ che tocca tutti gli archi più famosi del parco: non per ultimo il lunghissimo e sottilissimo Landscape Arch.

Si potrebbe dire che si tratta sempre della stessa cosa, in realtà ogni scorcio, ogni angolo è un’emozione nuova…Il Double Arch (due archi sovrapposti) o un altro ancora a strapiombo sulle rocce cornice di un panorama mozzafiato. Ci sdraiamo attoniti di fronte a tutta questa meraviglia e percorriamo tutte e 9 le miglia del trekking, finendo di camminare intorno all’una del pomeriggio, con il sole alto e rovente.

Pippo arriva un’ora dopo, stanco e spossato ma con la faccia di quello soddisfatto…Si è beccato solo qualche insulto…Ma immagino che lo sapesse e che lo avesse messo in conto…Grande Pippo.

Dopo un panino per pranzo cominciamo la discesa verso Moab e quindi l’uscita dal parco, con l’unico desiderio di un supermercato, della sua aria condizionata e di un gelato…Già…Intervistando qua e la i miei compagni di viaggio sembra proprio che il desiderio che va per la maggiore sia proprio questo…Un gelato al supermercato!!! Il pomeriggio passa velocemente…Siamo tutti cotti dal sole e stanchi per la passeggiata…Vorremmo andare a dormire in un campeggio all’interno di Canyonlands, ma le 40 miglia che ci separano e la non certezza di trovare due piazzole nel l’unico campeggio fanno prevalere l’idea di passare ancora una notte a Moab…Certo è difficile stare in questo campeggio quando nel cuore abbiamo ancora la fotografia di quello di Arches.

La spesa al supermercato è il solito show di cavolate e porcherie…Oltre che a tutti quegli articoli necessari che servono a tutti…Come al solito ci passiamo due ore abbondanti (il gelato ce lo siamo dimenticato, ma il fresco, posso assicurarlo, ce lo siamo preso tutto!!!) Prima di tornare al campeggio, il Baby camper decide di percorrere qualche miglia lungo la strada che costeggia il Colorado River nel Canyon parallelo al parco nazionale. Le pareti verticali del canyon cadono a picco nell’acqua del fiume…Ed è questo il battesimo di questo corso d’acqua che ha modellato e caratterizzato il territorio di 4 stati…Durante una pausa poi, Francesca ci delizia con uno dei suoi spettacoli…Inaspettatamente entra vestita nel fiume…Calamitata dal fresco dell’acqua e dal caldo assorbito durante il giorno.

La sera, al campeggio, accendiamo la prima carbonella della vacanza, anche se la mancanza di un qualcosa che la accenda ci fa tribolare non poco…Tanto è che i membri del Papà camper optano per tonno e fagioli…La nostra T-Bone steak però gli fa una certa invidia…

Crolliamo spossati in un sonno profondo…La notte è calda e lunga nel nostro loculo…

15 Agosto: Moab – Canyonlands La sveglia del mattino suona inesorabile dopo una notte di caldo. E la giornata inizia all’insegna della cacca. Già, infatti: il tubo di scarico delle acque grigie e nere è bucato e, durante lo scarico, esce una quantità spropositata di liquame… Dopo lo spiacevole episodio il cui onore/onere è toccato agli eroi Pippo e Matteo salutiamo lo schifo-campeggio e partiamo per il Dead Horse State Park cui seguirà il Canyonlands National Park.

Alle spalle del visitor center del primo parco il panorama è mozzafiato. Per dirla alla Pippo..”ancora dobbiamo realizzare che sia vero”…Per dirla alla nonno Enzo “Se vuoi cambiamo canale…”. In ogni caso rimaniamo esterrefatti da quello che la natura è riuscita a creare in 400 milioni di anni. Una distesa infinita di strati di roccia erosi lentamente da due fiumi: il Colorado e il Green River che, nella parte meridionale di Canyonlands uniscono le loro forze e, un paio di centinaia di miglia più a sud-ovest creeranno insieme il famoso Grand Canyon. A Dead Horse Point, uno sperone roccioso 400 metri a picco sulla valle sottostante dove i cow boys rinchiudevano i cavalli, ci fermiamo in tutti i view points possibili, scattiamo le solite centinaia di foto e proviamo l’ebbrezza e l’emozione di affacciarci ai vertiginosi precipizi che caratterizzano questo immenso belvedere naturale. Dopo Dead Horse Point è la volta di Canyonlands. Anche in questo caso si tratta di un balcone naturale e lo spettacolo affacciandoci ai viewpoints non è da meno. Troviamo due posti nel piccolissimo ma splendido campeggio (senza servizi) del parco. Come nel caso di Arches, anche qui vige la regola del primo arrivato…Chi primo arriva…Alloggia…O meglio, ha diritto al posto per il suo camper. Un turista americano ci aggredisce accusandoci di avere occupato il posto da lui prenotato la mattina…Tutto si risolve quando, poco dopo torna scusandosi per avere commesso un errore e sbagliato a scrivere il giorno di arrivo.

