Paraguay, difficile entrarci, impossibile uscirci

Dopo la famigerata strada del Chaco, l'impossibile uscita attraverso il río Paraguay
 
Partenza il: 01/03/1999
Ritorno il: 15/03/1999
Viaggiatori: 1
Spesa: 1000 €

Ero in viaggio da due mesi tra perú e Bolivia. Dopo essere sopravvissuto al Carnevale a Santa Cruz (Bolivia), e con un ritardo di 4 giorni, finalmente il bus per Asunción riuscì a partire…

Fui svegliato di soprassalto da una selva di mani cariche di cibo che si protendevano verso i finestrini. Poi l’autobus superò la tranca e riprese a correre nella campagna avvolta dalle tenebre. Ormai mi ero talmente assuefatto agli scossoni e al rumore ripetuto e monotono, che quando ci fermammo mi svegliai. Con gli occhi impastati guardai fuori. C’era solo il buio. Nient’altro. Quando spuntò il sole saltai giù in silenzio per scoprire il motivo di quell’interminabile, inspiegabile sosta. Oltrepassata una lunga fila di mezzi incolonnati mi si parò davanti una scena apocalittica. Due TIR e un autobus erano piantati in mezzo ad un piccolo ruscello torbido che attraversava la strada. La strada non era altro che una semplice pista in mezzo alla boscaglia e in quel tratto si infossava per guadarlo. Da ambo le parti una fila clamorosa di veicoli si era allungata per tutta la notte. Centinaia di persone assistevano al penoso lavoro degli autisti e dei pochi volontari che spalavano il fango dalle ruote e vi sistemando sotto tronchi e rami per fare presa. Ma le ruote giravano a vuoto e i mezzi sbandavano inclinandosi paurosamente. Dopo inutili spinte collettive l’autobus venne trainato da un camion con un potente cavo d’acciaio. Due autobus riuscirono abilmente a passare dall’altra parte, aggirando i due TIR invischiati. Ma di nuovo un furgone rimase intrappolato nei profondi solchi tracciati dagli altri mezzi. Alle otto e mezza, finalmente, riuscimmo a passare anche noi, guardati con invidia dagli altri passeggeri. Un paio d’ore dopo fummo costretti a fermarci in uno sperduto villaggio per tamponare una crepa che si era aperta nel filtro dell’olio. Intanto che la colla asciugava, ne approfittammo per fare uno spuntino. Alle undici e mezza eravamo ancora fermi. La lunga colonna di mezzi non lasciava presagire nulla di buono. Andai in avanscoperta sul ciglio della strada, cercando di camminare sull’erba o sui bordi induriti dei vecchi solchi. La colonna di veicoli era serrata, ma in un punto era separata da un’enorme pozzanghera larga quanto la strada e lunga una trentina di metri. Quattro bambini si affacciarono dal finestrino di un autobus e mi chiesero con esuberanza infantile di fargli una foto. Si misero in posa sorridendo con le dentature da latte incomplete e scattai.

“E la foto?”

Non dimenticherò mai la loro delusione, quelle facce incredule quando non videro materializzarsi la fotografia, tipo Polaroid. Provai a spiegare che bisognava prima sviluppare il rullino. Ma non capirono nulla e ci restarono malissimo. Più avanti sprofondai nel fango fino alle ginocchia. Nel tentativo di estrarre i piedi dalla morsa melmosa le ciabatte si stracciarono e adesso si trovano ancora lì dove le ho lasciate, sotto quaranta centimetri di ‘strada’. Da quel momento girai scalzo, mentre il fango mi si induriva addosso. La strada, più simile a sabbie mobili, aveva inghiottito le ruote di diversi autobus e di un camion che trasportava banane.

“Beh, almeno di fame non moriamo” sentenziò uno dei tanti curiosi, seguito da una risata collettiva.

