Pohnpei, la Venezia del Pacifico

In una semisconosciuta isola carica di mistero, nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico meridionale, tra il V e il XVI secolo si sviluppò una civiltà lagunare: è Nan Madol sull’isola di Pohnpei, detta la “Venezia del Pacifico”
Scritto da: balzax
pohnpei, la venezia del pacifico
Partenza il: 03/03/2019
Ritorno il: 10/03/2019
Viaggiatori: 1
Spesa: 2000 €

POHNPEI – il mistero della civiltà scomparsa

Finalmente, dopo tanti voli in piena notte, uno che parte e arriva a un orario umano. Il volo da Guam a Pohnpei parte alle 9 di mattina e dura quattro ore per via dello scalo intermedio a Chuuk. La giornata è abbastanza chiara, così lo spettacolo che si gode dal finestrino è eccezionale. La vista dall’alto degli atolli e delle lagune è da “ooh” di meraviglia.

Pohnpei (o Ponape nella vecchia dizione) è la più grande delle isole dei Federated States of Micronesia (FSM): 334 kmq, vale a dire due volte il Lago di Como. E’ di origine vulcanica, completamente circondata dalla barriera corallina e comprende alcuni atolli corallini esterni della barriera per altri 38 kmq in totale.

Su Pohnpei si trova Palikir che è la capitale dei FSM, ma la città più importante è Kolonia, col K per distinguerla da quella di Yap il cui nome è uguale ma comincia per C. Gli abitanti sono circa 35.000, in grande maggioranza di etnia locale. Le lingue ufficiali sono l’inglese e il pohnpeiano, che è anche lingua ufficiale in tutti i FSM ma lo parlano regolarmente solo qui. La valuta è il dollaro USA.

L’isola principale è completamente circondata da paludi di mangrovie e non ci sono spiagge, che invece sono incantevoli sugli atolli circostanti. Oltre alle normali attività di mare di tutte le isole della Micronesia (snorkeling, immersioni, pesca d’altura, kayak), a Pohnpei si creano le condizioni ideali per gli amanti del surf. Qui onde di 4 metri sono del tutto normali, e in alcune giornate arrivano a 6-7 metri.

Sulla costa est di Pohnpei c’è l’isola di Temwen, che racchiude uno dei più profondi misteri relativi all’insediamento umano nel Pacifico: la città sul mare di Nan Madol, che fu fino al 1500 circa una specie di Venezia del Pacifico. Poi qualcosa la distrusse, ma ancora oggi sulle ragioni dello sviluppo e del crollo della civiltà di Nan Madol si brancola nel buio.

A Pohnpei ho alloggiato al PCR hotel, poco fuori Kolonia. Struttura spartana in fase di chiusura e in procinto di traslocare in una nuova location più vicina al mare e con maggiori facilities per i divers. In compenso c’è il Wi-Fi in camera. Il proprietario è un brasiliano molto gentile che ha deciso di venire a vivere qui. Sotto l’hotel c’è un discreto ristorante giapponese, i cui gestori hanno il difetto di tenere il volume della TV a palla quando ci sono gli incontri di sumo. Attiguo c’è anche un locale dove fanno karaoke fino a tardi: nel complesso, il soggiorno qui non è stato dei più tranquilli.

Gente di Pohnpei

Come cambiano i costumi: mentre a Yap le ragazze girano senza problemi a seno scoperto, qui c’è una assoluta morigeratezza dei costumi per cui di mettersi in mostra non se ne parla neanche. Le donne vestono normalmente, con bellissime gonne nere a disegni floreali, sempre sotto il ginocchio e spesso fino alle caviglie. A proposito: le ragazze qui sono mediamente molto belle, con occhi neri, capelli neri raccolti e tratti gentili. Delle genti del Pacifico che ho incontrato, questo è il popolo più bello.

Tutti accettano volentieri di farsi fotografare. Anzi, non riuscivo nemmeno a ringraziarli perché prima che io aprissi bocca, loro mi precedevano con un sorridente “thank you”.

