Namibiamoremio-impressioni di viaggio

Son solo impressioni... di un viaggio, di una terra che ho nel cuore
Scritto da: amyj
namibiamoremio-impressioni di viaggio
Partenza il: 27/12/2010
Ritorno il: 09/01/2011
Viaggiatori: 7
Spesa: 3000 €

Il primo passaggio rimarchevole: una veduta mozzafiato su un ampio paesaggio che si apre dinanzi, marrone e grullo, dotato di un “agganciante” aspetto di forza, di indistruttibile mutevolezza, che cambia nelle buche nelle asperità ma mai nel suo essenziale respiro marrone e vasto, pare una promessa d’infinito. E invece, nel corso del viaggio scoprirò che è solo un piccolo assaggio di mutevoli vastità che paiono promettere l’infinito – un piccolo assaggio neanche troppo succulento, se non fosse che è l’inizio – perché in Namibia, spazi sconfinati, immense magie della natura, del territorio, della roccia, si materializzano quasi ad ogni tratto di strada. Credo sia lo Spreetshoogte Pass. Scendiamo per una strada ripidissima, che neanche le più adrenaliniche montagne russe del luna park quand’ero bambina. Per fortuna hanno saggiamente asfaltato i tratti peggiori. Per fortuna l’abilissima autista lavora di freni e marce basse, raccontandomi di come dei tipi non siano riusciti a fare la tal curva, siano usciti di strada e siano morti tutti. Scendiamo nell’immenso.

Solitaire. Vecchie auto d’epoca colorate che spuntano dalla sabbia, come una rivisitazione alla Asimov di un cimitero scomposto, con morti che vogliono tornare a vivere. Nel deserto. Pompe di benzina, stazione di servizio, negozio souvenir, bar-tavola calda, il bagno più pulito che abbia mai incontrato, enormi gruppi di fichi d’india, la pompa per estrarre l’acqua dal suolo, il suo aspetto di piccolo mulino a vento sospeso in aria, di ferro nero, donchisciottesco. Per tornare a vivere, eventualmente, basta mangiare la torta di mele fatta in casa che vendono sul posto.

Sossusvlei. Hudia Lodge. Una meraviglia. Sono convinta sia meglio non guardare (via internet per esempio, e affidandosi a una buona agenzia locale) come sono gli alloggi e godere di quel che viene. Perché poi in vacanza mi è più facile godere della mezza bottiglia piena che incazzarmi per la mezza bottiglia vuota; e funziona, è veramente meglio così. Oh David, non mi hai mai più scritto! In dicembre in Namibia è piena estate. Ci si alza all’alba per andare a vedere le dune, per evitare il caldo eccessivo. Fra la notte e il non ancora giorno, già appena fuori dalla stanza, fuori nel deserto fra i deserti più antichi del mondo, i colori sono qualcosa di eccezionale e indescrivibile. Come poi là, ai piedi della duna più alta. Non importa se un attacco di caccarella mi ha fatto correre al cesso – è stata comunque un’esperienza, che mi ha fatto toccare con mano la capacità del Paese di lasciare il più intatto possibile l’ambiente senza per questo negare ai suoi umani abitanti (anche transitori) le prime elementari necessità, almeno là dove possibile. Un cesso in mezzo a una smisurata distesa di sabbia – lasciamo stare che il servizio di pulizie è per forza di cose carente – però un cesso in mezzo al deserto, beh, almeno sul momento dell’impellenza, m’è parso una cosa straordinaria! Poi m’incammino su per la duna. Arrivo neanche a metà e sono già senza fiato; penso che è il fumo, è normale, pazienza. Scatto foto per avere la scusa di fermarmi a respirare. In realtà in Namibia puoi pure scattare foto a caso, puoi anche fare a meno di guardare nell’obbiettivo: 99 volte su 100 l’immagine verrà comunque bella, perchè è così. E’ la Namibia: più fotogenica di una modella iperprofessionista. Boccheggio, inizio a sentire il caldo, ma alla fine ce la faccio. Sono sopra, sono su quella cresta rossa che da sotto pare disegnata con un pennino sullo smalto azzurro del cielo; fra il rosso della sabbia e l’azzurro del cielo una linea sottile, precisa, senza sbavature, sinuosa e curvilinea, pare quasi debba condurre in paradiso, e qua su è veramente come un paradiso se il paradiso è un senso di elevazione e beatitudine, di pace e armonia, di tutto e niente, la sensazione di avere già tutto e niente da desiderare. Per un attimo è così. Emozionanti i cinque chilometri in 4×4 sulla sabbia. Poi due tavole fra gli alberi, stile pic-nic, e frotte di uccellini a disputarsi le briciole dei nostri cracker, vicini che quasi li potevi toccare; finché non è arrivato quello grosso bianco e nero e tutti i piccoli a svolazzare via congestionando l’aria di piume impaurite e frementi. La passeggiata. Per fortuna ci siamo alzati all’alba, o saremmo giunti a mettere in atto questa camminata in tempo per colare e liquefarci. La valle della morte, o come la chiamano. Da piccola con mio fratello andavamo alla ricerca di fossili, in un torrente che passa dietro la chiesa del paese, rinvenivamo conchiglie fossilizzate che avevano attraversato le ere. Ma le piante fossilizzate… fa uno strano effetto, come gironzolare nella scena di un film in pausa, o forse ancor meglio, come aver fatto un viaggio nella macchina del tempo di Wells ed essere finito in una sorta di preistoria esoterica, la preistoria di un reale alternativo… il reale delle piante di pietra, nere, granitiche, prossime all’immortalità.

