Patagonia un sogno che si avvera

Un viaggio per immergersi ai tempi di Piazzolla, per vedere l'aeroporto dell'Isla de Los Pajaros dove, fra i piloti, c'era Saint Exupéry, l'autore del Piccolo Principe. In viaggio fra i due Golfi e a Punta Tombo fra i pinguini chiacchieroni. Poi giù verso la fine del mondo a Ushuaia e poi in volo verso El Calafate per incontrare il Perito Moreno.
 
Partenza il: 21/02/2010
Ritorno il: 04/03/2010
Viaggiatori: 2+2
Spesa: 3000 €

Capitolo primo

Siamo arrivati a Buenos Aires ed ecco Mafalda che ci dà il benvenuto. Se non avessi fatto uno scambio tra una collana di perle ed un viaggio in Patagonia, non avrei potuto vederla. E’ stato l’anno della mia seconda laurea: nel novembre 2009 ho raggiunto uno dei tanti traguardi che costellano la mia vita. E’ vero, sono sempre sull’onda lunga che ricercano i surfisti, l’adrenalina delle mie sfide personali è importante perché dopo l’esito positivo della sfida mi regalo un sogno. La mattina del 12 novembre, mi avevano dichiarato dottore in “Diritti dell’Uomo ed Etica della Cooperazione Internazionale” e Guido, tornando a casa, mi chiese se un filo di perle poteva essere un bel collante per sigillare il mio traguardo. Sul momento, mi sembrò che quel filo di un bianco delicato, tendente al rosa, avrebbe potuto ravvivare il mio tubino nero. Arrivata a casa mi accolsero i miei jeans, quelli di tutti i giorni, i miei compagni di viaggio, “viaggio- sogno”, altra parola magica. Provai a pensare alle emozioni di un viaggio, di un viaggio importante da barattare con un filo di perle. Avevo comperato un fumetto per Sabrina e Valentina. “Mafalda“, la storia di una bambina. Un fumetto con un personaggio “vero”, una contestataria in miniatura. Il suo profilo mi intrigava e in lei ho visto alcune caratteristiche, mescolate, nel carattere delle mie due piccoline. Valentina, quattro anni spirito ribelle, qualche indicatore di rifiuto del mondo degli adulti, Sabrina nove anni, preoccupata per gli altri, che ti copre di domande sulla pace nel mondo. E Mafalda sta diventando il loro fumetto preferito:l’una legge, l’altra ascolta, colora e disegna. Mafalda è una bambina di sei anni che odia la minestra. E’ una bimba come tutte le bimbe della sua età, che apre i suoi occhi sul mondo che la circonda ponendo domande non sempre semplici ai suoi genitori, a cui causa crisi di nervi, curate con un calmante “Nervocalm”. Come tutti i bambini ha degli amici. Felipe il suo migliore amico, che condivide i suoi ideali, Manolito, che vende caramelle agli amici, fingendo di regalarle, Susanita, leggera ed egoista. E poi c’è il fratellino Guille che adora la minestra, e ancora Miguelito che ha un nonno che parla bene di Mussolini, con grande scandalo di Mafalda ed infine la piccola Libertad che ha un papà socialista che parla spesso di rivoluzione sociale. I suoi primi cartoni sono presentati in Argentina nel 1973 in seguito, Quino, il suo disegnatore continua il lavoro, usando la figura di Mafalda solo per attività connesse per la promozione dei diritti umani. Per illustrare La Convenzione internazionale dei Diritti dell’Infanzia viene preparato un poster per l’Unicef nel 1976. Nell’88 Mafalda compare su un manifesto argentino che celebra la Giornata Universale dei Diritti Umani e il quinto anniversario della fine della dittatura. Mafalda, ma allora c’è qualcosa che ci unisce. Un incontro per caso o un segno del destino? E così ho rinunciato al “mio” Continente Africano per andare verso “la Fine del Mondo”.