Dopo il pranzo camminiamo ai bordi di un immenso cratere le cui origini sono da attribuirsi ad impatto meteorico o ad una risalita di un duomo di sale liquefatto dalla pressione della roccia sovrastante. Nonostante la giornata non sia eccezionale il caldo è davvero intenso…Nonostante tutto la passeggiata è più veloce grazie alla lezione di inglese di Francesca… Subito dopo percorriamo per intero la strada verso i due viewpoint più famosi del parco. L’ultimo, il Grand View Point, che, per un malinteso, raggiungeremo solo io e Gianluca (al ritorno a momenti ci tagliano la testa e ce la fanno a fettine per cena) è l’emozione più spettacolare del parco…Si cammina su una pinna (fin) di roccia con burrone a sinistra e a destra, per arrivare alla fine della semplice passeggiata dove si ha una vista a 360° di tutto il parco. Due poiane amoreggiano in volo, sfrecciando veloci sopra le nostre teste. All’orizzonte il sole si nasconde tra le nuvole regalandoci dei meravigliosi giochi di luce… Sono le sette di sera e la tappa successiva è il Mesa Arch, un arco di roccia bianca sulla sommità di una gigante arena naturale di arenaria rossa. Sedendosi sulla sommità di quest’arco è come essere seduti nel palco reale di un teatro alto 400 metri e lungo quasi un miglio. Non credo che le foto possano rendere l’idea… Al parcheggio di quest’ultima passeggiata raccogliamo un po’ di legna per il fuoco della sera…Ma riusciamo appena appena ad arrostire la carne che il buon Dio ci regala un po’ di acqua sulle nostre teste…Quel tanto che basta per annacquare il piatto con la braciola ai ferri e costringerci a una disastrosa ritirata in camper dove Gianluca ha dato il meglio di sé…Pur non avendo bevuto alcolici (non ne abbiamo mai comperati…) La notte invece il buon Dio si è un po’ arrabbiato e ha deciso di scaricare un intero oceano sui nostri camper, unitamente a una poco rassicurante dose di fulmini e tuoni sufficienti a non farci dormire per qualche ora…L’esperienza è stata davvero intensa…Il camper sferzato dal vento non sembrava esattamente la cosa più rassicurante in cui ripararsi, anche se il pensiero dei campeggiatori muniti di tenda ci ha presto fatto sentire fortunati. Sono ore lunghe, ore durante le quali, guardando fuori dal finestrino, si poteva vedere il buio della notte intervallato da accecanti saette che illuminavano a giorno il deserto del parco Nazionale…Quando finirà? 16 Agosto: Canyonlands – Bryce Canyon I programmi della mattina sono andati in fumo…O meglio…In acqua e nuvole, visto che il post-tempesta della notte è una mattina fredda e nebbiosa (che siamo nella pianura padana? Qualcuno accenda la luce!!!) Giovedì 18 Agosto 2005 – 19.15 – Al North Campground di Bryce Canyon La giornata è dedicata al trasferimento da Canyonlands a Bryce Canyon. Miracolosamente il viewpoint vicino al nostro campeggio, 400 metri a strapiombo sul canyon sottostante, è ancora intero e non si è rovinosamente disfatto per la violenza del temporale…Così, grazie alla bellissima luce del mattino e a tutti i colori creati dal panorama e dalle nuvole basse, riusciamo ugualmente ad ammirare lo splendido panorama di canyonlands e a saziarci di questa vista prima di lasciarci il parco alle spalle. Il viaggio, 320 miglia di tornanti e strade statali, è lungo e sicuramente impegnativo per il nostro Pippo-pilota che, comunque, se la cava egregiamente in quello che sarà il trasferimento più lungo e impegnativo della nostra vacanza. Attraversiamo il Capitol Reef National Park e scaliamo le sue montagne fino a 2900 metri di altezza…Il panorama sul parco è mozzafiato, così come lo sarà fino alla fine del viaggio, quando, poco prima di trovare posto nel campeggio al Ruby’s Inn, alle porte di Bryce Canyon, ci concediamo un assaggio del panorama che ci regalerà il parco nei prossimi giorni.

Prima di cena, Francesca ed io ci concediamo una meritata sauna notturna nel parco del campeggio…Seguirà un bel falò di fronte al nostro camper e una scenetta da Mac Gyver per cuocere le costine e i Wurstel senza la griglia che il campeggio non ha in dotazione… La prima notte a Bryce Canyon non passa così indolore, vista la temperatura di 5° C che nessuno si aspettava…Solo noi due abbiamo le coperte. I commenti del giorno dopo rendono bene idea della temperatura della notte… 17 Agosto: Bryce Canyon Suona la sveglia sul nostro primo giorno al Bryce Canyon…Prima ancora di colazione, stacchiamo tubi e tubicini del camper e corriamo al North Campground, per trovare due piazzole libere per le due notti successive. Siamo fortunati e ci sistemiamo velocemente dopo avere compilato la busta e inserito i 10 dollari per il pernottamento.

Finalmente sistemati ci concediamo la colazione mentre il Papà camper e i suoi membri ci aspettano impazienti. Una breve tappa al visitor center per le informazioni utili al nostro trekking e poi via verso il parcheggio dal quale partiremo per la nostra passeggiata; Bryce Point è la cima più alta del parco, 8400 piedi, quasi 2500 metri. La giornata non è fantastica, ma il cielo azzurro è costellato di innumerevoli nuvolette bianche e grigie che, forse, regalano al già splendido panorama che si apre ai nostri occhi un tocco in più di colore, poesia e magia.

Cominciamo la nostra discesa verso l’anfiteatro, il centro ideale del parco che ospita la maggiore concentrazione di guglie e pinnacoli. Il sentiero è precario e sembra che si possa sbriciolare da un momento all’altro sotto il nostro peso…Tutta questa meraviglia è infatti fatta quasi esclusivamente di ghiaia e sabbia che ora si stanno sbriciolando sotto l’azione del vento e dell’acqua.

Diversi sono i colori degli strati di questa friabilissima roccia: si passa dal bianco di quelli superiori al rosso intenso di quelli più bassi…Con tutte le sfumature possibili per le fasce intermedie… Man mano che continuiamo la nostra discesa ci immergiamo sempre più in questo dedalo di guglie e pinnacoli, intervallati da arbusti e abeti dal tronco a volte altissimo.

Percorriamo alcuni tratti dei Trekking più famosi del parco, il Pekaboo Loop, il Navajo Loop, e il Queens Garden Trail. Gli scenari e il paesaggio cambiano dopo ogni passo e dopo ogni curva del faticoso sentiero. Anche la luce che cambia per il passaggio delle nuvole conferisce al panorama un aspetto sempre vario e diverso.

Così, estasiati da questa meraviglia ma stanchi per il sole che si fa sentire nonostante l’altitudine, risaliamo verso il bordo dell’anfiteatro, senza mai ripercorrere la stessa strada. Solo dopo non poca fatica e dopo diversi litri di sudore perso, raggiungiamo il Sunrise Point e riprendendo fiato ci voltiamo ad ammirare, ancora una volta, questo regalo della natura.

Vania, Massi e Gianluca sono rimasti indietro, così, non appena in grado di parlare e di camminare, con la navetta ritorniamo a Bryce Point a riprendere i nostri mezzi. Recuperati i ragazzi torniamo al campeggio dove ci concediamo un pranzo ristoratore…Qualcuno cade addormentato ma qualcun altro trova la forza di rimettere in moto il nostro carro armato per andare a vedere il tramonto al Sunset Point. Qualche foto, la spesa…E siamo di nuovo al nostro campeggio dove tenacemente cerco di accendere il fuoco per cucinare le due costosissime bistecche comperate poco prima. Lo sforzo è stato fortunatamente premiato dal risultato ma la masticazione ha dato il colpo di grazia definitivo e la stanchezza prevale su tutto il resto…Il resto del gruppo si trascina al bordo dell’anfiteatro per ammirare il panorama illuminato dalla luce della luna…Noi invece, stanchi della giornata massacrante, cadiamo inesorabilmente tra le braccia di Morfeo… 18 Agosto: Bryce Canyon Questa mattina ci svegliamo con un’altra giornata di Bryce di fronte a noi. Francesca ed io siamo pronti per la nostra gita a Cavallo…Gli altri invece andranno ancora a camminare nel parco. Dopo la solita sosta al visitor center per le telefonate di Francesca e gli acquisti al Gift Shop, ci facciamo scaricare al Bryce Lodge da dove partiremo per la gita a cavallo.