Sono stato alla messa della domenica mattina nella chiesa cattolica di Kolonia, vicino alle mura spagnole, e tutti mi stringevano la mano chiedendomi da dove venivo. Al sentire “Italy”, metà davano segni evidenti di non sapere dove fosse ma esprimevano lo stesso un senso di meraviglia.

Il mistero di Nan Madol

Pochi immaginano che in questa remota isola del Pacifico si è sviluppata una civiltà capace di opere di ingegneria strabilianti.

Il periodo di maggior fulgore per Pohnpei fu tra il 500 e il 1500, quando regnò sull’isola la dinastia dei Saudeleur (letteralmente “Signori della terra vicina”). Il Saudeleur regolava e garantiva l’uso della terra della classe dirigente alla gente comune. A lui doveva essere pagato un tributo di frutta e pesci. Col tempo i sovrani Saudeleur fecero erigere sull’isola di Temwen, nella regione di Madolenihmw, un impressionante complesso di castelli, templi, altari, tombe, vasche per l’allevamento di murene e tartarughe, oltre naturalmente ai quartieri abitativi per la popolazione. C’era persino il centro delle comunicazioni (a tamburo), chiamato Pehikapws Sapwawas, e un ospedale. Per far posto a tutti questi edifici, costruirono sul fondale corallino un gruppo isolotti artificiali attraversati da una miriade di canali collegati tra loro. Questa era la città insulare di Nan Madol, che per la sua struttura da queste parti chiamano “la Venezia del Pacifico”.

L’area archeologica oggi visitabile è composta da 96 piccoli isolotti corallini collegati fra loro da una rete di canali artificiali e ha un’estensione di circa 18 km². La più grande struttura ancora in piedi è il Nan Douwas, un tempio le cui mura perimetrali si innalzano per 8 m e al cui interno si trovano delle cripte funerarie. Secondo analisi effettuate con il radiocarbonio, la costruzione di Nan Madol risalirebbe al 1200 d.C., ma dagli scavi archeologici effettuati si presume che la zona forse fosse abitata fin dal 200 a.C.

I Saudeleur erano dominatori dittatoriali e sanguinari, ma militarmente alquanto sprovveduti. Verso il 1520 un gruppo di guerrieri provenienti dalla vicina (si fa per dire, 600 km) isola Kosrae al comando del condottiero Isokelekel raggiunse Nan Madol. Il sovrano Saudeleur allora regnante, Saudemwohl, ignaro del pericolo che stava correndo mandò delle barche a dare il benvenuto ai visitatori. Ma Isokelekel quando fu sull’isola sguinzagliò i suoi guerrieri alla conquista dei villaggi, prese il potere a Nan Madol, si impadronì di Pohnpei e nominò sé stesso Nahmwarki, cioè “capo supremo”.

La cosa curiosa è che sia il sovrano Saudemwohl che l’usurpatore Isokelekel fecero una brutta fine. La leggenda narra che il re Saudemwohl fuggì per paura di essere ucciso e si rifugiò su una collina, dove trasformò se stesso in pesce. I pohnpeiani sono convinti che sguazza tutt’ora in un laghetto.

Un’altra leggenda ancora più curiosa riguarda la fine di Isokelekel. Un giorno, mentre era nel luogo di preghiera detto Piekapw, Isokelekel vide la sua immagine riflessa in una pozza. Rendendosi conto di essere ormai vecchio, decise di farla finita in una maniera quantomeno discutibile. Si fece appendere per i genitali alla sommità di una palma. Gli ondeggiamenti dell’albero esposto al vento gli strapparono gli organi, cadde a terra e morì dissanguato. Beh…. Tafazzi al confronto è un dilettante.

Leggende a parte, che cosa sia successo dopo, perché Nan Madol sia andata completamente distrutta, nessuno storico è stato capace di stabilirlo in maniera inequivocabile.

Ci sono varie ipotesi:

Che Isokelekel e i suoi guerrieri abbiamo completamente raso al suolo il complesso di Nan Madol

Che i sovrani di Nan Madol abbiano a un certo punto abbandonato la città perché non avevano abbastanza schiavi e entrate tributarie per mantenerla

Che un terremoto abbia abbattuto gli edifici e un’epidemia annientato la popolazione

Che uno tsunami abbia sconvolto queste coste e fatto crollare tutto ciò che era stato costruito

L’ultima è l’ipotesi più accreditata.

