Quaderni dal Nuovo Mondo

QUADERNO PRIMO Viaggiare I sinonimi di viaggiare sono tanti, e nessuno ne soddisfa pienamente il senso: esplorare, visitare, scoprire, assaggiare, sperimentare, socializzare. In questo caso, viaggiare è sinonimo di raccontare. Raccontare – per quanto mi sarà possibile – i colori, gli odori, i suoni, gli spazi sconfinati, le pareti di...
 
Partenza il: 21/07/2007
Ritorno il: 06/08/2007
Viaggiatori: da solo
Spesa: 1000 €

QUADERNO PRIMO Viaggiare I sinonimi di viaggiare sono tanti, e nessuno ne soddisfa pienamente il senso: esplorare, visitare, scoprire, assaggiare, sperimentare, socializzare. In questo caso, viaggiare è sinonimo di raccontare. Raccontare – per quanto mi sarà possibile – i colori, gli odori, i suoni, gli spazi sconfinati, le pareti di cemento e acciaio, lo sventolio delle bandiere, lo sferragliare dei vagoni.

Ma viaggiare significa anche farsi delle domande su ciò che si è visto, per riportare tutto ad una più chiara comprensione, e perché non rimanga nella memoria come uno statico fondale da cartolina.

Mi proverò, con queste pagine, di far rivivere il Nuovo Mondo che mi ha accolto e che mi ha trascinato in pazze avventure. Mi proverò di riportarvelo come un luogo pienamente familiare; perché dopotutto non è che una stanza del nostro grande appartamento comune che non avevamo mai guardato.

“Smoking is not allowed…” Transitare per un grande aeroporto internazionale può offrire all’occhio attento una fantastica rassegna sulla meravigliosa varietà del genere umano.

La strada verso il Nuovo Mondo mi ha portato in due tra gli scali più affollati dell’emisfero occidentale: il britannicissimo Heatrow e l’aeroporto O’Hare di Chicago. In questi luoghi si resta schiacciati dall’enormità delle folle di passeggeri che ogni giorno percorrono i corridoi, si riforniscono ai duty free, salgono e scendono dalle navette. La perfetta razionalizzazione degli spazi e dei percorsi assume le sembianze di un colossale labirinto – a volte così bene che, per cambiare terminal, bisogna affrontare un corridoio lungo trecento metri, girare a destra, giù per le scale mobili, poi a sinistra, ancora dritto fino alla serpentina del metal-detector; poi tutti a bordo di un autobus che gareggia con i trenini portabagagli nel ventre dell’aerostazione; giù dall’autobus, su per le scale mobili, poi a destra, prendere il corridoio e la terza porta a sinistra; a ritmo di salsa giù per le scale per un nuovo metal-detector; infine dopo (soli) quarantacinque minuti, si raggiunge con un raggiante sorriso – o con la pelle squamosa per il sudore, se siete in ritardo – l’agognato cancello d’imbarco, dove una elegantissima signorina con un risolino da capogiro è pronta a divorare il vostro biglietto nell’apposita macchinetta.

Mentre siedo nella poltroncina di legno asettico nell’atrio faraonico dello scalo attendendo la partenza del mio volo – tra appena quattro ore – mi guardo intorno. In fondo, vicino ad un pilastro, un Rambo travestito da poliziotto (o è un poliziotto travestito da Rambo?) che trasuda palestra da ogni parte e gesticola con i colleghi. Accanto a me siede una coppia dal vago aspetto texano-australiano con una valigia stracolma di sigarette – hanno rapinato il duty free o sono contrabbandieri?… Smoking is not allowed in the terminal. Una voce maschile irrompe dal nulla e s’impone sul brusio incessante come il verbo di una divinità, mentre scandisce ogni lettera con un accento impeccabile. Poi si dissolve, giusto il tempo per un sobbalzo al cuore.

Davanti a me sfila una donnetta austeramente impettita come un manico di scopa, con una gonna infiorata e una valigia in tinta. Su un sedile più in là colossi americani smisuratamente larghi assaltano cibi improponibili perfino per le bestie di uno zoo.

Smoking is not allowed in the terminal. Ancora il verbo divino.

Sposto lo sguardo da un’altra parte e svelo una di quelle bellezze esotiche, calde, pensose; un fuoco d’Arabia nel mondanissimo Occidente. Alla valigia il talloncino Emirates. Lei appunto quieta, assorta in lettura, con leggera eleganza muove le pagine. I capelli cadono come una cascata di tenebre su un fianco del suo viso reclinato. Le labbra carnose, gli occhi flessuosi, piegati in un’espressione di apparente alterigia. Indossa uno scialle fittamente arabescato. Viaggia da sola? Probabile. Posa il libro sulle ginocchia e si guarda intorno, attenta.

Smoking is not allowed in the terminal.

Due suore, stravolte come dopo un pellegrinaggio sulle ginocchia, sopraggiungono e si indirizzano al bar. Per caso, anch’io sono alla cerca di qualcosa da mettere nello stomaco e ci sediamo al bancone uno di fianco all’altro. Vengono da New Orleans – dicono alla barista (una vera camionista); due suore volanti, insomma. Fanno rifornimento con fish&chips e succhi di frutta – molto americane; io, invece, spilucco un’insalatina annaffiata con nulla (ho dimenticato di comprare l’acqua, e non ho voglia di chiederla alla camionista). Mentre cerco di far scivolare nello stomaco i tronchi di lattuga, torno al mio posto.

La coppia texano-australiana è sparita. Al suo posto arriva un ragazzo con un mazzo di fogli in mano che inizia a leggere con attenzione – e con qualche sbadiglio. Per la serie “affari nostri” getto l’occhio con noncuranza e scopro trattasi di una parte teatrale. Oh, un collega.

Poco dopo, non so come, mi ritrovo a parlare con lui. È molto gentile. Scopro che è di Washington e che la prossima settimana metterà in scena a New York il brano che sta studiando. Credo che chiamino il suo volo, perché inizia a raccogliere le sue cose. Prima di andarsene, scrive sul sacchetto dei panini che ha con sé – in verità assomiglia più al sacchetto del vomito degli aerei – quello che mi spiega essere il nome di un festival di teatro nella capitale statunitense. Se avremo tempo sarà un piacere assistere a qualche spettacolo. Ben gentile.

Mi alzo per fare un giro, mentre il nume dell’aviazione ripete per l’ennesima volta l’undicesimo comandamento: Smoking is not allowed…

Il mondo dall’alto Tra i pochi pregi che riconosco ad un viaggio aereo c’è l’ebbrezza del volo d’uccello, che colpisce soprattutto chi, come me, non è abituato a questo genere di esperienze. Non riesco comunque a capire quei passeggeri che, avendo l’onore di sedere accanto al finestrino, restano imbalsamati per ore intere a dormire o a guardare il film di turno.

Tornando a me, invece, vorrei annotare con particolare cura due dei paesaggi più meravigliosi che ho veduto dagli oblò del baraccone volante su cui mi sono imbarcato per il Nuovo Mondo: la catena alpina e l’isola di Groenlandia.



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