Mentre Guido pensava al filo di perle e parlottava con le ragazze, Rossella estasiata, Roberta un po’ meno, io scoprivo in mezzo ai suoi giornali un dépliant della Please Give Way appoggiato sul tavolo in sala. Ad uno sguardo superficiale, niente di nuovo. Era una domenica pomeriggio, mentre bevevo un caffè l’ho ripreso in mano, sfogliandolo, e nell’ultima pagina, con una piccola carta geografica della Terra del Fuoco veniva proposto un viaggio in Patagonia per febbraio. Immediatamente la mia mente prese il sopravvento sui pensieri seri del momento: laurea, proposta di Guido. Iniziò un percorso ad ostacoli sul processo di scelta: un oggetto/un viaggio; un viaggio in sud Africa/un viaggio in Argentina. Pensieri che si rincorrevano, che restavano con me, che ne uscivano, senza però ancora alcuna condivisione esterna. C’era però Mafalda che avevo incontrato da poco, amata in America Latina, piccolo simbolo della Buenos Aires di Joaquin Lavado,” Quino”, che aveva disegnato e scritto il suo fumetto. Andando per esclusione, decisi la scelta di un viaggio. Si, perché viaggiare è un prendere, un dare, un conoscere, un migliorare, un imparare, un preparare, un sognare, un vedere, uno sperimentare, un ricordare per sempre. Iniziai ad infarcire le conversazioni leggere con frasi “certo che la Patagonia deve essere il viaggio della vita”, “ho sentito che c’è un tour interessante in Patagonia”, ma in casa non c’era indice di ascolto e di interesse. Un venerdì mattina, Guido era in ufficio al Cral chiamo per l’appuntamento settimanale in mensa e dall’altro capo del filo sento la sua voce che dice un nome “Ushuaia”: era con i suoi amici e stavano discutendo e prendendo visione della proposta del viaggio in Patagonia. Ormai la decisione era presa: la domenica una telefonata a Lele e da lì iniziò l’avventura verso un’esperienza diversa, impegnativa. Il gruppo era costituito da dieci persone. Troppi o troppo pochi? Alcuni convinti esploratori, per loro Patagonia voleva dire Trekking verso il Cierro Torre, ruta 40 in fuori strada, alberghi senza prenotazione. Erano quattro amici rodati, per gli altri si trattava di una proposta impossibile. Ma non vi si poteva rinunciare. Ripresento al gruppo un percorso più semplice. Al centro le escursioni in catamarano, e questo portò ad altre due defezioni. Per fortuna il 26 gennaio festeggiamo santo Stefano da Lele, con i ragazzi e con Vannina spumeggiante , che aveva trascorso un mese a Buenos Aires per lavoro senza poter scendere al sud. All’inizio non dimostra grande interesse per la proposta che Lele le ha fatto di accompagnarla, con noi, nella Terra del Fuoco. La sua mamma la porta a condividere la sua esperienza di giornalista in quel grande paese e mentre racconta, ci si accorge che tutta lei sta decidendo di partecipare all’avventura propostale.

