Non tutto in Africa è nero

Di Alfiero Ciampolini Firenze - Francoforte - Windhoek - Città del Capo (Sud Africa) - Joannesbourgh - Firenze. -Premessa- A chi mi chiedeva perché quest’anno in Namibia e Sudafrica, io rispondevo semplicemente che la mia ambizione era e resta quella di toccare comunque tutti i Paesi del Pianeta. Simile risposta nascondeva, con troppa...
 
Partenza il: 26/07/2002
Ritorno il: 14/08/2002
Viaggiatori: in gruppo

Di Alfiero Ciampolini Firenze – Francoforte – Windhoek – Città del Capo (Sud Africa) – Joannesbourgh – Firenze.

-Premessa- A chi mi chiedeva perché quest’anno in Namibia e Sudafrica, io rispondevo semplicemente che la mia ambizione era e resta quella di toccare comunque tutti i Paesi del Pianeta.

Simile risposta nascondeva, con troppa evidenza, una scarsa attrazione per l’Africa, sopratutto per la Namibia, contrariamente ad un certo interesse che, viceversa, nutrivo per il Sudafrica. Insomma, bisognava comunque andare e dunque andare anche in Namibia. Con l’alibi del forte incremento di turismo (si fa per dire, come capirete in seguito), non riusciamo a prenotare sull’Air Namibia e dunque si è costretti ad allungare il volo, via Johannesburg, con la South African Airways, partendo fortunatamente da Firenze, con un volo Lufthansa, che copre il primo tratto fino Francoforte.

-23 Luglio- Si parte il 23, debitamente istruiti anche dalle tante informazioni acquisite da Elena e Beppe, carissimi amici appena rientrati da un analogo tour. Si parte ben equipaggiati, perché ci dicono che in Namibia, specialmente durante la notte, fa molto freddo, essendo questa la sua stagione invernale.

Arriviamo a Francoforte puntualissimi a metà pomeriggio ed è prevista un’attesa di oltre quattro ore prima del decollo successivo. Per fortuna, al momento del check-in, ci viene proposto da una solerte funzionaria della South African, nostra connazionale, di volare direttamente sulla capitale Windhoek, giustappunto con l‘Air Namibia. Ci viene garantita ogni certezza a proposito dei bagagli e pertanto si accetta, dato che così anticiperemo il nostro arrivo di oltre cinque ore, in pratica quasi una giornata. Si oltrepassano svariate dogane, tant’è che alla fine gli stessi addetti rinunciano persino ai dovuti controlli. Si vola per tutta la notte insieme a pochi turisti italiani; i più sono nordeuropei, specialmente tedeschi giacché, com’è noto, la presenza tedesca in Namibia è stata ed è così preponderante che, per non pochi aspetti, sembra proprio di vivere in una realtà fra lo svizzero e il bavarese.

-24 Luglio- Dopo una tranquilla notte trascorsa in aereo e dopo una colazione che ci viene servita alle cinque del mattino, alle sette (le otto locali) arriviamo all’aeroporto internazionale di Windhoek e purtroppo incorriamo nell’unico vero disguido dell’intero viaggio: due valigie di Cristina e Pietro non hanno viaggiato con noi, malgrado le assicurazioni che ci avevano solennemente garantito a Francoforte e malgrado anche la mitica efficienza, della quale si parla, a proposito del suo aeroporto, il più trafficato del mondo. Si svolgono i normali e gli straordinari accertamenti del caso, con una Cristina tutto sommato tranquilla, quasi da far intendere che comunque non saranno andate perdute e dunque prima o poi arriveranno, magari alle ore tredici quando, via Johannesburg, arriverà il volo della South African, quello sul quale avremmo dovuto viaggiare anche noi.

In non più di mezz’ora si sbrigano le operazioni relative alla consegna del nostro pulmino (l’unica prenotazione effettuata da Firenze) e quindi si parte subito alla volta della “grande metropoli“, che dista 45 chilometri. Tre ore a disposizione sono sufficienti sia per un primo rapidissimo attraversamento della città, sia per le necessarie prenotazioni di ingresso ai parchi Etosha e Waterberg. Per fortuna tutto fila liscio e si ha così modo di assaggiare positivamente l’organizzazione namibiana che, come capirete anche in seguito, dimostra di funzionare quasi alla perfezione.

