Namibia, amore mio!

Il nostro primo safari (fotografico) in un paese dai paesaggi indimenticabili. Due settimane in selfdrive, dalle fantastiche dune del Namib ai leoni di Etosha. Senza dimenticare gli Himba, le Welwitschie e gli elefanti del deserto.
Scritto da: jackg2
namibia, amore mio!
Partenza il: 19/08/2010
Ritorno il: 02/09/2010
Viaggiatori: 3
Spesa: 4000 €

19/8 Questa volta è fatta: dopo aver rimandato per dieci anni il nostro primo safari, ci siamo concessi finalmente l’Africa vera! Per il nostro ottavo ‘grande viaggio’ abbiamo reclutato Edo – il nip – e siamo andati in Namibia – io (Jack) e Domy (moglie). I compiti sono, al solito, abbastanza definiti. Domy si occupa dell’organizzazione ‘previdente’ e, in questo caso, di tutta la pianificazione del viaggio in generale. Guida soprattutto in città, fa le valige. Jack guida prevalentemente fuori dai centri abitati, valuta cosa fare e vedere, si documenta soprattutto in fase ‘esecutiva’. Edo dovrebbe gestire le situazioni di emergenza: interventi tecnici (ma, nonostante le previsioni, non foreremo mai), eventuale logistica (!!!). Tendenzialmente riposa. Difficile trovare altri compagni di viaggio per queste imprese disperate. Tanti giri a Monaco sono serviti a qualcosa: voliamo gratis da Verona a Francoforte. L’aeroporto, come noto, è enorme. Per ora non facciamo acquisti. Air Namibia ci porta, di notte, dall’Europa all’Africa australe – direttamente a Windhoek. Il viaggio è spartano. Sedili abbastanza scomodi e aria condizionata – nonostante le rimostranze dei passeggeri, a manetta. Ormai siamo diventati decisamente esperti a gestire gli spazi, accaparrandoci posti vuoti: ci riusciremo sia all’andata che al ritorno (con aereo stipato!!!). 20/8 Volo, nonostante tutto, tranquillo. L’aereo è un Airbus 340-300. Niente da dire: sono gli allestimenti ad essere carenti. Le hostess, molto o poco colorate, cantano allegramente, e questo è di buon auspicio. Perfino il comandante nelle sue incursioni vocali è entusiasta, come al primo volo. Occupiamo le ultime due file centrali (6 posti per 3 persone). In cambio scopriamo essere il luogo più freddo di tutto l’aereo. Le copertine gialloblù della compagnia, faticheranno a tenerci caldo; e poco prima dell’arrivo ingaggeremo un furioso corpo a corpo con la madre di tutte le hostess, incaricata di recuperarle. “It’s cold – I know – but I must do it!”. All’arrivo, ad attenderci c’è un simpatico uomo decisamente molto colorato, mandatoci da Nadia e dalla Namibia Car Rental. Come consiglio generale, visto fra l’altro che non sono ancora le 6, ci suggerisce di prendercela comoda. Così ci fermiamo a bere il nostro primo caffè/tè namibiano, prima di partire in minibus verso la capitale, che dista una quarantina di km. Durante il tragitto, il nostro driver – molto gentile – si ferma a farci fare il primo ‘game drive’. Un assaggio di giraffe, antilopi e scimmie. A Windhoek facciamo conoscenza di Nadia (l’agente che ci ha disegnato, con il suo compagno Rolando, il viaggio, e prenotato l’occorrente per il self guide). E’ lei che ci accompagna a prendere l’auto. Si tratta di una Nissan 4wd con doppia cabina, bianca: ovvero il modello di auto da viaggio, più diffuso per le strade bianche della Namibia. Per il turismo e non solo. I giudizi finali non saranno unanimi. Jack valuterà che alla fine la macchina ha fatto il suo mestiere, superando qualsiasi asperità. Domy e Edo la troveranno inutilmente scomoda e spartana. Forse un 4×4 chiuso, e più compatto sarebbe stato più funzionale. Domy è l’unica a sostenere che una berlina sarebbe stata pure meglio. Nadia ha l’ufficio in una bella villetta in collina con vista sulla capitale. Qui prendiamo visione del nostro pacchetto viaggio, in mezzo ai suoi ricordi veneti ed africani. Edo non vede l’ora di sfuggire all’affettuosità di Benito – un Labrador nero e ben nutrito che ci prende in simpatia. Finalmente partiamo! Io alla guida e Domy alla navigazione. Come previsto, sbagliamo subito strada un paio di volte, ma senza conseguenze per la nostra