Nepal: drammi e immensità sul tetto del mondo

Ringraziamenti e spese Dietro a una pazzia che fai c’è quasi sempre un pazzo che te ne ha parlato facendotela sembrare normale. Nel caso del mio avvicinamento al Nepal, sono almeno tre le persone che, più o meno casualmente, si sono succedute per trasformare il volere in potere. Il mio capo, Monica Lacoppola, che mi ha fatto intervistare il...
 
Partenza il: 15/11/2004
Ritorno il: 31/12/2004
Viaggiatori: in coppia
Spesa: 1000 €

Ringraziamenti e spese Dietro a una pazzia che fai c’è quasi sempre un pazzo che te ne ha parlato facendotela sembrare normale. Nel caso del mio avvicinamento al Nepal, sono almeno tre le persone che, più o meno casualmente, si sono succedute per trasformare il volere in potere. Il mio capo, Monica Lacoppola, che mi ha fatto intervistare il suo amico fotografo appassionato d’Africa, Fulvio Bugani, il quale, attingendo al suo campionario di piccoli esploratori, mi ha gentilmente dato il nome di Marco Porta, esperto alpinista con svariate spedizioni in Nepal alle spalle. Un camminatore entusiasta da cui, durante un tranquillo aperitivo bolognese, ho avuto i nomi dell’hotel Harati per soggiornare a Kathmandu e dell’agenzia nepalese Cho-Oyu Trekking (http://www.Cho-oyutrekking.Com/) per pianificare la camminata su per la valle dell’Everest.

Dell’agenzia i più prodighi di cure sono stati Beni, la ragazza che ha risposto alle mail e Krishna, il ritardatario che ci ha aiutati con gli spostamenti da e per l’aeroporto. All’agenzia fanno poi capo anche Sete, la nostra guida, e Lahl, il ragazzo che ci ha fatto da portatore: loro meritano però queste righe tutte per loro perché durante i sette giorni di cammino sono stati più amici che aiutanti.

Infine c’è Antonio Serra senza cui tutto questo non sarebbe semplicemente esistito. Contro ogni pronostico abbiamo condiviso quindici giorni al limite dell’assurdo senza mai litigare. Anzi, abbiamo cooperato ogni sera: io scrivevo e lui gentilmente rileggeva, limando gli eccessi di soggettività e integrando i particolari dimenticati.

Buona lettura e per chi volesse seguire le nostre orme, la spesa sarà di circa 1300 euro: 500 tra albergo, voli interni, guida alpina e portatori; 200 di spese locali in pasti, trasporti e biglietti d’ingresso ai siti d’arte e ai parchi; e 600 di aereo. Cifre a cui vanno aggiunti investimenti iniziali per le vaccinazioni (antitifica ed epatite A) e il materiale da trekking (zaino, scarpe, sacco a pelo, calzini, racchette, occhiali). E’ poi ovvio che, specie per i voli, si registrano variazioni sensibili a seconda del periodo, della compagnia e dell’età.

Silvio 15/16 dicembre 2004 In volo su terre solo immaginate Ore 20.40. In treno, vuoto, solito percorso da Forlì a Bologna. Sala d’aspetto della stazione centrale in attesa di Antonio e dell’Eurostar per Milano. Tutto già noto: c’è il tempo per pensare. Alla paura, in primo luogo, ma è poca perché ormai si è in gioco. La paura era più delle settimane prima, quando ancora non avevi comprato il biglietto, quando ancora potevi tornare indietro e preferire il mascarpone con chi vuoi all’Everest e fatti tuoi. Ora c’è solo la tensione in vista del nuovo, quale che sia la forma in cui si manifesterà. Poi ci sono i saluti degli amici che arrivano su un cellulare pronto a spegnersi per lungo tempo. Qualcuno guarda avanti e ti chiede di risparmiare il fiato per il Cammino di Santiago. Qualcuno guarda al passato e ti ricorda che sei stato un buon amico. Qualcuno ti conosce ormai poco e ti chiede cos’è che ti porta altrove. Infine ci sei tu che pensi a quello che vedrai. E’ impossibile non farlo, ma è altrettanto impossibile non ricadere nello stereotipo. A volte ti immagini alla Messner, protagonista di un video clip avventuroso che ti ritrae a suon di batteria lungo le pendici dell’Everest. A volte ti immagini alla Terzani, più riflessivo e intimista, in silenzioso congiungimento con la spiritualità della cultura locale. E a volte ti immagini come Angela, pacato narratore di un viaggio che nasce per essere raccontato. Insomma, alla fine tutto profuma di già noto ed è un po’ fastidioso quando accetti di sederti per 8 ore su un aereo coltivando la speranza opposta.