Non è che la situazione fosse poi così allegra, però. Si ripetevano le stesse scene di prima, ma questa volta la strada era in condizioni veramente disperate. In alcuni punti gli autisti, immersi nel fango fino alle ginocchia, cercavano di fare il possibile con pale e secchi. Quando ci avevano detto che nel Chaco pioveva, forse non mentivano. Se non altro in quel momento c’era un bel sole. Alla fine riuscimmo a saltare fuori anche da lì.

A pranzo finimmo le scorte di viveri che ci aveva fornito la flota. In teoria sarebbero dovute bastare per tutto il viaggio. I miei compagni di viaggio leggevano, ascoltavano musica, si facevano i fatti loro. L’autobus era mezzo vuoto, almeno si dormiva decentemente.

“E’ vero che ci sono molti italiani a Buenos Aires?” domandai a Ramiro.

“Altroché, metà degli abitanti è italiana o di origini italiane. Io mi chiamo Rodríguez, i miei antenati venivano dalla Spagna; ma la mia ragazza è italiana. E viviamo nel quartiere Palermo.”

“Ma tu di dove sei?” mi domandò Jorge.

“Italia.”

“Sì, ho capito. Ma di dove, di quale città?”

“Parma. La conos..?”

“Ah, Parma! Crespo, Sensini, Couto…”

“Asprilla” aggiunsero gli altri in coro. Ne sapevano più loro di me.

Prima che la squadra di calcio andasse in serie A e si affacciasse alle competizioni internazionali, nessuno all’estero conosceva la mia città, tanto che ero solito dire che abitavo vicino a Milano. Al limite qualcuno si accorgeva della somiglianza Parma-parmigiano. Mi ricordo di quella volta a Stoccolma quando ero andato a cambiare i soldi in uno sportello di cambio della stazione ferroviaria. L’addetto si era soffermato a guardare la mia maglietta con lo stemma dell’università e aveva esclamato: “Ah, Parma. Brolin!” In pratica la mia città era conosciuta a livello internazionale solo per il formaggio e per la squadra di calcio. Sono soddisfazioni di cui andare fieri, non c’è che dire.

Dopo diciotto ore di viaggio arrivammo a Camiri, la capitale petrolifera della Bolivia, distante appena trecento chilometri da Santa Cruz. Gli autisti ci lasciarono in un ristorante sulla strada e andarono in un’officina a poca distanza da lì per eseguire certe riparazioni. Quell’ennesima sosta forzata ci permise di conoscerci meglio. I passeggeri erano in prevalenza giovani, una compagnia molto eterogenea. Oltre a Ramiro, Manuel e Jorge, che avevo già conosciuto a Santa Cruz, c’erano tre giapponesi, un brasiliano mezzo giapponese con lontane parentele italiane, un peruviano, tre fratelli e una sorella ecuadoriani in abiti tradizionali e due ragazze irlandesi. I rimanenti erano peruviani e boliviani di mezz’età. Le irlandesi erano particolarmente carine. Non sapevano una parola di spagnolo, così mi sacrificai a fare da interprete. Al che si scoprì che tutti parlavano inglese alla perfezione. Manuel si spacciava addirittura per madrelingua. Saltavano fuori delle traduzioni così bislacche da scatenare ripetuti scrosci di risate. Le due povere ragazze si guardavano attonite, sorridendo senza capire. Il clima era piacevolmente disteso, favorito anche dalle barzellette di Jorge. E’ incredibile come fossero le stesse barzellette che circolavano in Italia. In quello sperduto locale di Camiri era rappresento mezzo Sudamerica. A volte riuscivo perfino a cogliere le differenze di pronuncia tra uno e l’altro. Ma intanto il tempo passava e dell’autobus nemmeno l’ombra, anche perché ormai era buio. Dopo un rapido consulto decidemmo di fare un salto nell’officina. Trovammo i due autisti e l’aiutante svaccati sopra dei vecchi pneumatici a tracannare birra.



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