Marrakech, un viaggio sulle strade del deserto marocchino

Finalmente sono ritornato a Marrakech dopo 8 anni dal mio ultimo soggiorno: era il 2017 e lasciavo la città marocchina (dopo l’ennesima volta che la visitavo) con la promessa che sarei tornato lì a distanza di un paio d’anni. Purtroppo il COVID, una serie di problematiche personali e pure il terremoto del 2023 non mi hanno concesso di organizzare il viaggio ma all’inizio del 2025, appena trascorsa la Pasqua, mi sono impuntato e ho subito prenotato per un giro di quattro giorni in una delle mie città preferite. Scopo della visita non è stato solo tornare a camminare per le vie affollate della città e della sua medina o sedermi in qualche caffè ad ammirare il viavai sorseggiando tè alla menta ma acquistare delle ceramiche con cui abbellire le pareti della mia nuova casa. Così, ho comprato un volo Ryanair da Bergamo con partenza il 30 novembre e rientro il 2 dicembre e prenotato un nuovo riad, sempre a pochi passi dalla Djemaa el Fna. A questo giro, si sono unite anche due mie amiche e quindi, a partire, siamo ora in quattro.
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Diario di viaggio a Marrakech
Giorno 1 – Arrivo a Marrakech
Fa freddo in questo tardo pomeriggio ad Orio, e lo avvertiamo tutto nell’attesa di salire sul 737 che ci porterà a Marrakech: per fortuna il volo è puntuale e alle 21.20 sbarchiamo in una fresca serata, lontano dal gelo italiano. Il taxi prenotato su Booking ci attende già e ci lascia alla fine del passage Prince Moulay Rachid, brulicante di gente ancora indaffarata nei negozi aperti: attraversiamo con i bagagli la strada, ci infiliamo nell’ultimo vicoletto a destra, svoltiamo subito a sinistra e suoniamo alla mastodontica porta del Riad Marraplace, un hotel a tre stelle scelto come base per il nostro soggiorno. L’interno è molto caratteristico, tipico proprio dei riad marocchini, e il concierge ci lascia subito le chiavi delle nostre camere: abbiamo una doppia con bagno interno a coppia e troviamo anche una bella bottiglia d’acqua per dissetarci. Stanchi del viaggio, il resto del gruppetto non ha voglia di allungarsi nella piazza ma io, senza uscire, salgo sul tetto per ammirare da lontano la Koutubia illuminata e ascoltare il frastuono che proviene dalla Djemaa: finalmente sono ritornato!
Giorno 2 – Djemaa el Fna, Koutubia
Dopo l’abbondante e gradita colazione tenutasi sul tetto del riad nella fresca mattinata (fin troppo lo è: dobbiamo tenere i giacconi indossati!), partiamo per un bel giro nella città, non molto approfondito visto che per tre di noi è un ritorno mentre per la nostra amica Lella è una novità, quindi la portiamo nei luoghi più salienti della medina prima di perderci nelle viuzze e nei suk. Usciamo dal riad e raggiungiamo in un minuto cronometrato la Djemaa el Fna, che ci si para davanti già brulicante di movimento: molti negozi stanno aprendo i battenti e molti postulanti sono già posizionati con le loro scimmie saltellanti, i loro cobra assonnati e i banchetti di spremute di frutta o datteri.
Noi passiamo davanti a tutto ciò e ci rechiamo diritti verso la Koutobia, fiancheggiando la fila di carrozze da tiro pronte per portare i turisti intorno alle rosse mura della città. Prima, però, ci fermiamo all’Hotel Islane per pagare l’escursione prenotata al deserto di Agafay e concordare l’orario di partenza. Fatto ciò, attraversiamo la trafficata avenue Mohamed e ci portiamo sotto quello che è il minareto per eccellenza del mondo islamico: la Koutubia. Il minareto è sempre lì, splendido e visibile dappertutto, però notiamo che porta ancora qualche segno del terremoto di due anni fa, che ha sconquassato la città e la regione. Fatte foto e riprese, ritorniamo verso la Djemaa e ci rechiamo in rue Moulay Ismail, presso l’hotel Alì, dove troviamo una fila lunga davanti al change: le tre casse, però, sono celeri e cambiamo i soldi in men che si dica, tenendo presente che 10 DH sono € 1 in leggero eccesso.
Attraversiamo la piazza, dove sono in atto alcuni lavori per migliorare la pavimentazione (il Marocco e la stessa Marrakech ospiteranno alcune partite del Mondiale 2030) e raggiungiamo la rue de Banques, la piazza in fondo dove iniziano le strade che introducono alla medina e ai suk. Qui prendiamo quella alla nostra sinistra, che ci instrada nel suk Sammarine, e iniziamo a passeggiare già tra la folla frenetica, fermandoci spesso per ammirare la mercazia varia in bella vista: attirano, infatti, la nostra attenzione i negozi che espongono ceramiche, lavorazioni in cuoio, oggettistica per la casa (mi mangerò poi le mani per una bella teiera vista e non comprata), prodotti d’abbigliamento come sciarpe, pashmine o semplici foulard. Passiamo anche davanti ai banconi stracolmi di dolci che si alternano ai venditori di spezie e ai negozi di artigianato del legno con i loro manufatti per la cucina. Piano piano raggiungiamo la Rahba Kedima, la piazza triangolare che ospita un mercato vario ed eterogenero principalmente dedicato ai profumi, alle spezie e ai prodotti in vimini, e poi ritorniamo sulla via centrale che, poco dopo, si dirama: noi rimaniamo sulla destra in quanto siamo diretti in uno specifico negozio, che raggiungiamo girando poco dopo a destra.