Molti altri sono i misteri nascosti tra le rovine di Nan Madol. Le colonne e i blocchi di basalto usati per le costruzioni pesano da 2 a 9 tonnellate. Questo materiale si trova solo sull’isola principale, nella zona della Sokehs Rock che dista una quarantina di km da qui. Ma a quell’epoca non c’erano strade. I Saudeleur avevano solo canoe e piroghe a bilanciere: come hanno potuto con questi gusci galleggianti trasportare pietre tanto pesanti?

Inoltre, alcuni degli stipiti angolari del Nan Douwas, il tempio principale, sono in granito rosso, una pietra che a Pohnpei proprio non c’è: come è arrivata fin qui? E poi, ammesso che siano riusciti a trasportare le pietre, per erigere gli edifici avrebbero avuto bisogno di argani, gru, mezzi per il taglio e la squadratura dei blocchi.

Misteri tutt’ora irrisolti. A sentire gli abitanti della zona, le pietre da costruzione sarebbero arrivate lì da sole volando o galleggiando, chiamate per magia dai sacerdoti che stavano costruendo la città. Il bello è che te lo dicono seriamente. La credenza qui è che “una volta non c’erano le macchine, come avrebbero fatto altrimenti?” In mancanza di risposte scientifiche (storiche o archeologiche) la leggenda assume un’autorevolezza sconvolgente.

L’importanza di questo complesso megalitico, così poco noto, è paragonabile alle rovine inca di Machu Picchu, ai templi di Angkor Wat, ai Moai dell’isola di Pasqua. Magari Piero Angela, se legge questo diario, ci fa un pensierino per una puntata delle sue trasmissioni.

Oggi Nan Madol si raggiunge con tour guidati che partono da Kolonia quasi tutti i giorni. Costo 50-60 dollari, secondo l’operatore. Poi sul posto è consigliabile accordarsi con i pescatori locali (5 dollari a testa) per un’estensione dell’escursione e fare un imperdibile giro in barca tra i canali. In alternativa, si può percorrere un sentiero che tocca una decina di isolotti, ma si vede molto meno. Venite qui prima di mezzogiorno, perché nel pomeriggio la bassa marea prosciuga alcuni canali impedendo il transito delle barche.

L’alone di mistero che circonda Nan Madol ha spinto alcuni fantasiosi cronisti a formulare l’ipotesi che si trovi qui la leggendaria Atlantide teorizzata da Platone, di cui si favoleggia nei film e nella letteratura.

Record di pioggia

Pohnpei è uno dei posti più piovosi al mondo. Qui cadono 5000 mm d’acqua all’anno. Nella capitale Palikir gli unici mesi in cui piove meno di 20 giorni al mese sono dicembre, gennaio e febbraio, ma nelle colline interne piove praticamente tutti i giorni. Il Monte Nahnalaud nell’interno dell’isola, alto 750 metri, è uno dei posti più piovosi al mondo, con 10.160 millimetri l’anno (cioè più di 10 metri!), ed è quasi sempre coperto da nubi. Il soleggiamento, viste le piogge frequenti, non è mai ottimo ma non è mai neanche scarso, perché le piogge si verificano sotto forma di rovesci brevi e intensi.

Gli acquazzoni sono violentissimi. Quando arrivano è assolutamente necessario cercare un riparo. Per fortuna sono brevi, durano una ventina di minuti e poi torna il sole. Aspettatevene almeno 1-2 al giorno, anche nel periodo primaverile teoricamente meno umido. Dovunque andiate portatevi sempre appresso almeno un impermeabilino. Gli ombrelli sono meno utili, perché quando piove forte si fa fatica a tenerli in mano, e se c’è vento laterale proprio non servono. Purtroppo nei pochi giorni passati a Pohnpei mi è capitata una giornata intera di pioggia battente violentissima, in cui a malapena sono riuscito a fare un giro per qualche shop di Kolonia.

