olanda in moto

Ad Agosto io e Maria Grazia con “La Polverosa” abbiamo girato un po’ l’Olanda, anche se non quanto ci sarebbe piaciuto fare. Essendo il primo viaggio in moto così lungo ne abbiamo accorciato la parte motociclistica, facendo in treno l'andata Verona-Hamburg. Da Hamburg, siamo andati direttamente ad Amsterdam; sono circa cinquecento...
 
Partenza il: 10/08/2009
Ritorno il: 22/08/2009
Viaggiatori: in coppia

Ad Agosto io e Maria Grazia con “La Polverosa” abbiamo girato un po’ l’Olanda, anche se non quanto ci sarebbe piaciuto fare.

Essendo il primo viaggio in moto così lungo ne abbiamo accorciato la parte motociclistica, facendo in treno l’andata Verona-Hamburg. Da Hamburg, siamo andati direttamente ad Amsterdam; sono circa cinquecento chilometri in una campagna che progressivamente si riempie di canali e costeggia infine il Ijsselmeer in una luce resa abbagliante dal riflesso del sole sull’acqua.

Come non essere banali parlando di Amsterdam? Si sta bene. E’ una città elegante e vivace allo stesso tempo. I musei sono straordinari non solo per le opere che contengono, ma anche per la possibilità che ti danno di osservarli da vicino. Purtroppo i locali più famosi in cui fanno musica jazz (che a noi piace) erano chiusi, ma siamo riusciti ad ascoltare un piccolo concerto nel Concertgebouw. E’ bello passeggiare a tutte le ore del giorno e della notte fra i canali e nei quartieri più vivi, come il Jordaan. La sorpresa è stata una sera tardi vederci scrutati dagli occhi gialli di un gattone pacificamente acciambellato sopra una catasta di meravigliose forme di formaggio dietro la vetrina di un negozio. Una signora italiana che abita lì vicino ci ha rassicurati che non è infrequente e il gatto è di guardia al formaggio per tenere lontani i topi. Mah!?! In città, abbiamo alloggiato all’Esterhea Hotel, sul Singel. Centralissimo e comodo: bella la camera e ampi spazi ben arredati in cui stare. Non è a buon mercato, ma a mio parere nelle grandi città italiane a parità di trattamento si spende di più. Abbiamo mangiato bene la cucina indonesiana (non ricordo dove), il pesce in un ristorante dietro l’albergo in Spuitstraat (Lucius) e ci siamo divertiti nel Moeders Restaurant (Rozengracht 251), un luogo incredibile e simpatico tappezzato da migliaia di foto delle madri degli avventori.

Dopo tre giorni, ci siamo spostati sull’isola di Texel a nord. Per strada abbiamo curiosato in alcune città e cittadine che sembrano uscire dai libri dei fratelli Grimm: Haarlem, Alkmaar (curiosa la borsa del formaggio anche se troppo affollata di turisti), Edam. Ci siamo avvicinati con emozione all’Afsluitdijk, la diga lunga trenta chilometri che ha chiuso lo Zuiderzee, trasformandolo in un grandissimo lago di acqua dolce (l’Ijsselmeer). Sarà stata la giornata calda o meno, sembrava di attraversare il ponte che unisce Mestre a Venezia. Texel ha la tranquillità di un fortino, circondata completamente com’è da dune di sabbia o da lunghissimi bastioni a proteggere la terra e gli uomini. Verdissima e punteggiata da innumerevoli greggi. Si lascia la moto e si inforca la bicicletta per girare più o meno a caso a ridosso della duna, rossa dei cuscini di erica, o lungo le strade che tagliano come righe sul foglio la campagna. Il faro all’estremità nord-est è come ci si aspetta siano i fari. Alto sull’unico promontorio appena accennato e rosso che rincuora nel grigio del mare e del cielo. Degli uccelli migratori ovviamente neppure l’ombra vista la stagione e quelli stanziali, protetti dai divieti di un parco, li abbiamo visti lontani sulle rive di un laghetto, puntini neri gracchianti, dopo una camminata che non finiva più. Più soddisfazione ci hanno dato le foche ad Ecomare, santuario creato per curare quelle ritrovate ferite. Curioso il museo dei relitti di mare che raccoglie anche molte testimonianze della vita marinara in quell’angolo del mare del nord; la più divertente: una parete colma di bottiglie di ogni forma, colore e dimensione sistemate in bell’ordine. Abbiamo alloggiato all’Hotel De 14 Sterren che per la collocazione sembra un agriturismo. Ci si mangia un burger al piatto favoloso. L’albergo è ai margini del bosco De Dennen e verso il tramonto abbiamo fatto passeggiate indimenticabili per stradine sulle quali si affaccia di quando in quando una casa di campagna ordinatissima ed il traffico è quel tanto che basta a rassicurarti che il mondo va avanti. Abbiamo mangiato del buon pesce nel ristorante Visrestaurant ‘t Pakhuus di Oudeschild che si affaccia sul porto peschereccio dell’isola. Molto interessante la birra prodotta sull’isola, che si trova in tutti i locali.