Prima di partire, c’è sufficiente tempo per un giretto all’ennesimo Gift Shop e per un sano caffè Americano (gratis, quindi buonissimo…).

Comincia così la nostra avventura equestre. Michael e Blue Ribbon sono i nostri cavalli che ci vengono assegnati da un vero Cow Boy americane. Pensiamo che il minimo si confidenza che abbiamo con i cavalli sia necessario per una semplice passeggiata a cavallo di mezza giornata…Però ci sbagliamo di grosso! In primo luogo perché non si monta all’inglese ma all’americana…Per cui, tutto quel (poco) che sapevamo di cavalcate è andato a farsi benedire in un attimo…Secondo…La “semplice” passeggiata è una discesa di 300 metri su un sentierino a precipizio sul fondo dell’anfiteatro del Canyon! Poi le cose si semplificano e la vertiginosa discesa diventa poi una passeggiata in piano lungo il burrone per concludere con una serie di ripidissimi tornanti in salita per tornare al punto di partenza.

Tutto questo contornato da una serie di elementi perturbanti come: le flautolenze del cavallo davanti a quello di Francesca, i rami bassi degli alberi, i topicchi dei cavalli e quel matto di Michael che, in preda a manie suicide non faceva altro che camminare sul ciglio del sentiero…Forse si credeva un’aquila anzicchè un cavallo!!! Inconvenienti a parte, la passeggiata di quasi quatto ore è stata meravigliosa. Percorrere a cavallo i sentieri dell’anfiteatro di Bryce Canyon, circondati da guglie e colori, è stato come riscoprire da un punto di vista nuovo quei posti che tanto ci hanno emozionato il giorno prima.

Al termine della nostra cavalcata, i nostri amici Boy Scout ci assicurano che per almeno 3 giorni ci ricorderemo di loro ogni volta che ci siederemo o muoveremo le nostre gambe…Li per li non ci sembra che la situazione sia così drammatica…Ma di li a poco… Salutati gli accompagnatori, per occupare il tempo in attesa che i nostri compagni di viaggio ci tornino a prendere, riteniamo che la cosa migliore da fare sia precipitarci nel ristorante del lodge ed abbuffarci con tutto quello che la nostra affamatissima pancina può contenere! La nostra cameriera, Linda, ci coccola per bene durante tutto il pasto (ancora ci chiediamo se sia la cena in anticipo o il pranzo in ritardo)…Bisteccone megagalattico e per finire mega torta tristrato al cioccolato. (ogni tanto la porcheria americana ci vuole!) Come se ci fossimo dati appuntamento, appena usciamo barcollanti (un po’ per il ricco pasto e un po’ per la lunga passeggiata a cavallo) dal lodge, arrivano i nostri in soccorso e ci caricano nella nostra casetta. Prima di cenare ci arrampichiamo sulla collina vicina per vedere un emozionante tramonto…Appena il sole sparisce all’orizzonte, celandosi alle spalle dell’immensa foresta del parco, dalla parte opposta, come per magia, sorge tra le guglie del canyon una luna grossa e infuocata. Il tutto si fonde in un silenzio quasi irreale e una moltitudine di caldi e soffici colori del tramonto. Difficile trattenere l’emozione di un momento simile…C’è chi si fa sfuggire una lacrima, chi si apparta in meditazione e chi invece scatta innumerevoli fotografie… Scendiamo dalla collina stanchi per la lunga giornata ma felici ed emozionati per lo spettacolo cui abbiamo assistito. Non ci resta che cenare e andare a letto più presto possibile per non mancare l’appuntamento con l’amico sole cui abbiamo appena augurato la buona notte. 19 Agosto: Bryce Canyon – Zion Come ci siamo promessi, armati del coraggio necessario, ci siamo alzati prestissimo per non perdere l’alba su questo meraviglioso parco. Vista la notevole altezza del parco e delle montagne che lo circondano (siamo a 2400 metri!), i colori non sono così intensi come per esempio sul mare, ma l’incontro con il primo raggio di sole della giornata da sempre una carica e un emozione particolare.

Scendiamo dalla collina con in mente la colazione e lo sciroppo d’acero…Prima di ripartire verso lo Zion National Park. Ci separiamo per la prima volta dai nostri compagni di viaggio del Papà Camper. Loro proseguiranno per il North Rim del Grand Canyon, mentre noi andremo a Zion… Tutti dormono mentre io guido sotto una pioggia intensa. Il viaggio non è lunghissimo e presto, all’orizzonte notiamo l’inconfondibile sagoma delle montagne del parco nazionale. All’ingresso del parco i Ranger, metro alla mano, misurano le dimensioni dei camper per stabilire se può passare nello stretto tunnel oppure necessita di un trattamento speciale.

Ovviamente, vista la casa ambulante di cui disponiamo, ci viene riservata la seconda opzione. Il tunnel, alla modica cifra di 15 dollari, viene chiuso al traffico in modo tale che i mezzi “oversized” possano attraversarlo in centro al tunnel.

L’ingresso al parco è spettacolare, pareti di roccia levigate a perfezione dall’azione di vento e acqua, creano giochi di colore e forme uniche. Dopo il tunnel, la strada improvvisamente scende di quota con ampi tornanti…Ora capiamo perché una signora incontrata al primo campeggio ci disse…Bryce, lo vedi dall’alto al basso e Zion lo vedi dal Basso all’alto… Trovato posto nel South Campground, nonostante le nuvole minacciose all’orizzonte, decidiamo di salire su una navetta per fare uno dei tanti trekking che offre il parco. Ne scegliamo uno corto e adeguato all’orario e alle condizioni meteorologiche: l’Esmerald Pool Trail. Scesi dalla navetta allo Zion Lodge, un facile sentiero preparato porta verso una serie di giardini pensili naturali dalla vegetazione rigogliosa. Questi si trovano ai piedi di un’altissima cascata che purtroppo è in secca…Mentre pranziamo seduti su una roccia ci troviamo improvvisamente in compagnia di qualche scoiattolo. Divertiti dalla loro presenza cominciamo a fare fotografie, filmati e a cercare di avvicinarli con il cibo. Vania, spinta dall’entusiasmo ad un certo punto avvicina troppo la mano allo scoiattolo che, credendo si tratti di un qualche succulente boccone le addenta il dito… Nel frattempo comincia a piovere e ci incamminiamo velocemente verso il Lodge dove cercheremo di capire se è necessario fare qualcosa per il dito di Vania. Dopo un’oretta di attesa ci raggiunge una simpatica Ranger che ci rassicura e ci dice che queste cose capitano purtroppo perché molti turisti danno il cibo agli animali…(questi turisti indisciplinati…Ci chiediamo infatti come sia possibile che certa gente decida di fare queste cose…Ma come può venire in mente di offrire una nocciolina a questi dolci piccoli e simpaticissimi animaletti…) Tranquillizzati dalla Ranger, e svaligiato il solito Gift Shop, torniamo al camper. Intanto esce il sole che invoglia Vania e Massi a fare un’altra passeggiata (Pippo nel frattempo si era già perso tra le montagne…). Noi rimaniamo nel camper a sistemarci un pochino dopo le fatiche dei giorni prima. Poco alla volta rientrano tutti e il grande problema da affrontare è la cena da inventare con il frigorifero e la dispensa letteralmente vuote.