Siamo giunti da Amazigh Art, un negozio che offre ceramiche di ottima fattura e di varie forme e fantasie colorate: la scelta varia da semplici vasi a piatti da portata o da ornamento fino a posacenere e tajine di varia grandezza. Ovviamente dobbiamo contrattare per spuntare il prezzo migliore ma da lì siamo usciti con un bel po’ di piatti in ceramica (personalmente ne ho presi tre, uno grande di circa 40 cm e due più piccoli di 25 cm per un totale di € 60) e anche con piccoli ricordini. Lasciamo in custodia lì gli acquisti (passeremo a prenderli nel pomeriggio) e proseguiamo fino ad uscire dal suk Sammarine recandoci, seguendo la rue Azbert, nella place de la Kissariat, che ospita l’ingresso al Museo di Marrakech (consigliata la visita), alla Qubba Almoravide (il più antico monumento di Marrakech, che non è altro che un luogo di abluzione) e alla Moschea di Ben Youssef, non aperta ai non musulmani, con l’annessa Madrasa, posto bellissimo ed interessante che consiglio di visitare.
Ovviamente le mie amiche sono attratte dai profumi e dai colori delle spezie dell’Herboristerie du Paradis, dove entriamo per far acquisti: il negozio è, di per se, già una calamita in quanto l’interno è bellissimo, ma poi gli unguenti, i profumi, gli olii e quant’altro fanno il resto ed usciamo da lì con ulteriori nuovi acquisti fatti. È ora di pranzo e suggerisco di recarsi al mio ristorante preferito, il Café Arabe, situato in rue Mouassine, quindi marciamo tra vicoli e vicoletti fino ad arrivare davanti all’ingresso del ristorante che, per la precisione, è italo-marocchino: essendoci posto a disposizione, saliamo sulla terrazza e davanti a noi si apre uno dei più bei panorami che si possono avere sulla medina e sulla Koutubia.
Pranziamo qui godendo del caldo sole e dell’atmosfera elegante poi usciamo, dando un’occhiata all’ingresso del Giardino segreto di Marrakech, un’area botanica inclusa tra antichi palazzi del XIX secolo definita un luogo incantevole e di pace nella caotica medina: non lo visitiamo in quanto dobbiamo rientrare al nostro riad. A questo punto, ritorniamo al negozio di ceramiche tramite la rue Sidi Abdelaziz (basta tornare indietro fino alla porta poi girare a destra e proseguire lungo la strada, che porta alla biforcazione accennata dopo la Rahba Kedima), ritiriamo le ceramiche acquistate e poi riscendiamo alla Djemaa e al riad, giusto in tempo per sistemare gli acquisti e prepararci per l’escursione e la serata.
Alle 16 siamo davanti l’hotel Islane e già il nostro autista ci attende pronto per partire: siamo solo noi quattro e l’auto prende subito la direzione del deserto di Agafay. Mentre attraversa la periferia e i villaggi lungo la strada, noi ci godiamo il paesaggio, ammirando l’aspro territorio e la vita “poco turistica” della gente nelle piazze. Dopo meno di un’ora, superato il villaggio di Lalla Takarkoust, l’auto lascia la strada principale e segue un percorso sterrato fino a fermarsi in una piazzola dove sono piantate alcune tende e giacciono accovacciati una coppia di cammelli.
L’autista e un signore locale ci fanno cenno di accomodarci e ci offrono del té alla menta, dicendo di attendere il rientro del gruppo ora in marcia, che poi toccherà a noi fare la famosa “passeggiata sul cammello”: nel frattempo, cogliamo l’occasione per far foto e video allo scenario che ci circonda, composto di terra brulla, qualche raro albero e ciuffi di sterpaglia e cespugli spinosi. I due cammelli restano placidi a riposare anche se gruppi di quad fanno rumore nell’attraversare la piazzola e le vicine piste, perdendosi poi tra le dune di terra; il signore berbero continua a versarci del tè e a noi si aggiungono due ragazze orientali, tornate anche loro dal giro.