Verso Swakopmund, i passi vertiginosi – molto molto meglio del luna park – di Kuiseb e Gaub. L’energia, l’energia di questa terra, che sento vibrarmi dentro, come forza e gioia, come vita e vita, e che sento ovunque in Namibia, mi pare quasi di vederla vibrare nelle rocce, mutevoli e ferme come il panta rei di Eraclito. Passiamo anche per il Tropico del Capricorno, ci informa un pittoresco cartello che pare dire “fotografami”. Mi viene in mente Henry Miller e il suo scrivere ribelle volgare e depresso. Cosa avrebbe scritto di un cartello del genere? Forse preferisco non saperlo.

Swakopmund. Si potrebbe scrivere un libro intero su Swakpmund. Per lo meno diversi racconti. E’ molto narrativo come luogo. Intanto il fascino dell’oceano. Si parte, si arriva, si annega, si naufraga, si ama, si pesca, si allevano ostriche, si fa il barbecue sulla spiaggia… Forse è quell’atmosfera azzurrognola, le nebbioline sfilacciate scatturite dall’incontro della corrente gelida del Benguela con la terra calda della Namibia; oppure l’acqua fredda che ha il colore scuro del dorso di una balena; o forse ancora quel suo essere fra Luderitz e la sua città fantasma dei diamanti e la Skelenton Coast e la sua costa mortifera di fantasmi navali e relitti, che me la fanno sembrare un’ottima ambientazione per i più svariati racconti, dai viaggi onirici di Lovecraft alle paure lucide di Poe ai racconti dei pirati di Stevenson (c’è una Skelenton anche ne’ L’isola del tesoro) a racconti di amori perduti, figli che cercano padri partiti quando loro erano in fasce, partiti per la caccia grossa, per i diamanti, per le miniere, per altri amori… Qui la sabbia mangia le case, tende a coprirle, vorrebbe coprirle sempre di più e ingoiarsele – non suona come l’inizio di un racconto dell’assurdo? La sera, al Villa Margherita, un’amica mi presenta una coppia di amici. Lui dalla Svizzera lei dalla Spagna, studiosi di non ricordo più bene cosa, qualcosa di complicato (tipo biologia elettronica, o astrofisica molecolare). Lei con i capelli lisci e morbidi lunghissimi fin sotto il culo e un viso da ragazza intelligente. Lui ha un volto simpatico e aperto, franco e rassicurante. Chiacchierando del loro lavoro, e della Svizzera africana (la Namibia), della vetustità della terra su cui siamo, ad un certo punto l’uomo afferma che fra cinquant’anni l’umanità avrà scoperto la macchina del tempo. Resto basita all’idea. Invero a Swakopmund è tutto bello, ordinato, pulito, funzionale, i cibi deliziosi, i negozi accoglienti invitanti, le strade e stradine colorate di passanti di tutti i colori, fra l’architettura vittoriana a tinte pastello le piante i fiori tutto, tutto è bello e invita a godersela… magari con un paio di ostriche…

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