Paraguay, difficile entrarci, impossibile uscirci

Dopo la famigerata strada del Chaco, l'impossibile uscita attraverso il río Paraguay
 
Partenza il: 01/03/1999
Ritorno il: 15/03/1999
Viaggiatori: 1
Spesa: 1000 €

“Qual è il problema?” chiese Ramiro a quello che sembrava più sano.

Nada” rispose infastidito.

“Meno male. Siamo fermi solo da quattro ore, figuriamoci se era qualcosa di serio!”

“Si è rotta una sospensione, dobbiamo saldarla.” Considerò chiusa la discussione, si girò verso gli altri e ricominciò a bere.

Dei veri simpaticoni. Fino a quel momento non ci avevano dato la minima confidenza. Passavano il tempo alla guida bevendo e ruminando enormi quantità di coca. Tornammo al bar, mentre gli autobus incolonnati dietro di noi durante gli impantanamenti adesso ci sfrecciavano davanti sollevando dense nuvole di diesel e di polvere. Restammo bloccati lì per otto ore. Quando ripartimmo era già buio da un pezzo. A mezzanotte superammo Boyuibe e ci fermammo alla migración della postazione militare, un chilometro più avanti. Ci mettemmo in fila per ottenere, con molta calma, il timbro di uscita dalla Bolivia. Appena ripartimmo andò via la luce all’interno dell’autobus. Guardai fuori dal finestrino. La notte senza luna era illuminata da milioni di stelle.

Da Boyuibe in poi comincia il Gran Chaco, una sconfinata steppa pianeggiante coperta da un groviglio quasi impenetrabile di arbusti spinosi che si estende fino al Paraguay occidentale, lungo il confine con l’Argentina. La scarsa popolazione è composta da qualche allevatore che pascola le sue mandrie in vastissime estancias, da isolati gruppi di indios guaycurú, da famiglie di mennoniti olandesi e da pattuglie delle postazioni militari. E’ una regione inospitale e quasi del tutto disabitata. Eppure Bolivia e Paraguay se la contesero nel corso di una sanguinosa guerra scoppiata nel 1932 e conclusa tre anni più tardi. Come tutte le guerre che si rispettino anche questa fu determinata da solidi interessi economici. La Standard Oil, quella che oggi si chiama Exxon, sosteneva la Bolivia, la Royal Dutch Shell il Paraguay. Il vincitore si sarebbe aggiudicato il diritto di sfruttare i giacimenti petroliferi di cui si illudevano fosse ricco il sottosuolo. Nel 1862 l’Argentina aveva sottratto alla Bolivia il Chaco Central. Alla fine della Guerra del Chaco la Bolivia perse anche il Chaco Boreal, sessantacinquemila uomini e un’incerta via di comunicazione verso l’Atlantico lungo il Río Paraguay. Ma le favolose risorse di petrolio non furono mai scoperte. Pazienza. Le compagnie petrolifere avrebbero cercato da qualche altra parte.

La mattina del terzo giorno ci svegliò un magnifico sole. Ormai procedevamo su due solchi paralleli nella sabbia rossa. Sobbalzavamo di continuo. L’autista era costretto a difficili slalom per schivare le pozzanghere e ci piegavamo paurosamente quando ne prendeva una particolarmente profonda. Verso le otto del mattino arrivammo al Fortín General Eugenio Garay e capimmo di aver varcato l’invisibile frontiera tra i due Stati. Eravamo in Paraguay.

La mattina del terzo giorno ci svegliò un magnifico sole. Ormai procedevamo su due solchi paralleli nella sabbia rossa. Sobbalzavamo di continuo. L’autista era costretto a difficili slalom per schivare le pozzanghere e ci piegavamo paurosamente quando ne prendeva una particolarmente profonda. Verso le otto del mattino arrivammo al Fortín General Eugenio Garay e capimmo di aver varcato l’invisibile frontiera tra i due Stati. Eravamo in Paraguay. Mentre un autista si faceva timbrare la lista dei passeggeri con le fotocopie dei passaporti, l’altro scaricava una cassa di verdura “per snellire la burocrazia.” Era la prima di un’incredibile serie di postazioni militari. La storia era sempre la stessa: aumentavano i timbri sulla lista, si alleggeriva il bagagliaio. E noi morivamo di fame. “Non so cosa darei per un dulce de leche in questo momento” ripeteva continuamente Ramiro. Chi ha avuto la fortuna di assaggiare questo buonissimo budino argentino può comprendere la sua nostalgia. Mi venne in mente che anche René soffriva la mancanza del burro d’arachidi. Quando arrivammo a Mariscal Estigarribia, verso le tre, avevamo già passato cinque ispezioni e controlli. Ci fermammo in un ristorantino per risistemarci un attimo. Con la scusa che doveva fare rifornimento, un’autista si fece cambiare da Roberto, il brasiliano, una banconota da cinquanta dollari. Dopo una minuziosa analisi risultò falsa. Ci coalizzammo con lui e costringemmo l’autista a restituirgli i soldi. Il malfattore si difendeva dicendo che li aveva già spesi e che comunque non sapeva che fossero falsi. Eravamo ai ferri corti. Alla fine tornò coi soldi e si riprese la banconota fasulla.

“Sono un po’ preoccupato” mi confessò Roberto.

“E di che cosa? I soldi te li ha restituiti, no?”

“Sì, no, non è per quello.”

Si tirò su la maglia. Nella schiena, sotto la scapola destra, mi mostrò un piccolo rigonfiamento.

“Riesci a vedere quanto è grosso?” mi chiese.

“Più o meno così” gli mostrai tra indice e pollice.

“Mi hanno detto che è la larva di una mosca che cresce nutrendosi del ‘nido’. Sto tornando a casa mia a Florianópolis per farmela togliere. Questo ritardo mi fa impazzire.”

“Ma dove l’hai presa?”

“Secondo me nel Parco Amboró, vicino a Santa Cruz.”

“Beh, dai, non preoccuparti” cercai maldestramente di consolarlo, ma intanto mi frullavano per la testa terribili pensieri.

Dopo Mariscal ricomparve l’asfalto. In fondo valeva la pena di affrontare questo viaggio, perché si veniva ripagati dalla natura quasi incontaminata. Ai lati della strada crescevano cespugli fioriti, bizzarre varietà di cactus e splendidi alberi, tra cui il quebracho, l’albero spacca ascia. Il suo legno pregiato, troppo pesante per galleggiare, è un’insostituibile fonte di tannino naturale utilizzato per la lavorazione della pelle e costituisce una delle principali risorse del Chaco. Nella macchia erano sospese spaventose ragnatele, poco tessute ma con fili talmente spessi che si notavano anche da molto lontano. In cielo o posati sui pali della luce si potevano ammirare kara kara, aquile, falchi e avvoltoi. All’ennesimo posto di blocco vidi due ñandú, gli struzzi sudamericani, rinchiusi in un recinto. Purtroppo anche qui la fauna selvatica era in leggera ma costante diminuzione. Certo che se uno non è interessato al paesaggio farebbe meglio a prendere l’aereo. Molti passeggeri, però, dovevano affrontare tutti questi disagi perché l’autobus era la soluzione più economica. Per me quel viaggio era uno sfizio, un’avventura, per altri invece una necessità. E sicuramente non erano della spirito giusto per ammirare la natura. Carlos il peruviano era partito da Lima per cercare fortuna in Argentina; i quattro indigeni ecuadoriani stavano affrontando un’incredibile traversata via terra per raggiungere i genitori emigrati anni prima in Uruguay.



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