pianificazione. Gli errori ci portano a vedere i sobborghi, fuori dalla facciata patinata del centro città, dove migliaia di persone vivono in rifugi di fortuna, costruiti con lamiere e cartone. Questa doppia identità del paese, in bilico tra la modernizzazione ed i retaggi di disuguaglianze sociali (qualcuno dice anche di un’indolenza atavica che non spinge una larga fetta della popolazione, soprattutto maschile, a migliorarsi), sarà sempre presente durante tutto il viaggio. Fuori dalla città diventa tutto più facile, anche la guida a sinistra. In poco tempo arriviamo, in direzione Nord, al nostro primo lodge – l’Okapuka Ranch. L’idea concordata tra Domy e Nadia, è di vedere qualcosa di Africano nella riserva annessa, senza impazzire subito di strada (visto che abbiamo l’aereo sulle spalle – un’ora sola invece di differenza, in meno). Passato il cancello d’ingresso (anzi la metà di questo, che ci viene aperta), ci troviamo già nella proprietà, tra cartelli che ci esortano a fare attenzione agli animali in libertà. Alla reception ci consegnano le chiavi del nostro mezzo bungalow. Nel risalire in auto, per spostarla al relativo parcheggio, ci accorgiamo di una bella striscia rossa su un passaruota posteriore – fatta quando e da chi? Nessuno lo sa. Non ci facciamo guastare la vacanza e prendiamo atto della bella accomodation che ci è assegnata. Legno, paglia e dipinti in chiave naturalistica, insieme alle comodità e funzionalità sperate, un bel bagno, aria condizionata, zanzariere da per tutto. Partiamo presto per il game drive nella riserva. Si tratta di una considerevole quantità di terreno, recintato, popolato da molte specie animali, soprattutto erbivori. Il giro è decisamente interessante, anche se ci rendiamo conto che siamo in uno spazio recintato e limitato, per quanto grande. C’è un po’ di tutto: facoceri, immancabili springbok, un paio di coccodrilli e un paio di rinoceronti, babbuini, giraffe, varie specie di altre antilopi. Dopo questo primo tour, ci aspetta una deludente visione del pasto dei leoni, questi davvero un po’ patetici e anzianotti – rinchiusi in un’aerea a parte, visibile solo da feritoie. Cena discreta, movimenta da una gustosa gag del cameriere che porta a Domy un piatto sbagliato, ed imperterrito glielo toglie davanti per consegnarlo alla giusta ignara proprietaria, nonostante sia già stato un po’ ‘assaggiato’. 21/8 Riprendiamo la B1 – una delle pochissime strade asfaltate, questa volta in direzione Sud. Il cancello rosso del lodge – anche stavolta aperto solo per metà – non lascia dubbi su quello striscione di ieri. Mea culpa. Il rent-a-car vorrà solo una cinquantina di euro in più, per questo. Ai bordi delle strade vediamo frequentemente giraffe, babbuini e gli immancabili springbok. Per raggiungere Solitaire, meta del trasferimento odierno, Nadia ci ha segnato un percorso fatto di strade principali, che ci spinge molto giù, verso Mariental. Poi però si è premurata di farci capire che si tratta di una strada per dummies. Nessun altro la farebbe. La via più bella è senza dubbio quella che passa per i monti, attraverso il passo Spreetshoogte, da discendere in prima ed in seconda per non surriscaldare i freni. Piccola consultazione e si decide per il percorso ‘impegnativo’, che ci ricompenserà abbondantemente. Impegnativa la strada bianca lo è sicuramente. Se non altro perché rallenta (a meno fino a quando non ci abitueremo un po’) la marcia. La salita in montagna non si avverte. Ma quando, superato il paese fantasma di Nauchas, ci troviamo oltre il salto, è tutta un’altra cosa. Il panorama è mozzafiato, la discesa spettacolare (ma non pericolosa, secondo me). Comunque i punti peggiori sono agevolati dal porfido, strategicamente piazzato nei tratti più ripidi. La strada mi fa venire in mente quella percorsa dal pullman di Babel, poco prima dello sparo, in Marocco. Noi invece arriviamo giù senza altri problemi, ma con un bel gruzzolo di foto interessanti. Prima di raggiungere il lodge, ci fermiamo a ristorarci a Solitaire. Beh, il nome la dice lunga. Quattro