Windhoek, che si traduce in “angolo ventoso”, si trova esattamente al centro del Paese, collocata su un altopiano, costituisce anche il mosaico etnico della Namibia: vi si incontrano Herero (caratteristiche le donne, con i loro abiti ottocenteschi coloritissimi e con il turbante in testa), Owambo, Kavango, Damara, Nama, San e naturalmente europei. I San, popolo nomade, pronto a sopportare le condizioni ambientali più dure e ostili, furono i primi abitanti; nel 1500 furono sostituiti dai Khoi-Khoi, mentre un secolo dopo ebbero il sopravvento gli Herero. I primi visitatori europei furono i portoghesi, alla ricerca di una rotta per le Indie, mentre questa terra restò nei secoli di scarso interesse. Namib significa “vuoto”. La Namibia era conosciuta come una vasta pianura arida, il “Paese dell’acqua asciutta” o la “Terra che Dio creò in un giorno di rabbia”, come disse qualcuno che non so chi fosse. Fu nel 1883 che Adolf Luderitz (un noto e potente mercante di Brema che aveva contratto interessi su queste terre) riuscì a convincere il cancelliere tedesco, Otto von Bismarck, ad imporre prima una sorta di protezione sull’intera Regione, quindi a garantirne successivamente uno status di protettorato. La reazione delle locali popolazioni fu sconfitta in via definitiva nel 1908, ma nel 1919, con il Trattato di Versailles, la Germania si vide costretta a rinunciare a tutte le sue pretese coloniali. Nel 1921, la Società delle Nazioni l’affidò all’amministrazione del Sudafrica e soltanto dal 1990 la Namibia è Stato indipendente. A mezzogiorno, io Gianni ed Enrico si torna in aeroporto e si ritirano i bagagli effettivamente arrivati. Intorno alle due, dopo aver fatto un po’ di rifornimenti alimentari, si parte per il Nord e a metà pomeriggio si tiene una breve sosta per la visita a uno dei numerosi mercati che durante il viaggio avremo modo di frequentare, quello di Okalandia che, in verità, non promette granché. All’ora del tramonto, esattamente alle 17.35, si giunge nei pressi del Waterberg Park e si pernotta all’interno del “Barnabè De La Bat”, un attrezzato ed efficiente Rest Camp (una catena di strutture alberghiere e ricettive, di proprietà pubblica -privata, che mi permetto assolutamente di consigliare). Le camere sono essenziali, ma ordinate e pulitissime. A me sembra soltanto insufficiente la dotazione di una sola coperta per la notte, ancora fortemente condizionato dal gelido notturno che ci avevano trasmesso Elena e Beppe. Ebbi addirittura una discussione con il personale di servizio che si ostinava a insistere (avendo pienamente ragione) che una coperta sarebbe stata più che sufficiente. E così effettivamente fu.

La cena non poteva che essere consumata all’interno del loro ristorante (peraltro niente male), in quanto la catena è autosufficiente in tutto e per tutto, così come la cena non poteva che essere consumata entro le venti, perché a quell’ora in Namibia tutto (o quasi) si ferma, dato che la vita segue giustamente cadenze e orari naturali: tutto si svolge dall’alba al tramonto. E come avrete già intuito, alle nove di sera sono rarissimi coloro che ancora non stanno dormendo. -25 Luglio- In questa stagione l’alba è alle sei e venti, orario che coincide esattamente con l’inizio della visita al Parco. Quindi, sveglia alle cinque e mezzo e partenza alle sei. La visita a questo Waterberg Plateau Park è organizzata (l’unica dell’intero viaggio) dal centro servizi, ha una durata di circa tre ore e si svolge utilizzando mezzi fuoristrada scoperti, sia per consentire la più ampia visibilità, sia per mettere alla prova tutti noi poveri cristi che, ancora un po’ assonnati, non riusciamo a capacitarci fino in fondo del perché di tanta cattiveria, inflitta a veri e propri sprovveduti innocenti. Il freddo è polare, il vento taglia letteralmente la faccia ed anche il sole, che si sta alzando, non riesce assolutamente ad intiepidirci. Questa volta avevano ragione Elena e Beppe. Come avrei voluto abbracciare un’ampia coperta di vera lana, anziché quella striminzita che ci poggiamo appena sulle ginocchia! Eppure siamo ben bardati: giacca a vento, cappello, vestiti pesanti, guanti. Per fortuna, dopo circa un’oretta si giunge nel parco, il fuoristrada rallenta, il sole nel frattempo comincia a stemperare, si avvistano i primi animali e quindi tutto diventa più sostenibile.



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