La gente di Pohnpei non si fa affatto condizionare dalla piovosità del clima e ci convive tranquillamente. Anzi, quando piove e quindi c’è un po’ di fresco ne approfittano per fare i lavori all’aperto che comportano uno sforzo fisico, come costruire palizzate o fare lavori di carpenteria. Lavorano così, sotto l’acqua, senza mostrare alcun fastidio apparente. C’è molta più gente per le strade quando piove che quando c’è il sole.

L’isola giardino

Stanti queste premesse, è ovvio che qui la vegetazione raggiunga concentrazioni e dimensioni inverosimili che non si vedono in nessuna altra parte del mondo. Le piante di taro sono alte 4 metri e hanno foglie grandi come un lenzuolo. I banani sono alti 8 metri, le bamboo palms superano i 20 metri d’altezza. Alcuni enormi alberi di mango hanno tronchi di due metri di diametro. Le piante saprofite circondano e nascondono quelle sottostanti su cui hanno radicato. A volte si ha la sensazione che la vegetazione sia persino eccessiva e non si capisce come facciano tante piante a crescere e convivere così vicine e sovrapposte da rubarsi lo spazio.

L’interno dell’isola è una giungla pluviale talmente inestricabile che nemmeno i locali ci si avventurano. L’unica strada dell’isola è il Pohnpei ring, un bellissimo anello che fa il giro lungo la costa. Non ci sono altre strade che attraversano l’isola da un estremo all’altro, perché qualunque strada verrebbe sopraffatta e inglobata dalla vegetazione nel giro di 2-3 mesi. Per cui, nemmeno i pohnpeiani sanno esattamente cosa c’è nelle foreste dell’interno.

L’abbondanza di precipitazioni favorisce la crescita di una grande varietà di fiori e piante tropicali, che i pohnpeiani usano mettere come ornamento a delimitare i loro giardini. Spesso li piantano anche ai lati della strada, con la doppia funzione di abbellire la casa e di demarcare la carreggiata.

Pohnpei ring

Una stretta ma bellissima strada ad anello fa il giro dell’isola toccando villaggi, lagune, baie, paludi di mangrovie. In totale sono circa 80 km, che si fanno in 4-5 ore. La carreggiata, già abbastanza stretta di suo, è spesso coperta dalla ricrescita della vegetazione. I pohnpeiani sono sempre indaffaratissimi a tagliare le piante che ricrescono fuori dalle case, anche perché ricevono una sovvenzione dal governo per tenere pulito il ciglio stradale in prossimità della loro casa. Di conseguenza, il decespugliatore è uno degli articoli più venduti negli shop e lungo la strada c’è sempre qualcuno intento a tagliare l’erba e a rimuovere rami e foglie.

Se non piove il Pohnpei ring è un percorso eccezionale. I punti di interesse sono tanti. Il più importante è il già descritto Nan Madol, a una trentina di km da Kolonia. Poi ci sono le cascate. Questa isola zampilla letteralmente di cascate: ce ne sono una quarantina. La più bella e facilmente raggiungibile è la Kepirohi Waterfall, vicino a Nan Madol, dove c’è una pozza ideale per fare il bagno in compagnia di pescetti che vi fanno il solletico ai piedi.

Altre cascate famose sono le Liduduhniap Falls vicino a Kolonia e le Lei Paipohn Falls a sud. Dopo un acquazzone guardate bene in alto, sulle colline attorno a voi: sicuramente da qualche parte si è formata una nuova cascata temporanea, per scaricare l’acqua appena caduta.

Su queste isole la scolarità arriva fino alla high school. Lungo il ring si incontra quella di Madolenihmw (i nomi qui sono una via di mezzo tra uno scioglilingua e un codice fiscale) e altre meno importanti. Verso l’una le strade sono affollate di studenti che rientrano a casa dopo le lezioni del giorno, generalmente a piedi perché il sevizio bus è carente.

Un altro problema, comune un po’ a tutte le isole, è quello dei rifiuti. Qui si danno un gran daffare per il riciclaggio delle lattine di alluminio, come si vede in una delle foto.