Nonostante tutto riusciamo a riempire i nostri stomaci affamati con spaghetti al pomodoro…Io accendo il fuoco nella speranza di riuscire ad arrostire il paio di wurstel avanzati…Solo che il falò ci affumica letteralmente e i wurstel vengono “alla fiamma”… La giornata non è stata eccezionale e, forse, la cosa migliore da tornare nel nostro loculo pensando alle avventure della giornata di domani.

20 Agosto: Zion – Page (Lake Powell) Sveglia a Zion, la mattina è fresca e piacevole. Intorno a noi si elevano le pareti verticali delle montagne del parco, di un colore rosso intenso in prossimità della valle per poi sfumare verso il bianco sulle cime più elevate. I buoni propositi di partire prima possibile vanno come al solito a farsi friggere e, dopo aver parcheggiato il camper al Visitor Center prendiamo la navetta che ci porterà a The Grotto, da dove comincia il sentiero che abbiamo scelto per la giornata di oggi.

Solo alle 11 partiamo per “Angel’s Landing”, l’atterraggio degli angeli; la salita è lunga e faticosa, anche se lo spettacolare sentiero artificiale, scavato nella roccia, agevola sicuramente la salita. La passeggiata diventa poi estenuante quando il sole riesce a farsi strada tra le montagne e, già alto nel cielo, inizia a picchiare davvero.

Arriviamo abbastanza tranquillamente fino al primo belvedere, lo scout Overlook, un balcone naturale 300 metri a picco sulla valle. Qui inizia l’ultimo tratto del sentiero, se si può chiamare tale: gli 800 metri lineari che separano questo punto dalla cima sono infatti interamente sul crinale della montagna ed il sentiero attrezzato con catene è circondato da due pareti verticali di roccia.

La vista dal basso del sentiero, unitamente al parere di alcuni suoi reduci, scoraggiano Vania alla salita e fanno tentennare Gianluca. Francesca nel frattempo si sta già arrampicando verso la vetta e io la seguo faticosamente stringendo in una mano la macchina fotografica e portando sulle spalle il pranzo e l’acqua di entrambi, il tutto sforzandomi di non guardare sotto.

Tutta l’arrampicata (possiamo azzardarci a chiamarla così) ci offre uno spettacolare panorama che culmina sulla cima dove, tra un angelo e un altro, la vista sul Zion è a dir poco fantastica. Dopo poco ci raggiunge anche Pippo che ha dato libero sfogo a tutto il suo coraggio e noncurante dei 400 metri di strapiombo ha deciso di sfidare la sorte arrampicandosi anche su questa cima.

Durante la discesa, rincontrati Massi e Vania, rimaniamo esterrefatti vedendo un alpinista arrampicarsi su un costone di roccia liscia e verticale… Il ritorno alla fermata della navetta è lento ed estenuante…Le ginocchia fanno male e il sole è davvero forte. Appena arrivati a valle, uno ad uno ci buttiamo sotto l’unica fontana e ci godiamo una meritata sosta dopo le 5 ore di camminata (e scalata). Lo Zion Free Shuttle ci porta al capolinea del parco, dove, dopo un paio di miglia di facile sentiero pavimentato, inizia il famoso percorso dei Narrows: un canyon lungo 16 miglia da percorrere seguendo il percorso del Virgin River…O meglio, direttamente “a mollo” nel Virgin River. Nonostante il “benventuto” di un gruppo di ranger che soccorrono una ragazza che si deve essere fatta male nel canyon, non possiamo perdere l’esperienza e, armati del coraggio necessario ad entrare vestiti nell’acqua gelata, iniziamo la nostra avventura di un paio d’ore nel fiume. Vista l’altezza dell’acqua in un punto della gola, non possiamo portare gli zaini con noi e ci dividiamo in due gruppetti alla scoperta di questo posto fantastico.

Non avendo né il tempo né l’attrezzatura, non possiamo addentrarci troppo nei Narrows come vorremmo, ma capiamo quanto possa essere esaltante l’esperienza…Che dire se non…Ci torneremo! Il ritorno al visitor center e al nostro camper completamente bagnati e con le rane nelle scarpe è abbastanza ridicolo…E ognuno di noi non vede l’ora di liberarsi degli scarponi e delle calze inzuppate di acqua gelida.

Dopo esserci cambiati le mutande fradice ed aver cambiato le scarpe, non possiamo fare a meno di fare la spesa prima di partire per Page. Qui rincontreremo il Papà camper e dove ci racconteremo le nostre esperienze al campeggio che ben conosciamo di WhaWheep bay.

Ci lasciamo alle spalle il parco dello Zion percorrendo una splendida vallata le cui splendide montagne sono state erose dall’azione combinata di vento e acqua…Anche qui i colori e le forme sono spettacolari e così diverse da quello a cui noi siamo abituati… A Kanab decidiamo di fermarci fuori a cena (ci concediamo questo lusso, vista la cena della sera precedente) e ci ritroviamo, per merito di Pippo, al Movie Set Pub…Dove prima di cena gironzoliamo per abitazioni e baracche allestite per famosi filme western. La cena, servita dalla figlia della vecchia del Minnesota (la moglie di Pippo), è deliziosa e abbondante e si conclude con la vera Apple Pie di nonna papera! Satolli e ubriachi di birra, intorno alle 10.30 partiamo per Page lungo la strada infestata dai Cervi (secondo la vecchia del ristorante)…Ma di cervi, non si è vista neanche l’ombra. Arriviamo a Page poco prima di mezzanotte (scopriremo più tardi che sono le 11 e che abbiamo guadagnato un’ora), il Papà camper ci aspetta con ansia per dirci che il giorno dopo ci dovremo svegliare alle 6 per ritirare in tempo le barche che abbiamo noleggiato per la nostra gita sul lago Powell (finalmente ce l’abbiamo fatta!!!) Quindi…Subito e di corsa…Tutti a nanna!!! 21 Agosto: Lake Powell – Rainbow Bridge La sveglia suona ancora presto…Forse per l’ultima volta…Fortunatamente ieri abbiamo guadagnato un’ora sconfinando dallo Utah all’Arizona…Fatto sta che sono sempre le 6 del mattino. Muoviamo i camper e li parcheggiamo alla Marina di WhaWheep dove abbiamo prenotato le 2 Powerboats per tutta la giornata di oggi.