case, più un nuovo lodge, inserito ‘dentro’ la località, che ha ridato vita al paese. Fa molto provincia americana, anche se un po’ costruita, ma graziosamente. Un po’ il paesino di Cars, con tanto di macchine d’epoca mezzo sepolte nei giardini, e mezzo ridipinte a colori vivaci. C’è anche un Cricchetto, che sorride sdentato. Un po’ di ironia nell’unione dei vecchi negozi di posta, e uno sparuto gruppo di neri a metà tra il lavoro e la siesta. Il nostro lodge – il Weltevrede – non è un granchè. L’Okapuka era un’altra cosa. Ma ci sistemiamo nel miglior modo possibile e spazzoliamo la mitica Apple Pie comprata alla Bakery di Solitaire (non scherzo: è il vanto del posto!). Cena modesta a buffet, con cameriere taciturne. Prima di andare a dormire, ci mettiamo d’accordo per tentare un po’ di jogging, il mattino successivo. 22/8 Bravi! La mattina ci svegliamo alle 6; e alle 6 e 15 – abbiamo dormito in stanze diverse – ci troviamo per la corsetta. Il tempo di vedere di sfuggita lo springbok nella pozza d’acqua privata del lodge, e ci avventuriamo per la strada polverosa, in attesa che sorga il sole. Soddisfatti, ci meritiamo la colazione. Decisamente spartana. Anche la marula jam è contingentata. Partiamo senza rimpianti per Sesriem, la porta per il Namib. Il paesaggio bello, diventa fantastico, quando la sabbia si infuoca e veniamo sormontati ai due lati, da altissime dune rosse. Come da guida, ci fermiamo alla famosa 45, per tentare la scalata. L’atmosfera è irreale, anche perché non c’è nessun altro in giro. L’impresa riesce: abbiamo raggiunto in una mezz’oretta il punto più alto. Sotto di noi, molti altri cominciano a salire, faticosamente. Dopo le foto di rito, noi scendiamo, Domy ed Edo a piedi nudi, per sentire il tepore del deserto. Riprendiamo la pista, nella vallata, e ci spingiamo fino al parcheggio delle 2×4. Si vota – 2 contro 1 – per proseguire decisamente con la trazione integrale, per gli ultimi 5 km di sabbia. Mi sembra di cavarmela, ma ad un terzo di percorso fatto, lascio spegnere il motore con le gomme ben interrate. Un paio di tentativi di uscirne servono solo a preoccupare Domy, ma anche a far sì che un’autista nero – che porta gruppi di turisti senza auto idonea, in mezzo al deserto – capisca al volo il problema. Dopo avermi fatto provare ancora un po’, decide che ne ho avuto abbastanza, si mette alla guida e ci tira fuori in 5’ netti. L’esperienza serve e, nonostante la continua mancanza di fiducia dell’equipaggio, percorrerò il resto dell’andata ed il ritorno senza ulteriori problemi. La sabbia porta alle pozze di Dead Vlei e Sossusvlei. Al primo stop, gli ormai onnipresenti italiani, ci danno le indicazioni per raggiungere – a piedi – le tre pozze adiacenti di Dead Vlei. L’acqua, in questo periodo, sembra essere completamente asciutta. Ma il luogo è ugualmente bellissimo. L’ultima è una macchia piatta color panna, circondata da una corona di dune rosse, e punteggiata da pittoreschi scheletri di alberi. A quest’ora, anche di animali nemmeno l’ombra. Ma non ci sono neppure altri turisti. Stare al centro del lago dormiente è magico. Sossuslvei, invece, ci richiede ancora un km e mezzo di strada e altre preoccupazioni. Si tratta della pozza d’acqua più grande, ma decisamente meno bella delle precedenti. La esploriamo, senza renderci conto che lo spettacolo non sarebbe lì, ma oltre. Bisognerebbe salire sulle prime dune che sorgono sul punto più lontano del lago, e puntare lo sguardo su un orizzonte sconfinato di deserto di sabbia! Sarà per un’altra volta. Siamo comunque piacevolmente sazi. Dobbiamo tornare indietro per parecchie decine di chilometri di strada faticosa. Per fortuna ci aspetta la nuova sosta a Solitarie, e – nonostante l’orario di chiusura sia trascorso – il ristoro della nostra torta preferita. Inoltre si cambia lodge, e ci rendiamo subito conto che il Solitarie Guest Farm è veramente bello. Tramonto da favola e cena entusiasmante, con il proprietario, il gigante buono Walter, che ci intratterrà sulla vita in Namibia, i suoi privilegi ed i molti problemi sociali. 