A metà circa del Pohnpei ring c’è il Sei Botanical Garden, che in realtà è una piantagione da cui si ricava una pregiata varietà di pepe nero che è una specialità dell’isola. Portatene a casa qualche bustina come ricordo o come regalo. Se non siete arrivati fin qui, lo potete anche comprare al Sei Restaurant di Kolonia.

Una decina di km prima di ritornare a Kolonia si raggiunge Palikir, la capitale dei FSM. Praticamente un villaggio immerso nella giungla dove sono stati costruiti gli edifici del governo e ci sono alcune ambasciate.

Alla periferia di Kolonia si erge la Sokehs Rock, uno sperone di basalto che domina la baia e il porto. Una strada costruita dai giapponesi durante la Guerra Mondiale raggiunge la sommità della collina. Ci si può andare a piedi in un’ora circa dal parcheggio auto. Nel bosco ci sono alcuni relitti di guerra lasciati dai giapponesi e ho incontrato un gruppo di pohnpeiani che cercavano funghi. In cima il paesaggio è notevole. Lo sguardo spazia verso la barriera corallina, verso la baia di Kolonia e in giornate di buona visibilità si riescono a vedere anche alcuni degli atolli esterni. Se avete la possibilità andate a visitarne uno, cosa che io non ho potuto fare per le avverse condizioni meteo. Quello più facilmente raggiungibile è l’Ant Atoll, ma anche Pakin Atoll e Pingelap Atoll, entrambi abitati, valgono il viaggio.

Durante il giro dell’isola mi ha accompagnato come guida Mario Hachibelmohl, uno yapese in servizio al PCR hotel trasferitosi qui da piccolo, che è stato utilissimo nel fornirmi informazioni sui luoghi e sulle abitudini di vita dei locali.

L’isola dei senza colore

A proposito del Pingelap Atoll racconto un fatto curioso: una parte della popolazione di questo atollo non possiede la visione a colori. Vedono solo in bianco e nero, a causa di una disfunzione genetica ereditaria. Il difetto si chiama acromatopsia ed è dovuto alla mancanza dei coni nella retina, cioè di quelle strutture che consentono la cromia visiva. Il difetto genetico fu trasmesso da un indigeno alle sue mogli e poi si è ripresentato nelle generazioni successive a causa della consanguineità dei matrimoni per mancanza di contatti con l’esterno. Ciò dà anche l’idea dell’isolamento pressoché totale in cui alcune genti di queste isole abbiano vissuto per secoli. L’atollo di Pingelap è detto “l’isola dei senza colore”.

Barriera corallina e atolli esterni

Pohnpei è completamente circondata dalla barriera corallina, che si estende a una distanza variabile da 200 metri fino a 4-5 km dalla costa. Per raggiungere il reef ci si può accordare con i pescatori di Kolonia o di uno qualunque dei villaggi lungo la strada ad anello che percorre l’isola. Il percorso in barca per raggiungere la barriera, che in alcuni punti dista anche 4-5 km dalla costa, è sempre allietato da un corteo di delfini.

La barriera è ricchissima di coralli, pesci tropicali, squali e mante: qui siamo in una parte del mondo che è un vero e proprio paradiso per snorkelisti e sub. Le onde invece sono ideali per i surfers: persino gli appassionati australiani, che pure hanno una delle barriere più estese del mondo, preferiscono venire a cimentarsi qui. Da Cairns, la città più importante della Great Reef Barrier australiana, c’è un volo diretto giornaliero per Pohnpei. Alois, il titolare del PCR l’hotel assicura che anche surfers hawaiani vengono a provare l’emozione di queste onde. Le evoluzioni dei surfers e dei kitesurfers, se si ha la fortuna di assistervi con il tempo buono, sono uno spettacolo mozzafiato.

L’isola invece è praticamente priva di spiagge, essendo completamente circondata da mangrovie e dalla foresta pluviale. Per le spiagge bisogna recarsi su uno qualunque dei meravigliosi atolli esterni. Quello più facilmente raggiungibile è l’Ant Atoll, a 3 ore di barca da Kolonia. In alternativa, si può optare per Pakin, Sapwuahfik o Pingelap, un po’ più lontani. Quest’ultimo è l’atollo dove approdano le crociere provenienti dalle Marianne Americane e dalle Hawaii (momento che è meglio evitare).

