Più di 2000 anni fa in Italia c’era un’intera città dedicata alla Luna: ancora oggi è un luogo incredibile da scoprire

Entriamo in autostrada al casello di Fornovo verso le 8.30. La A15 è piuttosto sgombra, ed arriviamo a al parcheggio dell’Antica Luni dopo circa un’ora di viaggio. L’idea di questa gita è venuta a Davide, che ha suggerito di sfruttare l’iniziativa dei musei statali gratis la prima domenica del mese per visitare questo sito, di cui abbiamo sentito parlare in occasione della nostra “scoperta” della Villa Romana del Varignano di Le Grazie del gennaio 2025. Dopo una mattinata nella nostra amatissima Portovenere, avevamo seguito – in auto – le indicazioni che conducevano alla villa romana, e avevamo trovato un luogo davvero meraviglioso, oltre che molto interessante dal punto di vista archeologico. Giordano, che ci ha fatto da guida per tutto il percorso, ci aveva parlato di Luni, che dal Varignano dista poco più di 40 chilometri, e ne aveva decantato lo splendido sito archeologico. Qualche mese fa, in vista di una prossima visita, avevo scandagliato Google per trovare un ristorantino che potesse fare al caso nostro, e ne avevo trovato uno perfetto a pochi chilometri di distanza, nella vicina Marina di Carrara. Ho prenotato il ristorante con un paio di giorni di anticipo, in modo da non aver brutte sorprese e poterci godere la nostra giornata in santa pace.
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La storia dell’Antica città di Luni
L’antica città di Luni, fondata dai Romani nel 177 a.C. alla foce del fiume Magra, fu un prospero porto commerciale famoso per l’estrazione e il commercio del marmo bianco delle Alpi Apuane, raggiungendo il suo splendore in età imperiale, con un grande foro, un anfiteatro e oltre 50.000 abitanti su 24 ettari di terreno. La sua decadenza iniziò nel IV secolo d.C. a causa di dell’insabbiamento del porto e di terribili incursioni barbariche, portando all’abbandono e al trasferimento della sede vescovile a Sarzana nel 1201. Oggi, il sito archeologico testimonia la sua grandezza con gli interessanti resti che siamo ansiosi di visitare.
Cosa vedere a Luni
Alla biglietteria, scopriamo che la gratuità ci ha permesso di risparmiare almeno 10 euro in totale (anche se sui due biglietti singoli che riceviamo viene riportato un prezzo di 10 euro a persona, tariffa che include una piccola guida cartacea). Iniziamo la nostra visita dall’adiacente museo, che ci colpisce subito per l’accuratezza dell’allestimento dei meravigliosi reperti che ospita. Al piano terra, rimaniamo immediatamente colpiti dall’incredibile utilizzo che anticamente fu fatto del marmo apuano, la pietra di luna: nella prime sale, ne vediamo splendidi impieghi sia nell’architettura che nella statuaria, nell’edilizia pubblica e in quella privata, come la base con la dedica alla dea Luna ritrovata nel suo tempio e due grandiosi mosaici: quello cosiddetto di Oceano e quello di Medusa. Assolutamente degne di nota anche alcune sculture maschili e femminili, con panneggi che paiono prendere vita. Fotografo le statue di due comandanti, in cui i rilievi in marmo mostrano le decorazioni sulle loro protezioni. Sfioro delicatamente la statua della Dea Fortuna che porta una cornucopia (l’antesignano del nostro cornetto rosso portafortuna). Al piano superiore si sviluppa invece una narrazione impostata cronologicamente: all’inizio, troviamo strumenti in selce, ossidiana e calcare risalenti alla preistoria, per poi passare ad alcuni corredi funerari e ad esemplari molto ben conservati di ceramica etrusca. Si passa quindi alla presentazione della prima fase di vita della colonia romana (circa 177 a.C.), dove troviamo i reperti provenienti dal tempio capitolino – dedicato a Giove, Giunone e Minerva – insieme a quelli del tempio della dea Luna. Passiamo poi ai primi 50 anni del I secolo d.C., con i reperti del periodo che iniziò con l’intensificarsi dello sfruttamento delle cave di marmo al tempo dell’imperatore Augusto (vediamo i busti dell’imperatore Claudio e anche di Agrippina, sia Minore che Maggiore). Con i resti di un bellissimo mosaico, veniamo catapultati ai tempi in cui Luni finì sotto il controllo dei Bizantini, per poi essere inglobata nel territorio controllato dai Longobardi. Prima di uscire dal museo, ripasso davanti alla Dea Fortuna e ai due splendidi mosaici visti al piano terra, davvero indimenticabili.