Sbrigate le formalità ci accompagnano al molo dove prendiamo possesso dei nostri “bolidi” bianchi…La partenza è abbastanza fantozziana: nessun membro della Baby Barca ha infatti mai portato una barca prima…Soprattutto con un motore da 150 cavalli! A questo si aggiunge il fatto che il motore era freddo e ci sono voluti 20 minuti abbondanti per farlo partire! La nostra destinazione è il famoso Rainbow Bridge, il più grande arco di pietra naturale al mondo. Alto 88 metri e largo 85. Navigare nel lago Powell è tutt’altro che semplice. Si tratta infatti di un lago artificiale che ha riempito un intricatissimo canyon scavato dal Colorado e dai suoi affluenti nel corso dei millenni. Così armati di coraggio (per guidare la barca), di carta nautica (poi rivelatasi una carta per la pesca) e di Navigatore Satellitare (mitico Pippo), siamo riusciti in poco meno di tre ore a raggiungere la nostra meta, navigando in canyon a volte strettissimi a volte ampi e assolati. A metà della navigazione, percorrendo un ampio bacino circondato da montagne che ricordano la Monument valley, un F-18 è sfrecciato sopra le nostre teste…Per me è stato davvero emozionante.

L’ultimo tratto di canyon verso il punto di attracco per l’arco è stretto e la navigazione richiede la massima attenzione. Ma lo spettacolo che la natura (in questo caso unitamente all’azione umana) ci offre è davvero esaltante. Queste rocce perfettamente levigate dall’acqua, di colori che variano dal rosso intenso al bianco, cadono a picco nelle scure acque del lago…La luce del sole, l’ombra delle montagne, l’azzurro intenso del cielo si fondono insieme a rendere questo posto unico in tutto il mondo.

Ormeggiate le barche dobbiamo percorrere 1 Miglio e ¼ sotto il sole rovente di metà Agosto, ma anche in questo caso possiamo sicuramente dire che ne valeva la pena. Un giovane e solitario Ranger siede di guardia a questo monumento naturale, sacro per gli indiani Navajo ed è lieto di raccontarci qualche cosa a riguardo.

L’arco è stato per la prima volta scoperto da un occidentale nel 1909, quando l’idea della diga che ha creato il lago era ancora lontana. Il Ranger ci fa notare di essere in uno dei posti più remoti degli stati uniti (a circa 50 miglia dalla Città più vicina), e che ci dobbiamo ritenere dei privilegiati in quanto, visto il basso livello delle acque del lago, che solitamente lambiscono l’arco, riusciamo ad ammirarlo nel suo originale splendore. Con la costruzione della diga e la conseguente formazione del lago Powell, l’accesso all’arco è diventato più semplice e non è più necessario percorrere 21 miglia a piedi sotto il torrido sole del deserto come era invece necessario prima del 1963.

Ci lasciamo alle spalle questo spettacolare gioiello della natura (insieme all’apprezzatissimo ranger) randendoci anche conto di avere avuto un’altra grande fortuna, e cioè di essere arrivati abbastanza presto per evitare l’orda di turisti che di li a breve avrebbe affollato l’unico punto a disposizione per ammirare e fotografare il Rainbow Bridge.

La navigazione al ritorno è altrettanto affascinante e spettacolare, in più, rispetto all’andata, approdiamo su una spiaggetta per un bagno rinfrescante e un panino. Più passa il tempo, più ci rendiamo contro di quanto questo posto sia incredibile…Talmente bello da sembrare finto…La cornice del nostro pranzo è così unica che Flavio, scattando una foto, dice che la farà vedere per anni ai suoi amici.

Con Pippo scatenato al timone, Vania e Francesca sdraiate al vento di prua si divertono saltando le onde…E tutti insieme ci stanchiamo per bene sotto il sole cocente. Dopo i due rifornimenti scendiamo dalla barca ubriachi di acqua, sole e del rumore assordante dei 150 cavalli del motore, ma felici e soddisfatti per la splendida giornata.

La serata inizia con un’adeguata spesa al supermercato…Finalmente una T-Bone steak, vino, gelato e Rhum…Tutti vizi che, fino ad oggi non ci eravamo concessi. Appena rientrati in campeggio, sulle note di una esaltante musica Country, prepariamo un fuoco degno di questo nome per avere una brace degna delle nostre T-Bone!!! La cena inizia tardi ma con tanta carne sul tavolo quanta mai ne abbiamo avuta…L’alcool scorre a fiumi e i risultato lo scopriremo domani mattina…Vania cede per prima, seguita a ruota da Massimiliano e dal sottoscritto…Pippo e Francesca allieteranno fino a tarda ora i campeggiatori con le loro str…Hem, con le loro cose serie.

22 Agosto: Page (Lake Powell) – North Rim (Grand Canyon) Ci svegliamo comodamente, ma cotti a puntino dalla giornata precedente. Il tempo non è fantastico, anche se il sole che a tratti si fa largo tra le nuvole è davvero caldo. Oggi ci separiamo dal resto del gruppo e ci rincontreremo solo dopodomani sera in un campeggio alle porte di Phoenix. Dopo i saluti, ognuno va per la sua strada. Noi torniamo sulla strada dalla quale siamo arrivati i primi giorni della nostra avventura e attraversiamo il deserto fino al bivio per il Grand Canyon National Park. La vegetazione cambia rapidamente e le rocce rosse del deserto lasciano spazio ad una rigogliosa vegetazione di pini e Abeti.

Prima di entrare nel parco il Little Colorado, affluente dell’omonimo fratello maggiore, ci regala già qualche Canyon che preannuncia lo spettacolare panorama che ci si sarebbe di li a poco spiegato ai nostri occhi.

Chilometro dopo chilometro, o meglio, miglio dopo miglio, varchiamo le soglie del parco ed al primo viewpoint ci imbattiamo nel maestoso Grand Canyon. L’impatto non può lasciare indifferenti, anche se dopo tutte le meraviglie che abbiamo visto, ci sembra di guardare qualcosa di molto simile a Canyonlands e meno spettacolare di Bryce o Arches. In realtà il Grand Canyon nasconde tante sorprese per godere delle quali è necessario spingersi oltre il primo terrazzo panoramico.