Avendo solo un giorno a disposizione, l’opzione migliore è concordare con il Tourist Bureau di Kolonia un’escursione alla piccola bellissima Isola di Nahnningi (americanizzata in Joy Island), poco al largo di Nan Madol. Qui potete pernottare su una spiaggia di sabbia bianca nelle capanne degli indigeni, andare a pescare sulle piroghe a bilanciere, fare snorkeling e osservare le razze.

Invece la visita a uno degli atolli esterni va programmata per tempo. Ogni hotel è in grado di organizzare visite di 2 giorni, che includono un pernottamento sull’atollo in bungalow sulla spiaggia, oppure direttamente nelle capanne temporanee dei pescatori (non tutti gli atolli sono abitati stabilmente). Le visite sono all-inclusive e costano 200-250 dollari. Sull’atollo ci sui può accordare per una battuta di pesca, un’escursione in barca alla barriera o una visita alle colonie di sterne nere che nidificano qui. Oppure semplicemente passare il tempo spaparanzati sulla sabbia bianca sotto le palme, davanti a una laguna turchese in cui appena mettete piede nugoli di pescetti gialli e blu vi attorniano mentre i simpatici pesci trombetta (alcuni lunghi anche più di un metro) si avvicinano curiosi e probabilmente speranzosi di ricevere qualche avanzo del vostro pranzo.

E’ meglio concordare per mail l’escursione all’atollo di Ant (o a un altro) ancora prima di partire, in modo che quando arrivate è già tutto programmato. Se c’è brutto tempo, la rinviano senza problemi. In generale, però, sugli atolli piove molto meno che sull’isola principale.

Al momento di lasciare l’atollo viene il magone, mentre incubi tremendi di scrivanie d’ufficio e code ai caselli stradali invadono la testa: abbandonare il paradiso è davvero duro.

Il pane cresce sugli alberi

Il cibo occupa una posizione di rilievo nella tradizione della Micronesia; nello specifico, tutte le celebrazioni e cerimonie sono contrassegnate da festività, con cibo a quantità. Oggi gran parte degli alimenti viene importata, ma è ancora facile trovare prodotti tipicamente locali. Uno di questi è il frutto dell’albero del pane.

È un alimento base della cucina micronesiana e viene utilizzato per preparare numerosi piatti grazie alla sua consistenza molto amidacea e alla sua duttilità; può infatti essere fritto come le patatine, bollito, grattugiato o fatto a purè. I micronesiani utilizzano il frutto del pane anche per le insalate, insieme a carne, fagioli, cetriolo, cipolle, pomodoro e cavolo.

Un altro tipico alimento della Micronesia è il pesce, consumato in tutte le salse, crudo, grigliato, fritto. Quando è crudo, viene preparato di solito a fettine o dadini conditi con una salsa al pepe, oppure marinato con lime, zenzero e olio di sesamo. Questa preparazione, che si chiama “poke”, è una ricetta che potete benissimo applicare al tonno e al pesce spada, magari aggiungendoci un tocco di mediterraneità come capperi, sedano e peperoncino sbriciolato.

Le patate dolci, infine, rappresentano un altro alimento della tradizione culinaria della Micronesia, tanto che i pohnpeiani utilizzano oltre cento parole per definirle. Nell’area si producono patate dolci in maniera industriale e per questo motivo in gran parte della ricette è presente come ingrediente principale questo tubero. La più popolare prevede la patata dolce macinata e cotta nel latte di cocco.

Tra le bevande, invece, c’è il sakau, ricavato dalle radici del peperoncino e consumato in passato nei riti che sancivano il sigillo di un patto. La preparazione del sakau merita un approfondimento a parte.

La cerimonia del sakau, tra eccitazione e oblio

Sakau” è il nome pohnpeiano di una bevanda estratta dalle radici di una varietà di pepe, il “piper methysticum”. Il procedimento è piuttosto complesso e prevede varie fasi: la pulizia della radice, lo sfilacciamento per pestaggio con delle pietre, la trasformazione in una polpa fibrosa che viene inumidita e filtrata con corteccia di ibisco, in modo da ricavarne un liquido bevibile.