23/8 La mattina dopo, l’entusiasmo per la corsa è già tramontato. La buona opinione sul lodge, invece, rimane invariata, anche dopo la colazione ed i saluti affettuosi dello staff. O torneremo o lo segnaleremo agli amici. La giornata di oggi è di trasferimento verso le località di mare di Swakopmund e Walvis Bay. Guida Domy. Superiamo nuovamente il Tropico del Capricorno. Questa volta, non senza prima esserci fatti le foto di circostanza sotto il grande cartello. Seguono gli spettacolari passi di Gaub e Kuiseb. Ci spetterebbero adesso circa 150 km di nulla. Propongo la deviazione suggerita dall’unico racconto di viaggio, prelevato da Turistipercaso, che mi sono stampato in questa occasione. Telefoniamo, preventivamente, per farci rassicurare da Rolando, ed imbocchiamo la strada secondaria, pronti per l’avventura. Non troviamo le mandrie di gnu e di zebre, narrate, ma abbiamo il piacere, in totale solitudine, di incontrare, struzzi, orici, facoceri e degli scoiattoli terricoli. Ci sono anche degli animali in lontananza che potrebbero essere carnivori, canidi forse, o iene. Da un piccolo passo, con il cannocchiale, intravediamo invece degli equini. Contro ogni parere, per me sono zebre di montagna. Il dubbio non verrà mai sciolto. Stiamo percorrendo la strada delle oasi Ganab e Hortsas. Senza ulteriori segnalazioni, ma fidandoci dell’istinto, imbocchiamo quella che speriamo essere la C28. La lasciamo però di nuovo, per una nuova deviazione che ci porta a vedere le ‘mirabili welwitschie’, un pianta, una sorta di fossile vivente, a metà strada evolutiva tra un albero, una pianta grassa ed una felce. Molte hanno centinaia d’anni, e si trovano solo in questa parte della Namibia. Proseguiamo per il Moonlandscape, desolato bellissimo paesaggio di montagnette grigie, con tanto di improbabile campeggio fantasma. Più che preoccupati per l’orario, stanchi della sgroppata, ci dirigiamo, senza ulteriori indugi, verso Swakop. All’arrivo ci troviamo di fronte al tempo avverso. Pioggia, vento e mare agitato ci fanno seriamente preoccupare per la crociera in programma il giorno dopo. Ci consoliamo con l’ottima cena al Kuki’s, segnalatoci alla reception della pensione, dove dormiremo per due notti, e dalla nostra Lonely Planet. 24/8 Partenza veloce, dopo un’ottima colazione che fa salire le quotazioni della pensione ‘A La Mer’ inizialmente sembrataci un po’ spartana. Dobbiamo arrivare per tempo al molo di Walvis Bay. Siamo in città e si vede. Siamo assaliti da posteggiatori, lavamacchine e piccoli artigiani, ognuno alla ricerca del proprio obolo. Fa freddo! Ci siamo coperti bene preventivamente, ma comunque corriamo ad occupare i posti più riparati della barca: un catamarano che prende a bordo circa 25 persone. Il capitano, Archie, ed il suo fido secondo, il nero Jackson, sono molto simpatici e servizievoli. Innanzi tutto ci offrono quello che chiamano ‘caffè namibiano’: dell’ottimo sherry. Poi cominciamo a vedere i pellicani rosa che si nutrono dalla mano di Jackson, otarie che salgono sul ponte a fare amicizia, branchi di tursiopi troncati e altre specie di delfini. Tutto molto bello, ma il continuo spostarsi in massa dei 25 da una parte all’altra della barca per vedere gli animali e fotografarli causa un po’ di stress. Il capitano non deve uscire molto al largo per farci vedere questo spettacolo. In realtà la maggior parte delle imbarcazioni non si spingono molto oltre l’imboccatura della baia. A sud di questa ci sta una folta colonia di otarie (foche per tutti, anche per il nostro capitano). Dietro di loro uno sciacallo, probabilmente in attesa che qualche piccolo sfugga al controllo della madre. La crociera si conclude a mezzogiorno con un pasto luculliano a base di ostriche a volontà ed assaggini di ogni tipo, innaffiati da spumante freddo. Per noi il tour prosegue nel pomeriggio in 4×4, con guida (e autista) personale. Il giro è (ancora) all’interno del parco Namib-Naukluft, che ormai conosciamo bene, a Sud di Walvis, tra il ‘pan’ e le dune. Oltre i soliti springbok, scopriamo