Dopo un pranzo consumato in una pic-nic area poco distante dal Rim della parete a strapiombo del vulcano, ci fermiamo ai successivi overview e, all’ultimo ci imbattiamo in uno stormo intero di Condor della California che si esibiscono con leggiadre acrobazie la cui cornice è cielo di questo splendido parco. Prima di trovare il campeggio nel quale abbiamo deciso di passare la notte, ci imbattiamo in un coyote che timidamente si avvicina al ciglio della strada.

IL campground che abbiamo scelto è enorme e molto semplice. I loop per raggiungere la piazzola che ci è stata assegnata (la penultima disponibile per il camper delle nostre dimensioni) è strettissima e Massimiliano abilmente si cimenta nel gioco “evita il ramo – evita il campeggiatore – stai nella stradina”. Questa si trova esattamente di fronte ai bagni…Rassegnati e non proprio entusiasti torniamo al rim del Canyon e parcheggiamo il mastodonte per una breve passeggiata.

Il panorama dal famoso Mother Point è mozzafiato…Le pareti quasi verticali del canyon sprofondano per quasi 1600 metri fino alle rive del Colorado che, pazientemente, ha creato questo severo paesaggio che velato da una leggera umidità sembra dipinto su una tela e non reale e concreto.

Rapidamente il canyon si colora di rosso fuoco…È il sole che tramonta su questa fresca serata di fine estate. In fondo al canyon la temperatura però può salire fino a 50°! Dopo avere ammirato il tramonto torniamo al nostro campeggio, ansiosi di ammirare il passaggio degli ospiti diretti ai bagni che praticamente sono adiacenti alla nostra piazzola. Sulla base dei tempi di permanenza riusciamo persino a capire cosa sono andati a fare…Con alcuni siamo addirittura diventati amici… Beh, cercando di sorvolare questo poetico particolare, la serata passa veloce. Accendiamo con la legna rimasta uno dei nostri ultimi fuochi per cucinare una delle due ultime fanta-bistecche che Gianluca ed io ci siamo comperati. Purtroppo la brace è molto lontana dalla griglia e la carne non si cuoce benissimo…Il risultato è un mattone stopposissimo che riusciamo a ingurgitare a fatica.

Solo un tè caldo corretto al Rhum, unitamente a tanta pazienza ci fanno trovare la forza di andare a letto senza sentirsi la suola sullo stomaco…Vedremo domani… 23 Agosto: North Rim (Grand Canyon) – Meteor Crater La sveglia, questa mattina, è stata data dal via vai di gente nei pressi dei bagni e dai vari sciacquoni…Ci sentiamo alla fine di questa lunga vacanza e siamo tutti abbastanza stanchi. Francesca ed io decidiamo che questa mattina, dopo l’ennesima capatina al gift shop più vicino, non faremo escursioni o passeggiate, ma con la comoda navetta gratuita offerta dal parco, percorreremo il bordo del Canyon (il Rim). Vania Massimiliano e Gianluca, invece, percorreremo lo stesso tratto a piedi e ci incontreremo alla fine.

Dopo esserci districati nel dedalo di stradine del Canyon Village troviamo l’inizio del Rim Trail, scarichiamo i ragazzi e proseguiamo per la Market Square. Tralasciando l’elenco degli acquisti e dei soldi spesi, dopo un paio d’ore, ritenendoci soddisfatti, siamo ripartiti verso il capolinea dello shuttle bus. Preparati i panini per tutti, e riempito lo zaino con tutto quello che poteva contenere, abbiamo cominciato il nostro tour con vista Grand Canyon. Durante l’affascinante tratto di 12 miglia. È cresciuta in noi l’amarezza di non poter vivere il Grand Canyon allo stesso modo di come abbiamo fatto con gli altri parchi. Siamo troppo stanchi e la passeggiata fino al Colorado è di quasi 10 miglia, senza contare il fatto di dover tornare indietro e soprattutto della temperature elevatissime.

A circa metà del percorso incrociamo Gianluca intento nella sua lunga passeggiata e sintonizzato a qualche musica tibetana con il suo fedele iPod. Mentre ammiriamo in panorama da uno dei viewpoint in cui l’autobus ci scarica all’orizzonte si profila inconfondibile la sagoma di un temporale che si avvicina con tutta la sua furia e la sua violenza. Mentre aspettiamo l’arrivo dei nostri compagni di viaggio al termine del trail (manco a dirlo c’era l’ennesimo gift shop…), il temporale si scatena all’orizzonte in tutta la sua violenza, regalandoci spettacolari saette e fantastici giochi di colore. In tutto questo, un distinto e simpatico barbone, accovacciato su una riccia, suona dolcemente una vecchia armonica le cui note si perdono nell’immensità di questo panorama.

Insieme alla pioggia arrivano finalmente i ragazzi, per ultimo Pippo (che non si smentisce), spossato ma contento. In attesa che spiova cerchiamo tutti invano di fotografare e filmare le saette su questo splendido panorama…Non appena il tempo ce lo consente, riprendiamo una saltellante navetta che ci riporti indietro al Camper. Durante questo divertente viaggio, in compagnia di un simpatico gruppo di ragazzini tedeschi abbiamo intonato canzoni, inni e urla a ritmo degli innumerevoli sobbalzi che ci ha regalato questo simpatico bus.

E’ ora di risalire il camper e di lasciare anche questo parco nazionale; ora davvero dobbiamo prendere la strada del ritorno e la nostra destinazione finale, che raggiungeremo dopodomani, è Phoenix.

I panorami e i microclimi cambiano in questo stato con una facilità spaventosa: da una vegetazione di tipo montano arido, caratterizzata da più o meno radi sempreverdi e da una gradevole temperatura di 20/25°, si passa ad un caldo arido deserto, lungo la strada per Flagstaff, per attraversare poi le San Francisco Mountains ad una quota di 2500 metri dove, insieme a una lussureggiante vegetazione di tipo nord alpino abbiamo persino visto un po’ di neve ai bordi della strada, residuo di una leggera e recente nevicata. La strada degrada velocemente verso Flagstaff che lasciamo abbastanza rapidamente alle nostre spalle su un’affollatissima autostrada che fa parte della mitica Route 66. Intorno a noi di nuovo il deserto e un violento temporale all’orizzonte. In lontananza distinguiamo le pendici simmetriche del famoso Meteor Crater, usciamo dall’autostrada e pernottiamo in un campeggio a 6 miglia di distanza di questo monumento naturale che visiteremo domani mattina.

