Pamir – Piccolo racconto di un grande viaggio

MERCOLEDI 20 AGOSTO – Confine Uzbekistan-Tajikistan / Lago Iskanderkul Arrivati al confine, le operazioni doganali non sono così drammatiche come ci si aspettava, i doganieri uzbeki aprono un solo bagaglio, ma l’impressione è che lo facciano giusto per giustificare la loro presenza e fare un po’ di scena, e poi a piedi ci avviamo verso il...
 
Partenza il: 20/08/2008
Ritorno il: 27/08/2008

MERCOLEDI 20 AGOSTO – Confine Uzbekistan-Tajikistan / Lago Iskanderkul Arrivati al confine, le operazioni doganali non sono così drammatiche come ci si aspettava, i doganieri uzbeki aprono un solo bagaglio, ma l’impressione è che lo facciano giusto per giustificare la loro presenza e fare un po’ di scena, e poi a piedi ci avviamo verso il Tajikistan. Qui operazioni semplicissime, il primo incontro è con un doganiere enorme dalla dentatura dorata che sorridendo mi chiede per scherzo il numero del passaporto a memoria, stampandomi poi una bella risata quando gli rispondo prontamente; le lungaggini burocratiche in Uzbekistan mi avranno sicuramente aiutato nel processo di memorizzazione..

passiamo poi al timbro sul passaporto in uno sgangherato gabbiotto dove ci sono dei ragazzini in divisa, che avranno sì e no diciotto anni, con mimetiche chiaramente di recupero, alcune di esse hanno addirittura ancora in evidenza gli emblemi dell’Armata Rossa, e siamo ufficialmente in Tajikistan.

Ancora qualche passo su questa dritta strada che solca le campagne ed ecco fare capolino i nostri mezzi, un enorme camion UAZ turchese, un simpatico cubo con sei ruote e delle magnifiche tendine ai finestrini, e una Lada vecchissimo modello con delle balestre da battaglia alle ruote, entrambi molto vissuti e che lasciano presagire in che condizioni si trovano le strade che percorreremo.

Si parte per Penjikent, la prima cittadina dopo il confine, qui mi colpisce l’immagine composita di una statua equestre di un qualche eroe nazionale, un condottiero del passato remoto, con alle spalle, un edificio decadente dall’aria inequivocabilmente sovietica.

Fedeli alle nostre abitudini, durante la sosta non possiamo fare a meno di tuffarci nel bazar, forse meno vivace e colorato di quelli uzbeki, ma comunque interessante per la sua carica di umanità; anche qui la gente è sorridente, i saluti gioiosi e gli sguardi curiosi.

Ed è un attimo perdersi in questo mercato, nella sua anima colonnata e circolare ravvivata dai colori dei banchi ricolmi di mercanzie, dei cestoni e dei sacchi ordinati e straripanti di frutta fresca e secca, nei gabbiotti e bancarelle tutto intorno, dove si vende veramente di tutto e si cambia denaro; ad attirare la mia attenzione, oltre ai banchetti di succulenti samsa, è la gestualità di un’anziana donna che, brandendo una specie di pentolino pieno di erbe fumanti, si aggira tra i banchi per togliere il malocchio alle verdure, ricevendone in cambio piccoli assaggi. Ripartiti dopo la sosta, la prima riflessione è che si avverte chiaramente che al di qua della barriera, lasciato l’Uzbekistan, la situazione economica è decisamente più disastrata.

Lungo la strada facciamo sosta per il pranzo in un fresco ristoro, piuttosto spartano, sotto un gazebo e attorno ad una tavola piena di frutta.

Dopo la città si inizia pian piano a salire, e comincia la spettacolare carrellata di paesaggi, tra una valle pietrosa e montagne di roccia che ricordano i “camini di fata” della Cappadocia, strapiombi e fiumi melmosi; come dei bambini meravigliati guardiamo chi silenzioso, chi tra esclamazioni entusiastiche, le cartoline che si susseguono al di fuori del finestrino, come primo approccio al nuovo paese direi che non è niente male.

Dopo un po’ ci troviamo fermi, la strada è bloccata, c’è un ponte chiuso a causa dei lavori di ammodernamento, o meglio ricostruzione totale, portati avanti da schiere di operai cinesi, con camion cinesi, segno evidente dei forti interessi economici che la nuova superpotenza nutre nella zona.

L’unica è aspettare, ci fermiamo ad osservare l’allungarsi della fila di automezzi inermi, a condividere la speranza che prima o poi ci faranno passare con gruppi di lavoratori e famiglie numerose tagike, un paio di gruppi di turisti europei per nulla scomposti dal passare del tempo, quasi quanto noi, che bivacchiamo davanti ad un baretto lasciando che la prima birra tagika ci assista nell’attesa.

Dopo un bel po’ di tempo, siamo quasi all’imbrunire, il serpentone di mezzi riparte, si incammina per attraversare il ponte finalmente riaperto e imboccare i chilometri di strada stretta, pietrosa, tutta curve e salita che ci aspetta dall’altra parte del fiume.

Arriviamo infine, che ormai è buio pesto, alla nostra destinazione, una turbaza, un ex campo estivo sovietico composto da una serie di casupolette sulle rive di un lago che sicuramente avranno visto tempi migliori, ma comunque un posto tranquillo dove passare la notte.

GIOVEDI 21 AGOSTO – Lago Iskanderkul / Dushanbe Non sto bene. La sveglia sul lago, che è veramente bello di giorno, l’incantevole immagine delle acque azzurre in cui si specchiano le enormi montagne che le circondano comunque mi danno la carica per affrontare la giornata.

La strada fatta ieri sera al buio è strepitosa. Prima gole rossastre a strapiombo sul fiume azzurro, poi la valle si apre, regalando scorci su un territorio vergine ed immenso, su vallate che sembrano non avere né fine né principio.

La condizioni del fondo stradale sono invece pessime; ci sono lavori in corso ovunque, mucchi di pietre per battere la strada costeggiano gli strapiombi per chilometri, serie interminabili di terrapieni ci accompagnano per tutto il tragitto, dobbiamo zig-zagare tra i numerosi parafrane ancora incompiuti. In questo itinerario delirante, il passaggio attraverso una galleria in costruzione è un’esperienza unica. E’ un tunnel interminabile, sembra di non uscire più dalla montagna, il fondo è acquitrinoso e più di una volta si scorgono, alla luce fioca delle lampade che tentano di illuminare questo antro infernale, gruppetti di operai che vagano.

Che lavoro bestiale deve essere, cerco di immaginare la vita che conducono quegli uomini che vedo passare, la fatica che fanno e il pericolo che devono affrontare, e soprattutto a quale prezzo.

Usciti alla luce del sole, questo senso di desolazione non mi abbandona, si vedono sparsi qua e là relitti di vecchie cave, arrugginiti paesaggi post-industriali montani, decadenza.

Man mano la strada scende, l’avvicinamento a Dushanbe si avverte, anche perché la strada si fa asfaltata, e compare prima l’enorme e chiccosissima dacia del presidente e poi una serie di lussuose villette con piscina a lato del fiume che stride con tutto quello visto fin ora in questo pezzetto di paese.



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