alcune specie vegetali molto interessanti, i meloni nara (spinosi, molto importanti nell’ecosistema del luogo), ed una specie di cetriolo che prende proprio il nome dai suddetti springbok, che sembrano apprezzarlo. Soprattutto saliamo con il nostro Land – the most reliable car in the world, secondo la nostra guida – su un mare di altissime dune, alla ricerca di panorami ed emozioni mozzafiato. Abbiamo alla fine all’attivo ancora una fantastica giornata! La concludiamo facendo il bis al Kucki’s, dove replichiamo l’ottima cena di ieri. 25/8 Oggi ritorniamo verso l’interno, nel nostro percorso di avvicinamento ad Etosha. Partiamo con la classica nebbia mattutina di Swakop, ancora ben coperti per il freddo patito nelle ultime due giornate. Con il progredire della mattinata e con lo spostamento, la giornata si scalda e noi torniamo a spogliarci. Siamo nella regione di Erongo. Ne approfittiamo per approcciare la bella cima dello Spitzkoppe, il Cervino d’Africa, e le gobbe dei Pondok. Il complesso ci riporta inevitabilmente alla memoria Uluru e le Olgas. Come da guida, ci arrampichiamo su un versante della montagna, per raggiungere le pitture rupestri. La breve ferrata è divertente ed il panorama stupendo. Ma delle iscrizioni nemmeno l’ombra. Ci accontentiamo e proseguiamo, per arrivare per tempo ad Omaruru, dove abbiamo prenotato il safari nella riserva – 3500 ettari – privata del lodge. Indigestione di animali: giraffe, zebre, gnu, ogni specie di antilope. Emozionante è la caccia agli elefanti. Dopo averci avvistati, due femmine ed un piccolo ci inseguono minacciosi. Scopriamo che è solo perché si aspettano del fieno fresco da parte della guida. E ancora, uccelli di ogni tipo, compresi gli inevitabili struzzi. Ed un salto alla vasca degli ippopotami. La cosa negativa è che anche qui, per quanto grande, ci si rende conto di essere in una zona limitata. Vedere gli animali è bello, ma l’effetto zoo si percepisce. Ancora di più al ristorante, di fronte al quale è stata creata una pozza d’acqua illuminata, dove la sera gli erbivori, compresa una bella coppia di rinoceronti bianchi, vengono a bere e a mangiare. Spettacolare eppure un po’ finto! La cena, invece, è decisamente pessima. Tra il menu un pollo piuttosto crudo ed una bistecca durissima di impala. Prevedo voti bassi. 26/8 Ci svegliamo con un mal di testa diffuso – forse cattiva digestione? Si decide di rimandare la partenza, per riprendersi. Alle 9, tralasciando lo spettacolo della colazione dei grossi felini, tenuti in cattività, e per non parlare di quella pessima del lodge, tentiamo la partenza. Destinazione Uis e Brandberg. Presso la montagna, visitiamo i famosi dipinti, tra cui la misteriosa White Lady, che studi recenti affermano non essere né donna, né bianca – forse uno sciamano dipinto? Scopriamo che nella zona le visite ai luoghi archeologici sono sempre guidate. Per evitare atti vandalici e degrado, ci dicono. La ragazza che ci accompagna, originaria del Damara, ci offre una lezione di cultura locale illuminante. Conosce perfettamente flora e fauna locale, con tanto di nomi in latino. Riesce a stanare i piccoli animali, altrimenti invisibili ai nostri occhi. Ci parla a lungo del suo popolo e delle altre etnie della Namibia, affascinandoci con la sua parlata a ‘clic’, unica al mondo. Ne approfitta per chiederci tutto della nostra vita in Europa. Alla fine la pur interessante visita al dipinto, rimane in secondo piano.. Creata una certa familiarità, la ragazza ci strappa un passaggio in direzione di Khorixas. Oggi non c’è più tempo, e nemmeno molta più energia di fare altro. La strada per il lodge, situata nella valle che ospita il Vingerklip – la roccia dito – è piuttosto lunga. Quando arriviamo, ci troviamo in mezzo a qualcosa di unico – something different, come dice l’anziana signora che ci accoglie all’Ugab Terrace. La strada si inerpica sulla montagna, dritta verso il cucuzzolo. Il sito è una striscia di terra che guarda sui due versanti del monte. Le unità sono disposte, allineate sui due fianchi, a guardare le due vallate. Sono un po’ spartane, ma assolutamente affascinanti. La pianura sottostante, ci viene giustamente descritta come ‘la nostra monument valley’. La cena, barbecue a buffet, è gradita. 