Sarebbe stato bello rimanere ad oziare ancora nel silenzio verde di Texel ad aspettare una tempesta che desse senso a tutte quelle opere di difesa dal mare. Invece, dopo altri tre giorni abbiamo ripreso il ferry-boat (efficientissimo) e siamo tornati sulle terra ferma. Direzione: Den Haag (L’Aia). Lungo la strada ci sorprendono le curiosità di una terra che si confonderebbe con il mare se gli olandesi non la difendessero con puntiglio; la più divertente è attraversare lunghi viadotti che incrociano la strada e vedere l’albero di una barca a vela che ti sta passando sopra la testa. Abbiamo trovato Den Haag ancora più elegante di Amsterdam, un salotto. Il Mauritshuis è un museo straordinario ed emozionante senza folla in cui accostare senza fretta i capolavori di Rembrandt, Vermeer, Brueghel, Rubens, Hals, Van Dyck e tanti altri. Il tram ci ha portato a Scheveningen, località balneare che fa parte di Den Haag con i suoi palazzoni, l’albergone art decò, la folla e il clamore delle località balneari. La spiaggia è bella ed è curioso vederla punteggiata di basse barriere antivento che sostituiscono gli ombrelloni. Per l’alloggio avevamo scelto un “boutique hotel” a due passi dal Palazzo Reale: il Paleis Hotel. Così discreto da essere quasi imbarazzante, ma comodissimo. L’unico problema è stato arrivarci con la moto, visto che è nella zona pedonale, e trovare un parcheggio per “La Polverosa”. Dopo vari tentativi l’ho lasciata accanto al cancello secondario del Palazzo Reale, sotto lo sguardo vigile e rilassato dei poliziotti di guardia. Non abbiamo buoni ricordi della cucina di Den Haag perché ci siamo stati troppo poco e perché abbiamo scelto un po’ male, finendo sempre in locali di ristorazione di massa agghindati da ristorante (Vapiano, Humphreys). Però, onestamente non abbiamo mangiato male e abbiamo speso abbastanza poco.

E poi via ancora verso Bruges, in Belgio. Attraversando l’imboccatura del porto di Rotterdam su un piccolo ferry boat che prende le misure del traffico di bettoline e navi da carico che vanno e vengono nel canale e percorrendo il Delta dello Schelda lungo il sistema di barriere mobili che bloccano il mare solo quando ce n’è bisogno. Bruges è talmente caratteristica che il traffico turistico un po’ la snatura, ma se dormi in centro, la mattina presto e verso sera si spopola delle comitive che si riversano dai torpedoni e si fa conoscere nella sua dimensione intima. Non c’è nulla di particolarmente importante, se non il Groningenmuseum (che purtroppo era chiuso), e una scultura di Michelangelo che testimonia la ricchezza dei mercanti della delle Fiandre. È il tessuto della città, in cui si intrecciano belle case affacciate sui canali, palazzi imponenti costruiti dai mercanti e stradine da cui sono banditi i segni omologatori della globalizzazione, che ti trascina fuori del tempo, non nel passato, ma piuttosto nella dimensione della fiaba. A Bruges abbiamo alloggiato in un comodo albergone dietro il Markt (Hotel Acacia) e mangiato onestamente in un paio di posti, cercando di indovinare quelli meno “turistici”.



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