La nostra giornata si conclude con i colori rosso fuoco di un fantastico tramonto sul deserto e una rilassatissima doccia negli splendidi bagni di questo sperduto campeggio. Questa sera, purtroppo, niente fuoco, niente brace, niente carne. Chissà se qualche alieno rapirà Francesca? Vedrò eventualmente di barattarla con Massi e Gianluca… 24 Agosto: Meteor Crater – Phoenix E’ l’ultimo giorno di camper. Non abbiamo più trekking impegnativi o intense giornate di fronte a noi. L’atmosfera è rilassata e siamo poco proiettati verso un fare le cose velocemente. Così, dopo una sveglia ad un orario finalmente umano (anche se aiutata dalla vicina autostrada), una tranquilla colazione e una sana chiacchierata all’aperto, ci muoviamo per il vicino Meteor Crater. Visitiamo questo cratere, creatosi a seguito dell’impatto di un meteorite 50.000 anni fa, accompagnati da una guida che nel suo discorso introduttivo ci minaccia adeguatamente assicurandosi che non lo interrompiamo durante la passeggiata esterna. Nell’ora che passiamo in sua compagnia ci descrive la storia e tutte le caratteristiche del cratere dilungandosi anche in particolari interessanti come la flora e la fauna locale (ricordiamo con piacere l’acqua di colonia dei Boy Scout e il Tè dei Mormoni.

Conclusasi la visita, appena dopo una breve capatina all’ultimo gift shop, ci rimettiamo in viaggio verso la nostra prossima destinazione. Francesca ed io intanto cominciamo a preparare i bagagli…Impresa non da poco da gestire scaglionata, considerando quello che potrebbe succedere se tutti e 5 contemporaneamente ci mettessimo a fare le valige all’interno del seppur grande camper! Mentre viaggiamo ci rendiamo conto che andare anche al Petrified Forest National Park sarebbe un viaggio troppo lungo e che non ce la faremmo mai a raggiungere il Papà camper nei tempi stabiliti. Ci consoliamo con una sosta da KFC (Kentucky Fried Chicken) per l’ultimo pollo fritto di questa vacanza (il secondo a dire il vero)…L’esperienza è drammaticamente esilarante visto che la signorina ultrasessantenne che ci ha servito ha fatto quello che voleva delle nostre ordinazioni (forse nessuno ha avuto quello che aveva chiesto!).

Usciti satolli da KFC abbiamo trovato il modo di liberarci di quanto abbiamo avanzato nel corso della nostra vacanza…Un ragazzo indiano abbastanza malandato si è avvicinato chiedendoci qualcosa da mangiare…Ed ha ottenuto pasta, chili, marsh mellons, coca cola, wurstel ecc ecc…Se non è rimasto secco per i marsh mellons ci ringrazierà a vita! Satolli per la mangiata, prepariamo un caffè e prepariamo l’itinerario per Phoenix. Puntiamo così verso sud e ancora una volta, per l’ultima, in questa vacanza, questi due stati (Arizona e Utah) ci regalano l’ennesimo spettacolo. In poche miglia passiamo da 1000 a 2500 metri, da un clima desertico senza neanche un arbusto ad un paesaggio canadese fatto di sempreverdi. La discesa sul versante sud è invece caratterizzata da latifoglie che lasciano poi spazio a un deserto di cactus giganteschi.

Siamo stanchi, fuori fa davvero caldo, sbagliamo strada un paio di volte e l’atmosfera nel camper si fa tesa…Solo dopo qualche ora e dopo un bel po’ di tempo speso nella ricerca di un campeggio, abbiamo la possibilità di rilassarci e di rinfrescarci nella piscina di questo campeggio di ultra 55enni dove ci hanno accolto un po’ per gentilezza e un po’ per pietà! C’è chi finisce di fare la valigia, chi prepara la cena e chi cerca di mettersi in pari con le pagine del diario. E’ ora di andare a letto, si prospetta una notte lunga e calda che preannuncia la giornata di domani…Non facciamo rumore, altrimenti i vecchietti ci sbattono fuori dal campeggio…O peggio, ci impalano sul possente cactus che domina l’intero camping! 25 Agosto: Phoenix – Las Vegas Come predetto la notte ci siamo sentiti come pancakes in un forno (per rimanere in tema). Ci siamo svegliati tutti alle 6 del mattino, appena cioè un raggio di sole ha acceso il cielo e arroventato l’aria, al di sopra di quei 30 gradi notturni! La mattina passa veloce e piena di cose da fare…Dobbiamo pulire il camper, raggiungere il luogo della riconsegna in un traffico non da poco (riconsegnare il camper intero). Tutto procede liscio ma con 110° F (più p meno 45° C) che letteralmente ci distruggono. Lasciamo Cruise America con 3 taxi che ci lasciano all’aeroporto di Phoenix 2 ore prima della partenza dei nostri voli. Qui il gruppo si divide: Olly e Viola tornano a Milano, noi andiamo a Las Vegas, gli altri volano a San Francisco. Purtroppo non partiremo dallo stesso terminal e non ci rimane altro se non un saluto veloce e fugace con tutti, con la promessa di rivederci presto da qualche parte in Italia.

Siamo di nuovo soli, siamo di nuovo in aeroporto, passiamo nuovamente ai severissimi controlli di sicurezza americani, mostriamo altre 100 volte carte di imbarco e passaporto…Ed è solo la prima tappa dei 5 aerei che ci restano da prendere prima di arrivare a Milano.

Il volo Southwest per Las Vegas è veloce e indolore, persino Francesca non fa tempo ad accorgersene che il B737 atterra sulla pista della città Casinò del Nevada. L’aeroporto è costellato di Slot–Machines e si percepisce fin da subito l’aria che si respirerà in città.

Il taxi ci porta velocemente al nostro albergo, il Paris Las Vegas, inno all’eccesso di questa città: l’entrata è una strada ad anello intorno ad una copia dell’Arco del Trionfo, si entra in una reception che è la copia di un salone di Versailles. L’intero casinò è sotto un finto cielo e coperto da ponti e verande tipicamente parigini. L’intero piano terra di questo albergo è un dedalo di stradine con cui si affacciano finte case in stile parigino, ognuna delle quali è sede di un negozio o di un ristorante. E per finire, una copia esatta della tour eiffell, grande “solo” la metà!!!! La ragazza alla reception, appena viene a sapere che Francesca è una soprano professionista ci prende in simpatia e ci garantisce di averci assegnato una stanza bellissima…Al 29° piano! Riusciamo a trovare gli ascensori nel dedalo dell’albergo (che sembra tutto tranne che un hotel!) e in un attimo arriviamo al nostro piano e quindi alla nostra stanza. Varcata la soglia della camera si apre ai nostri occhi uno spettacolo incredibile, siamo di fronte alla tour eiffell e al famosissimo Hotel Bellagio, antistante al quale, un enorme vasca (che dovrebbe riprodurre il lago di Como) regala ogni 30 minuti degli splendidi giochi d’acqua a ritmo di musiche diverse.