27/8 Giornata molto piena! La mattinata è spesa nella manovra di avvicinamento a Twyfelfontein. Approfittiamo per visitare la foresta pietrificata. Solita guida, che ci porta a vedere questi resti millenari di alberi, trasportati dal centro dell’Africa, e diventati dei minerali. Riteniamo di aver imbroccato il sito giusto, perché da questo momento si succederanno enne cartelli che segnalano, in modo un po’ meno ‘professionale’ ‘la vera foresta pietrificata’. Facciamo tappa subito, in tarda mattinata, al lodge, per scoprire se è vero – come sospetto – che si tratta di alloggio in tenda. E’ così: il bagno è privato, ma all’aperto, e siamo senza elettricità. Perplessi, rifiutiamo l’escursione offertaci dal rasta della reception per vedere i famosi, eterei, elefanti del deserto, e proseguiamo verso il sito archeologico. Incontriamo il lodge principale dell’area, dove pranziamo. Scopriamo che effettivamente la ricettività è scarsa, quindi lo Xaragu, dove stiamo, è probabilmente stata una scelta forzata. Prenotiamo qui i nostri elefanti – con poche speranze di vederli realmente però – e nel frattempo ci dirigiamo verso le incisioni rupestri. Ancora un tour guidato, con ragazza cliccante e anche un po’ barbuta, a dire la verità. I graffiti sono molto interessanti. Una serie di animali e di impronte, che probabilmente servivano per illustrare ai ragazzi o agli stranieri, la fauna locale. Quando questa conoscenza poteva voler dire sopravvivenza. Parliamo alla ragazza della nostra ricerca degli elefanti. Lei ci affida ad un’altra guida locale, che sta accompagnando un altro gruppo di turisti. Lo seguiamo con la nostra 4×4, per scoprire che gli elefanti – tantissimi – stanno scorrazzando davanti al Twyfelfontein lodge. Proprio dove risparmieremo i soldi dell’escursione, a questo punto! Gli elefanti sono leggermente più piccoli dello standard africano, ma comunque sempre molto imponenti. Stiamo a dovuta distanza, come tanti altri ospiti del lodge, ma li immortaliamo con decine di foto. Ancora, troviamo il tempo per visitare la formazione rocciosa detta ‘canne d’organo’, e la montagna bruciata che le circonda. A questo punto ci siamo ormai rassegnati alla tenda. Ci sistemiamo, infatti, al meglio. La cena è discreta, e lo staff, tutto molto folcloristico, compreso il rasta di stamattina, ci offre un piacevole spettacolo fatto in casa di canti locali. Un po’ di lettura sotto lampade a petrolio e… buonanotte! 28/8 La notte è un po’ tormentata, tra un gatto matto che tenta di entrare in tenda (e poi noi gli andiamo a fare compagnia, facendo la pipì nel letto del fiume, sotto la luna) ed una compagnia di buontemponi che rientrano e si attardano a far casino. La mattina siamo svegli – come al solito – di buon ora. Colazione confortevole. Ci trasferiamo direttamente alla prossima accomodation. Arriviamo direttamente al lodge, un po’ tardi per il pranzo, ma in tempo per visitare il villaggio himba. Scopriamo che il villaggio stesso, presso un altro lodge, a una trentina di km di distanza, è quasi un falso. I proprietari della struttura, e del terreno circostante, giocando sul concetto di nomadismo della popolazione, sostengono che una decina di anni or sono, fecero un accordo con questa piccola tribù (una cinquantina di persone, tra donne e bambini), affittandogli il terreno dove poter vivere secondo le loro arcaiche tradizioni, in cambio avendo il permesso di accompagnare i turisti a visitarli e fotografarli. . La cifra pagata per ciò dovrebbe servire al loro sostentamento. Gli uomini, lavorano invece in località lontane, e le famiglie si ricongiungono periodicamente. La visita è interessante, ma l’effetto zoo è tremendo. Donne e bambini non sembrano stare male. Sono tutti seminudi, le donne ricoperte della famosa mistura di terra rossa e con i capelli con acconciature permanenti e allungati da