Capitolo terzo

Inizia il tourbillon classico di ogni viaggio. Ma questa volta non si va a quattro ore da casa, ma si attraversa l’Atlantico e poi giù giù verso Buenos Aires. Dal 26 gennaio alla prima settimana di febbraio mi sembra che la vita di tutti i giorni apra una finestra giornaliera sulle ampie distese della terra argentina. L’esperienza che si sta delineando viene comunicata, condivisa con chi l’ha già sperimentata. Il lunedì mattina, dopo le prime trenta vasche in piscina, ci si ritaglia cinque minuti con gli amici che hanno vissuto ben dieci anni prima l’esperienza di un viaggio in Patagonia. Un’esperienza di camperisti, con visita ai parenti ed agli amici emigrati. La descrizione della natura, del ricordo di spazi infiniti, di lunghi spostamenti con il camper sono punteggiati da espressioni di meraviglia, gioia, interesse spinto alla condivisione degli stessi sentimenti provati. Un interesse che rinforza il mio desiderio di incontrare quel mondo descritto con tanta nostalgia e partecipazione. Quei racconti di vita mi inducono a non demordere. Ormai l’ipotesi è diventata realtà e a questo punto inizia il “live motive” di ogni mio viaggio: le valigie. Primo patto familiare: a ciascuno la propria valigia, la preferita senza discussioni alcuna. Non è possibile che si discuta sul colore, la capienza, la solidità, anche Guido condivide una scelta libera e stavolta non mi impone il suo pensiero maschile allineato alla logica inscritta in una visione di un bagaglio quanto mai parco e semplice. Il bagaglio è una cosa delicata se non te lo “senti” addosso”, diventa fonte di grande disagio. Per me il bagaglio deve dare la possibilità di non dover dire “sarebbe stato meglio se …..”. Il bagaglio deve essere costruito, pensato, preparato con cura, tempi lunghi e senza interferenze alcune. Fare la valigia è un momento privato, intimo, appartiene al tuo essere libero, è un atteggiamento che non deve essere occasione di discussioni, non deve essere inquinato da interferenze esterne. E’un momento di pura espressione di libertà di scelta. Fare le valigie è un’operazione di profondo afflato personale con il mondo che ti circonda, con il mondo che vai a incontrare, significa costruire un percorso fatto da delicate piegature di oggetti personali da inserire in opportune buste plasticate o di semplice cotone colorate. La lista sul bloc-notes accompagna i movimenti:prima si aprono i cassetti della biancheria: la mia e la sua; poi ci si rivolge ai cassetti dei maglioncini, là dove il profumo di mela verde racconta la voglia di freschezza. E infine le ante degli armadi per recuperare abiti e pantaloni. Jeans di cotone e di velluto fanno bella mostra nei primi posti, per lui due camicie sportive, e una cravatta, non si sa mai, la sera a Buenos Aires potrebbe servire, per me una gonna. Ma per questa nuova avventura bisogna rivolgersi ad esperti del settore. Anche perché la lettura di documenti sulla geografia, la storia ed il clima del paese alla fine del mondo ti porta a rivedere la lista sul bloc-notes: infatti manca la parte per le temperature del sud del mondo. E allora bisogna aggiungere l’abbigliamento anti vento. E per camminare: scarpe da ginnastica e scarponi da trekking. Quando ritorneremo avranno un posto speciale nell’armadio del garage, sulla loro scatola ci sarà una scritta “noi siamo state in Patagonia.”Gli scarponcini verdi mi hanno accompagnato sulle montagne di casa e quando li ho tolti dalla loro scatola ho sentito il profumo di muschio. Erano ad Ardesio, nel comodino di faggio. Sembrava fossero stati appena puliti con la spazzola umida. I lacci erano gli ultimi acquistati per la passeggiata ad Ave un sedici agosto, festa di San Rocco, quando tutto il paese sale alla piccola frazione. L’ultima scarpinata con loro quel sedici agosto, mentre aspettavo Guido e papà Enrico che venivano da Bergamo. Le bimbe con la nonna ed io, di buon passo, su verso Vodala verso il rifugio per bere un caffè: partenza alle sei, rientro giusto in tempo per calare la pasta, il brasato solo da scaldare. Scarponcini verdi, pantaloni al ginocchio, cappellino e bastone,con il profumo dei ciclamini per tutta la salita e al rifugio il caffè sulla terrazza. Per le calzature è tutto a posto. La valigia sta prendendo forma: ordine e logica sembra siano le parole chiave, per rispondere è opportuno avere davanti agli occhi i tempi ed i momenti del viaggio, il percorso completo, le località, in sequenza per avere sempre tutto sotto controllo, per non confondere il bagaglio a mano con la “Valigia” quello strumento, quel mezzo indispensabile per affrontare “il nuovo”. Ma è proprio vero? Al rientro la metà degli indumenti, soprattutto quelli acquistati per il grande freddo, sono tornati a casa senza essere stati usati, senza essere stati esposti alla luce della Patagonia ed al vento del lago Argentino.



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