Giusto il tempo di darci una sistemata dopo l’intensa mattinata e siamo subito pronti per una passeggiata tra gli alberghi di Las Vegas. Passiamo dal famoso Bellagio, giochi d’acqua e tanto verde in ogni angolo dell’albergo. Subito dopo prendiamo la monorotaia dal Bally’s per lo Stratosphere dove c’è la famosa torre sulla quale, oltre a godere di uno splendido panorama della città si possono anche fare montagne russe e altri giochi di Luna Park. Passiamo dal Sahara e sotto le sue famose montagne russe che entrano ed escono dall’albergo. Stratosphere è un dedalo di negozi, passaggio obbligato per raggiungere gli ascensori della torre che, in 20 secondi, ti portano al 109° piano! Il panorama dalla cime è davvero fantastico e, nell’attesa del tramonto, decidiamo di fare l’ottovolante più alto del mondo, che, delle 3 giostre possibili, è la meno ardita. In realtà si tratta di un trenino che raggiunge solo le 30 miglia orarie e si avvita intorno alla cima della torre. L’effetto vertigine legato alla considerevole altezza della torre fa comunque il suo effetto! La Franci ne sa qualcosa…Che ci è voluto il diluente per staccarla dalle mie mani! Nel frattempo arriva il tramonto e quindi viene buio. Il panorama è fantastico, costellato delle luci multicolori della città del gioco. Il tempo di qualche foto e nei soliti 20 secondi torniamo al piano terreno. Ritorniamo alla stazione della monorotaia che ci riporta al nostro albergo. Ritorniamo in stanza per cambiarci e andare fuori a cena. Dalla stanza del nostro albergo il panorama è fantastico…La torre illuminata, i giochi d’acqua del lago di Como, lo Strip pieno di lucine…È quasi difficile decidere di uscire dalla stanza…Ma il richiamo della pancia è forte… Attraversiamo Parigi e quindi il Bally’s per andare al famosissimo Flamingo Hilton, che forse ha perso lo sharm di un tempo ma rimane sempre pietra miliare della città del gioco. Purtroppo la Steak House in cui avevamo deciso di cenare è già chiusa, quindi torniamo al nostro albergo dove ceniamo in un ristorantino Francese…Che conserva comunque l’inconfondibile stile americano…Le porzioni, l’opzione birra a canna/da bicchiere etc etc etc… Dopo cena, a Las vegas, la città del gioco, non rimane altro che giocare…Superato l’impatto iniziale di sedersi al tavolo, e decisa la somma da buttare via (70 $) ci siamo presto (mica tanto presto in realtà) resi conto che, continuando con il gioco che stavamo facendo, non saremo mai venuti a campo di nulla…Vincevamo e perdevamo continuamente mantenendoci sulla cifra di partenza. Esausti dopo quasi tre ore abbiamo optato per il sicurissimo “la va o la spacca”…L’ha spaccata, e finalmente siamo andati a letto all’ombra della tour eiffell. Non ho volontariamente citato i 20 dollari che Francesca ha perso durante la giornata alle Slot Machines, ma cito i 5 che ha vinto subito dopo che io ho perso i miei 70!

26 Agosto: Las Vegas – Salt Lake City Ci svegliamo a Las Vegas, anche se ad uno sguardo poco attento potrebbe sembrare Parigi, vista la sagoma della torre che appare sulla tenda della nostra stanza…Chiamiamo il Bell Captain che ci porta via i nostri pesantissimi bagagli e ce li terrà fino a sera quando ripartiremo per Salt Lake City. Dedicheremo la giornata alla visita degli alberghi più famosi della città. Passiamo dall’Aladin, dove facciamo la nostra ultima colazione americana e assistiamo alla riproduzione di un vero temporale. Subito dopo, passando dal Monte Carlo, assistiamo a uno spettacolo di danza dei fianchi all’aperto e visitiamo il famoso New York New York. Nel frattempo la temperatura esterna arriva a 110° F, quasi 45° C! Considerando che negli alberghi non fa più caldo di 20 gradi…Dopo mezza giornata siamo già praticamente cotti e distrutti.

Continuiamo la visita degli alberghi (e dei loro bagni) con il Fantasy e il famoso Luxor (impressionante l’albergo nella piramide, dall’interno del quale si può accede alle stanze con degli inclinator – ascensori inclinati!).

Subito dopo entriamo al Grand MGM dove però la stanchezza è tale che ci fermiamo allo splendido Forest Cafè…Francesca si sente a suo agio, circondata da scimmie e scimpanzè. Passando dalla gabbia dei leoni arriviamo alla stazione della monorotaia che, per l’ultima volta, ci riporta al Paris Las Vegas. Giusto il tempo per una crepes e, recuperati i bagagli, uno spericolato taxista ci riporta all’aeroporto dove, dopo gli ennesimi controlli di sicurezza, partiamo con la Southwest per Salt Lake. Finalmente, dopo temperature sahariane, a Salt Lake si sta benissimo e quasi non ci rendiamo conto degli splendidi 20 gradi della città. Nel Radisson Airport, arredato in stile rustico inglese, ci accoglie una bellissima stanza…Sarà la nostra ultima notte americana.

27 Agosto: Salt Lake City – Detroit Sonno. Tanto sonno. La sveglia dell’albergo suona senza ritegno alcuno alle sette. Dopo una doccia, una fugace colazione, lo squaquarone della Franci e una simpaticissima (ma inutile) cameriera addetta ai bagagli e ad accompagnarci all’aeroporto (per aiutarci davvero con le valigie avrebbero dovuto darci un energumeno, non la simpatica signorina dalle unghie viola ritorte…), ci ritroviamo ancora una volta pronti per prendere un aereo. Ci togliamo ancora le scarpe, rifacciamo tutti i soliti controlli di sicurezza, svuotiamo lo zaino e ci facciamo palpare adeguatamente dagli addetti alla sicurezza. Il volo per Detroit è tranquillo e veloce…L’attesa invece per il volo per Amsterdam è estenuante, al tal punto che neanche il mega super Hamburger (l’ultimo) che ci siamo concessi, non ci aiuta a farci passare le 4 ore di attesa.

Anche il volo Detroit Amsterdam passa abbastanza veloce, grazie alla televisione integrata nei sedili, grazie alla quale possiamo giocare, guardare film e ascoltare musica. 28 Agosto: Detroit – Amsterdam – Milano

Arriviamo ad Amsterdam alle 10.30, per il nostro corpo è l’una di notte ma facciamo colazione. La luce fa male agli occhi…E chissà come reagiremo a queste 9 ore di fuso orario dopo questi 5 aerei?



    Commenti

    Lascia un commento

    Leggi anche