extension. Molte mostrano purtroppo anche gli incisivi spezzati secondo usanze difficili da capire. Vivono in capanne fatte di legno, sterco e fango, dove non abbiamo accesso. Difficile dire cosa sia meglio per loro. Qualcuno ci dice che le poche migliaia di unità ancora visibili, sono destinate a sparire, uniformandosi ad uno stile di vita ‘civilizzato’. Speriamo anche dignitoso e benevolo. Torniamo al lodge – il Rustig Toko – molto bello ed accogliente. Approfittiamo del sole, presso la piscina (il clima sta diventando sempre più caldo) e del tè pomeridiano. Decidiamo di provare anche il giro programmato nella riserva (6500 ettari) della proprietà. Con estrema sincerità il proprietario e la guida, ci avvertono di non aspettarci i big five. Comunque ci sono giraffe e zebre. Herman ci fa conoscere il kori bustard, e l’uccello segretario, due tra i più grossi uccelli camminatori della zona. Ci mostra, scoperchiando un termitaio, come lavorano i grossi insetti. Riusciamo, con il buio, a vedere anche un piccolo ienide, l’aardwolf. Al tramonto ci fermiamo per l’aperitivo. Io mi lascio tentare dal gin ‘n’ tonic, guardando il sole scendere velocemente. L’atmosfera magica continua con gli ospiti del resort, seduti attorno al fuoco esterno, il brai. Il rito prima della cena. Facciamo conoscenza di una famiglia catalana – i Ferrer – amanti dei viaggi e dei cavalli, che parlano un buon italiano. Li rincontreremo altre volte nel resto del viaggio. Il ragazzo che ci ospita, nel frattempo, ci offre una lezione di astronomia, lui dice tanto interessante quanto inutile. Il tutto in un crogiolo di lingue stimolante. Anche la cena, presentata anche in lingua locale dalla cuoca, è ottima ed abbondante. Stiamo assistendo al passaggio di consegne tra i vecchi proprietari (è rimasto il giovane che ci ha accolto nel resort) ed i nuovi (rappresentati da una imponente signora tedesca). Mentre i nordeuropei, tedeschi, olandesi, si siedono in altre tavolate, la nostra rimane completamente latina, a parte il proprietario uscente che è nostro ospite. Ci racconta delle sue avventure di ereditiero. Dice che ora partirà per il Sud Africa in cerca di moglie, ma conta di ritornare in Namibia ed aprire una nuova attività. Con gli spagnoli ci scambiamo racconti di viaggio. Terminiamo la piacevole serata, non senza prima aver brindato con un giro di amarula, gentilmente offertaci dal nostro anfitrione. 29/8 Verso Etosha senza più fermate! Il viaggio verso l’Anderson Gate non è trascurabile. Nonostante la marcia forzata, arriviamo infatti ad ora di pranzo. Espletate le formalità di ingresso, raggiungiamo la prima delle tre zone recintate all’interno del parco, che funzionano da centro informazioni, lodge, ristorante ed altro: Okakuejo. Ci dirigiamo presso la pozza d’acqua per un primo assaggio di quanto ci aspetta. Lo spettacolo è entusiasmante. Erbivori di ogni tipo si dirigono verso il bacino: springbok, kudu, zebre, orici come se piovesse. Edo si domanda: ‘ma perché non siamo venuti subito qui?’. Da questo momento sarà un susseguirsi di avvistamenti. All’ufficio informazioni ci dicono che alla pozza d’acqua Newbroni, in questo momento dovrebbero esserci dei leoni. Finito di mangiare, ci appropinquiamo, dubbiosi. La pozza d’acqua è davanti ad un mare di spazio aperto e libero alla vista. Vicini al parcheggio i soliti Springbok, zebre, giraffe ed un elefante dall’aria un po’ malconcia. A distanza di cinquecento metri, con l’aiuto del binocolo, scopriamo la nostra prima leonessa. Trascorriamo un’oretta, osservando gli animali muoversi. Tra i tanti, si aggiungeranno un altro elefante ed altre leonesse. Attendiamo invano di assistere ad una caccia, quindi decidiamo di spostarci. Arriviamo al nostro lodge, situato invece ad Halali, sul tardi, dopo aver sfruttato tutta l’ora di luce a disposizione. Ceniamo di corsa, e ci predisponiamo al safari notturno, guidato. Nonostante esso duri tre ore, non porta ai risultati sperati. Solo lepri, qualche piccola antilope, una volpe, un gufo e qualche iena. Andiamo a dormire