Prima di iniziare la visita all’area archeologica circostante, sfruttiamo i servizi igienici (a dir la verità non puliti, probabilmente per il personale ridotto in una domenica a cavallo tra due festività).
Procediamo con la visita dell’area archeologica: il cielo è abbastanza sereno, la temperatura non è altissima ma siamo soddisfatti di questa giornata di gennaio che se non altro si mostra clemente e ci permette di percorrere in lungo e in largo il sito archeologico che vogliamo scoprire oggi. Scendiamo subito nell’area del Foro dove è ben visibile, sulla destra, l’area delle Tabernae, dove trovavano spazio gli antesignani dei nostri bar ed osterie. La zona è stata scavata solo in parte e ha restituito i resti di otto spazi commerciali. Tenendo sempre la destra rispetto al Foro, arriviamo ad un’area coperta che ospita la Domus degli Affreschi, dove ahimè non si vedono più gli affreschi ma in compenso sono ancora ben visibili dei preziosi pavimenti, molto ben conservati. L’opera in muratura che circonda la Domus, sebbene sia stata costruita solo una manciata di anni fa, mostra già delle brutte infiltrazioni d’acqua e ci ricorda quanto fossero importanti le richieste fatte dallo staff della Villa Romana del Varignano per avere delle coperture adeguate a protezione degli scavi. Certo che se questo è il risultato dei fondi statali, siamo messi male… i lavori andrebbero già rifatti tra non più di qualche anno! Da questa Domus, attraversiamo ciò che resta del Decumano e arriviamo fino a ciò che resta dell’antico Teatro. Siamo in aperta campagna, io e Davide siamo gli unici ad essersi avventurati fin qui, e il silenzio di queste pietre ha qualcosa di eterno. Ci troviamo nell’esatta posizione in cui tanti secoli fa gli attori facevano la loro comparsa davanti al loro pubblico, che li applaudiva dalle gradinate, circondati dai busti di imperatori ed imperatrici (gli stessi che abbiamo visto poco fa nel museo). Alcune strutture, che dovrebbero ospitare altri reperti sono chiuse (per lavori in corso o per scarsità di personale) – che peccato, chissà che meraviglie contengono! Percorriamo un altro sentiero, e arriviamo ai resti di quello che fu il Tempio di Luna, edificio sacro dedicato alla Dea Luna, che dava il nome alla città. A poca distanza, il Tempio Capitolino ci riporta al Foro, dove scattiamo qualche selfie e dove ammiriamo il bellissimo panorama delle Alpi Apuane imbiancate che sembrano proteggere queste antiche vestigia. Prima di uscire, ripasso dalla biglietteria per chiedere se esistono libri o pubblicazioni in vendita, ma mi viene mostrata solo la guida che sarebbe stata inclusa con il biglietto da 10 euro. Se il biglietto per oggi è gratis, la guida non lo è – e costerebbe 10 euro (tanto quanto il biglietto). Decido di acquistarla online su uno degli store da cui acquisto solitamente, ringrazio e torniamo alla nostra auto. Destinazione: l’Anfiteatro di Luni. A 2 chilometri di distanza dall’area archeologica che abbiamo appena visitato, l’Anfiteatro è una struttura ellittica (le sue dimensioni sono circa 88,5 x 70,2 metri) dell’età imperiale, capace di ospitare fino a 7.000 spettatori per giochi gladiatorii e spettacoli con animali. Ci arriviamo in pochissimi minuti, lasciamo l’auto nel parcheggio di fianco alla biglietteria ed accediamo con i nostri due biglietti omaggio (che ci sarebbero costati 2 euro a testa).