Alla stazione di Milano ci sono le solite facce losche. Nel cuore della notte non c’è nessun bus. Optiamo per il taxi, guidato da un simpatico quarantottenne che ci accompagna su e giù per le rampe di Linate fino a farci trovare una porta aperta per entrare e attendere su una panchina, in mezzo ad altri viaggiatori dormienti, le 7.30, ora dell’imbarco per Vienna. Dopo vari anni a digiuno di voli, la tranquillità è poca sull’aeroplanino della Tyrolean Air che ci ospita, ma c’è calma a sufficienza per scrutare fuori dal finestrino i cieli che attraversiamo: le nebbie di Milano, le nubi che la sovrastano, il blu delle Alpi del sud e il grigio della perturbazione bloccata a nord. Giunti a Vienna in ritardo, rimane solo il tempo per correre attraverso tutto l’aeroporto e salire sul Boing delle 10.30 per Kathmandu, un volo che, tormentato da svariati vuoti d’aria, ci depositerà in Nepal alle 22.45 ora locale. Il paesaggio che scorre fuori dall’oblò nel corso delle 8 ore di viaggio è da esame di geografia: Carpazi, Mar Nero, Mar Caspio e nel finale le luci dell’India.

Le ultime che vediamo prima dei tenui bagliori notturni di Kathmandu. Dove è morbido l’impatto con la burocrazia, ma duro tutto il resto. In auto, dall’aeroporto all’albergo, si sta seduti con un perenne senso di insicurezza. Guidano alla sinistra come gli inglesi, ma per evitare le buche si accentrano e si schivano all’ultimo. Troppo all’ultimo per non pensare a un frontale. Per tranquillizzarci proviamo a guardar fuori, ma nei pochi angoli illuminati balugina la decadenza di un falò di rifiuti. E’ ufficiale: come ci conferma anche un posto di blocco con filo spinato, siamo fuori dall’Europa.

Provvidenziale è l’arrivo all’albergo: miserabile nella facciata che guarda alla strada, ma silenzioso grazie al giardino stile inglese su cui si affaccia la nostra finestra. Così è più facile avviarsi nel sonno verso una notte che ci ha tolto un giorno, quello cominciato all’alba volando in direzione est a quasi 900 Km/h. Spegniamo la luce e dal comodino, che sostiene la lampada nel paese del buddismo e dell’induismo, spunta una Bibbia in inglese. Mistero di Dio.

17 dicembre 2004 Kathmandu: tra strade grigio terra e cielo grigio smog Dopo una notte fredda, dormita alla faccia del fuso orario, ci alziamo alle 9.30, svegliati dalle donne delle pulizie, che, non vedendo cartelli sulla maniglia d’entrata, tambureggiano sulla porta urlando “house keeping, house keeping, house keeping”. Senza smettere fino alla nostra assonnata e lenta comparsa. Scendiamo e ci abbuffiamo di tè, latte, pane, croissant, marmellata e uova con pancetta. Serve tutto per provare a uscire, perché, come osserva Antonio, “le finestre sembrano due televisioni”. Il campionario di umanità che vi scorre è da fiaba horror: risciò che sembrano pavoni, vecchi con sacchi di grano sulle spalle, monaci, motociclette anni ’70, auto non databili e camion polverosi. Tutti in movimento senza regole, schegge impazzite tra cui non sai come camminare. Non sai se stare nel fossetto, putrido come una fogna e ostacolato qua e là dalla presenza di un venditore di ravanelli. Non sai se stare nel mezzo, perché tutti vi tendono e ci si ingarbuglia. E non sai da che parte stare attento, perché tutte sono buone per essere investito.



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