carichi di speranze per il giorno dopo. Sveglie puntate all’alba. 30/8 Giornata spettacolare in Etosha. Gli erbivori non si contanto: springbok, steenbok, kudu, zebre, giraffe, gnu, orici… Acquattati, sdraiati o in cammino, contiamo una ventina di leoni. Tanti elefanti, una quarantina, che giocano, bevono e si fanno il bagno in una delle pozze segnate. Difficile dire quali siano i siti migliori, nonostante le varie segnalazioni di avvistamento. Sembra non esserci una regola valida: meglio continuare a spostarsi da una pozza all’altra – prima o dopo qualcosa di interessante si trova sempre. Di solito vicino ai leoni, si possono vedere anche le iene. Facile trovare anche gli sciacalli dal dorso nero. Se dovessi stilare la classifica delle 7 meraviglie viste, Etosha sarebbe sicuramente da prendere in considerazione. Unico rammarico: non aver visto i mitici rinoceronti neri e nemmeno un leopardo. 31/8 Partenza tranquilla, dopo le corse di questi ultimi giorni. Nonostante ciò l’ottima strada asfaltata verso il Waterberg Plateau scorre veloce. Sosta a Outjo, per un’occhiata ai negozi, e poi via dritti al parco – l’ultimo. La zona sembra essere decisamente la più ricca vista. Sulla strada migliore trovata in Namibia, scorrazzano però numerosi animali, soprattutto tanti facoceri. Bisogna stare attenti. Arriviamo al parco ed al resort annesso per pranzo. Prenotiamo il game drive delle 15. E’ questa, infatti, l’unica possibilità di vedere i rari animali del parco. La gita serale, molto lunga, si rivelerà un po’ deludente. Soprattutto se paragonata allo spettacolo di Etosha. All’attivo qualche uccello, di cui la guida – Mc Donald, parla correntemente 7 lingue – ci dice nome e cognome, alcuni Stable e degli Eland. Tutti visti di sfuggita. E nonostante gli inquietanti tunnel di avvistamento a livello del terreno, presso le pozze. Ancora un gufo, un bellissimo istrice ed un paio di rinoceronti bianchi. Ma questi ultimi all’interno di una riserva privata adiacente al parco. Cena così così quest’ultima namibiana. 1/9 Si parte con il buon proposito di tentare di fare tutte le cose che c’eravamo riproposte e che mancano all’appello. Fotografare dik dik e babbuini: non ci riesce. Visita al mercatino artigianale di Okahandja: fatto! Si tratta del principale centro della popolazione herero. Ma non troveremo traccia delle donne vestite con i caratteristici, sgargianti, abiti vittoriani. Facciamo ancora un po’ di shopping a Windhoek, in centro. Riusciamo anche a fare un checkout completo dell’auto prima della riconsegna. Pranzo all’aeroporto, in attesa dell’imbarco. Da tenere presente: alcuni degli oggetti e sicuramente magliette e vestitini, li abbiamo visti in aeroporto. Dove non si è mangiato per niente male. Grande viaggio! Alcuni pensieri sparsi. Sicuramente rimangono i panorami meravigliosi. Fra tutti: le dune si Sossusvlei ed Etosha. Quest’ultimo è anche uno spettacolo unico per gli animali presenti. In generale anche per le strade capita di vedere molti animali, alcuni ricorrenti. Soprattutto erbivori. Per i carnivori e per gli animali più rari, bisogna andare nei parchi o nelle riserve. Dovendo dare dei consigli, probabilmente salteremmo qualche stop, poco produttivo, e ci concentreremmo su altre zone. Soprattutto allargheremmo il numero di giorni ad Etosha (e magari anche nel deserto). Gli himba – finchè rimangono – andrebbero visitati nei loro siti tradizionali. Per gli herero, bisognerebbe provare a pianificare il viaggio in modo da essere nelle loro città quando ancora indossano i costumi tradizionali. Sarebbe da verificare se ci sono possibilità di includere nel viaggio Luderitz, Caprivi, Fish Canyon, Skeleton Coast e Cascate Vittoria. Probabilmente a quel punto, però, il viaggio dovrebbe essere sviluppato su tre settimane. Se dovessimo tornare, ci procureremmo un navigatore satellitare – i locali lo ritengono inutile, ma a me ed Edo avrebbe confortato poterlo consultare, ogni tanto.

Alcuni degli animali visti (e riconosciuti!)



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