Presentato come il monumento meglio conservato dell’Antica Luni, negli anni di maggior sviluppo di Portus Lunae, l’Anfiteatro della città fondata dai romani aveva la vista diretta sul mare. A noi non resta che immaginare la suggestione di una costruzione così imponente che si affacciava direttamente sul porto di Luni e dalla quale, a seconda dei punti di osservazione, era possibile scorgere l’azzurro del Tirreno o il bianco delle Apuane. Con il trascorrere del tempo, la linea di costa si è spostata. Oggi il mare dista circa 2 chilometri, ma i resti dell’Anfiteatro contribuiscono ad alimentare la nostra immaginazione – la struttura è davvero ben conservata, e testimonia l’imponenza di ciò che doveva essere all’epoca della sua costruzione. Non è il Colosseo, d’accordo, ma qui si respira comunque un’aria che sa di eternità. Scattiamo molte foto, per fortuna siamo rimasti praticamente da soli al centro di questa ellissi millenaria e il silenzio che ci regala questo incredibile sito è affascinante tanto quanto ciò che ci circonda.
Cosa vedere nei dintorni: Marina di Carrara
Da qui al ristorante che abbiamo prenotato per pranzo ci sono poco più di 6 chilometri. Raggiungiamo il centro di Marina di Carrara in breve tempo, parcheggiamo poco lontano dal ristorante e facciamo due passi nei dintorni. Dopo aver telefonato per chiedere la possibilità di anticipare l’orario del pranzo, troviamo una via pubblica di accesso diretto alla spiaggia e finalmente possiamo respirare un po’ d’aria di mare.
Oggi il Tirreno è grigio e piuttosto rabbioso, ma nonostante questo ha quel fascino che mi ammalia da sempre. Un enorme tronco tirato in secca da una forte mareggiata ci aiuta a scattare delle belle foto. Qualche passo e raggiungiamo il MaDa Ristorante Pizzeria, su Viale Amerigo Vespucci.
Veniamo accolti con gentilezza e ci accomodiamo al nostro tavolino al centro della sala che dà sulla struttura del Bagno, verso la spiaggia. Un paio di stufe riscaldano l’atmosfera, che comunque è rustica ma curata. Il menù non è ampissimo, ma presenta alcune proposte che già da casa avevano attirato la mia attenzione. Davide si affida a me, e ordiniamo tagliolini neri con aglio, olio, peperoncino e tartare di gambero, e a seguire cozze ripiene (sarebbero un antipasto, ma preferiamo goderci i primi piatti). I tagliolini sono assolutamente perfetti, la tartare di gamberi è leggermente piccante con una piacevolissima nota di agrumi. Le cozze ripiene sono un tripudio di sapori, e alla fine non si può non fare la scarpetta in quella splendida salsa al pomodoro. Decidiamo di sacrificare il dolce (in queste feste abbiamo esagerato tra panettoni, pandori, cioccolata, ecc.) e decidiamo di regalarci una porzione abbondante di fritto misto da condividere. Tra acciughe, calamari, gamberetti e verdure fritte, il piatto ci regala gli ultimi libidinosi bocconi di un pranzo davvero molto piacevole. Con mezzo litro di vino bianco della casa, una bottiglia d’acqua e un caffè, il conto finale è di 85.50 euro – usciamo soddisfatti dal locale, certi che ritorneremo per fare onore ad altri piatti invitanti che abbiamo visto passare (vedi alle voci “polpo alla ligure” e “spaghetti alla chitarra ai frutti di mare”). Anche il servizio ci ha sorpreso in modo positivo: il personale si è dimostrato simpatico, attento, veloce ed organizzato, considerando che il ristorante era pieno. Già quasi pianificando una prossima visita alle meraviglie della zona (sia paesaggistiche che culinarie), riprendiamo l’auto e arriviamo nella nostra Parma in poco più di un’ora e mezza.