Il risultato finale dell’operazione, che può durare anche 6-7 ore, viene imbottigliato. Ha l’aspetto di una crema torbida marrone. In sostanza, è un estratto vegetale. Ha una consistenza sciropposa e un sapore fangoso e legnoso. Insomma, fa abbastanza schifo.

Per i pohnpeiani, però, il sakau è un rito abituale del sabato sera. Per le strade si incontrano dovunque uomini e ragazzi con le loro brave radici in spalla pronte per essere trasformate nell’agognato sakau. C’è chi arriva a berne una bottiglia intera. Dopo una fase iniziale di leggera eccitazione, il consumatore di sakau prova un senso di rilassamento, le membra si intorpidiscono e si perde il senso dell’equilibrio. Alla fine, il torpore coglie tutto il gruppo dei bevitori.

La radice contiene una serie di sostanze narcotiche naturali dette “kavalattoni” che hanno come effetto principale quello di sedare il bevitore, rendendo il rituale del consumo un atto socialmente tranquillo. L’azione ansiolitica ottenibile è paragonabile a quella delle benzodiazepine (xanax, valium), ma nel sakau è associata a effetti antidepressivi che riducono o eliminano totalmente gli effetti collaterali degli ansiolitici.

C’è tutto un rituale da rispettare, per esempio l’ordine del consumo. La prima e la quarta coppa devono sempre essere offerte al membro più anziano del gruppo, ma anche la seconda e la terza coppa hanno un significato particolare.

Secondo i pohnpeiani l’effetto del sakau è molto più forte di quello della marijuana, solo che questo non fa male e non dà assuefazione. In altre parti del Pacifico è più comunemente conosciuto come kava.

Uno sportivo pohnpeiano famoso

Gli sport più diffusi in Micronesia sono quelli acquatici, canottaggio e nuoto su tutti. Ma lo sportivo più famoso di Pohnpei è il maratoneta Elias Rodríguez, che arrivò ultimo alla maratona delle Olimpiadi di Sydney ma fu visto e applaudito da decine di milioni di spettatori nello stadio e nel mondo. Il nostro Elias giunse nello stadio e fece il giro di pista finale immediatamente prima della cerimonia di chiusura, che gli organizzatori dovettero appositamente ritardare per permettergli di tagliare il traguardo.

Come raggiungere Pohnpei

Raggiungere la Micronesia è lungo ma meno complicato di quanto si possa pensare. L’hub su cui programmare il viaggio è Guam, da dove partono i voli della United Airlines per tutte le isole micronesiane. Guam è facilmente raggiungibile da molti scali dell’Estremo Oriente: Manila, Seul, Hong Kong, Taipei, Tokio.

I voli di collegamento della United sono quasi tutti notturni, a ore allucinanti tipo le 2 o le 3 di notte. Tranne uno: il mitico volo giornaliero UA 155 che parte ogni mattina da Guam e arriva a Honolulu saltellando di isola in isola con scali a Chuuk, Pohnpei, Kosrae, Kwajalein e Majuro. Scegliete assolutamente un posto di finestrino e tenete pronta la macchina fotografica o lo smartphone. Lo spettacolo degli atolli che scorrono sotto di voi, la visione delle lagune durante l’avvicinamento alle isole, è sublime in giornate di buona visibilità e dovete assolutamente immortalarlo.

Luigi

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Rovine di Nan Madol - muraglione esterno del Nan Douwas

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Foresta pluviale con papaya

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Foresta pluviale

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Pohnpei ring

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Pescatore su una zattera tra i canali di Nan Madol

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Scena di vita quotidiana - Pohnpei ring

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Kepirohi waterfall

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Ant Atoll - vista dall'aereo

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Rovine di Nan Madol

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Bandiera degli Stati Federati di Micronesia

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Frutti dell'albero del pane

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Un sorriso da Pohnpei

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Saluti da Jenny, titolare dello shop principale di Kolonia

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Mercato del pesce di Kolonia sotto l'acquazzone

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Nahnningi - Joy island

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Saluti da una studentessa della high school di Palikir

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Recupero delle lattine di alluminio

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Foresta pluviale



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