Finalmente il gruppo rientra e siamo quindi invitati a raggiungere la nostra guida, il quale ci fa indossare dei caftani blu e ci fa poi salire ad uno ad uno sul nostro cammello (per essere precisi è un dromedario, in quanto ha una gobba): così in fila, partiamo per le steppe aride e ventose del deserto di Agafay. Il giro dura all’incirca una trentina di minuti e la nostra guida, in un maccheronico italiano misto ad altre lingue, ci conduce lungo un tracciato circolare, facendoci un sacco di fotografie e riprese con il mio cellulare. Alla fine del percorso, ritorniamo alla piazzola, ci spogliamo dei vestiti e siamo invitati a salire su un piccolo van con altre persone per essere condotti in un ristorante poco sopra la diga che sovrasta l’abitato di Lalla Takarkoust.
La Maison de Village è un moderno ristorante adatto alle manifestazioni turistiche classiche dopo una cammellata: sebbene l’aria sia frescotta, ci fanno accomodare sotto un ampio tendone dove, mentre ceniamo con la portata di tajine al manzo e dell’ottimo couscous con pollo e verdure, assistiamo allo spettacolo di un gruppo di suonatori berberi e alle piroette di un bravissimo giocoliere, che fa roteare mazze e bastoni in fiamme. Dopo la cena e lo spettacolo, siamo ricondotti all’Hotel Islane, da cui poi rientriamo abbastanza stanchi e leggermente puzzolenti dell’odore selvatico dei cammelli. L’esperienza, però, ne è valsa totalmente la pena, sebbene sia stata molto turistica.
Giorno 3 – Giardini Majorelle, Larousse
Dopo la colazione, sempre sul tetto e sempre imbacuccati, decidiamo di raggiungere i Giardini Majorelle, in quanto abbiamo detto alla nostra amica Lella che un posto simile non può non essere visitato se si viene a Marrakech. Ci rechiamo comunque prima all’Hotel Alì per un ulteriore cambio di moneta poi, con un taxi legale, ci facciamo trasportare ai giardini: lungo il percorso, il tassista ci chiede se abbiamo prenotato i biglietti perché da un po’ non c’è più la biglietteria e possono essere solo acquistati on line. Io casco dalle nuvole e subito cerco la disponibilità: la trovo per le 13, per fortuna, ma ora dobbiamo impegnare il tempo che ci rimane.
Dai giardini ci portiamo alla Bab Doukkala, una delle porte che perfora il lungo perimetro delle mura, per attraversala e proseguire dritto in rua el Gza: siamo già un po’ fuori la medina commerciale, anche se qui negozi di vario genere non mancano assolutamente. Notiamo, comunque, che pure qui c’è abbondanza di riad anzi, se si vuol risparmiare qualcosina, i prezzi in questa zona sono più bassi (basta consultare un qualsiasi sito di prenotazione per notare la differenza).
Ci troviamo a Larousse, uno dei quartieri che compongono la medina, dove la gente ci vive ancora e dove, ai servizi turistici, si alternano negozi e locali in cui incontrare gli abitanti che fanno la spesa o vanno a farsi servire in qualcosa (vediamo sarti, lavanderie, calzolai e altri artigiani a lavoro). Davanti l’inizio di rua El Aziz, invece di proseguire dritto (la strada ci porterebbe proprio di nuovo nel cuore della medina, sbucando sulla rue Mouassine) noi giriamo a destra e ci inoltriamo in un dedalo di vicoletti, stradine, porte colorate e archi di sostegno dove non incontriamo turisti ma solo gente del luogo o gatti dormienti sui muri.
Aiutandoci con Google Maps, usciamo prima in una piazza solitaria, dove scambiamo un hamman per una toilette pubblica (il signore gentile però ci fa usare quella interna, permettendomi di mettere piede in un vero hamman), e poi di nuovo nei pressi del parcheggio degli autobus, dove ritorniamo ai Giardini Majorelle per metterci in coda ed entrare. Il percorso all’interno dei giardini è stato totalmente stravolto: se prima si poteva girare solo in una parte dell’ampio spazio, ora è stato aperto anche quello relativo alla residenza di Yves Saint Laurent ed il percorso si è allungato ed è diventato ancora più interessante.
La strada da seguire è quasi obbligatoria: entrati, dopo le consuete foto al gazebo sul canale e alle vasche piene di ninfee e di pesci, si prosegue fino ad un secondo ingresso, che introduce alla villa Oasis. Qui siamo accolti da alte palme, cespugli in fiore, vasi colorati pieni di piante esotiche e due enormi vasche, dove si sprecano pose da Instagram e riprese video da social stories. La villa non è visitabile ma il suo meraviglioso contorno si può liberamente godere, soprattutto in questa soleggiata e calda giornata. Usciti da qui, proseguiamo con il vecchio tragitto, che ci porta davanti al ponte coperto di piante e fiori, allo stagno circondato da fiori esotici e, infine, all’edificio intitolato a Pierre Bergé (compagno e socio di Saint Laurent) che è ormai un’icona della città in quanto il suo colore esterno, il famoso blu majorelle, accostato al giallo ocra o al bianco smagliante delle finestre e degli stipiti delle porte, rende questo posto uno dei più instagrammati di Marrakech. L’edificio, comunque, ospita un interessante museo dedicato alle arti berbere nonché un negozio di souvenirs e un’esposizione di antichi manifesti.
Compiuta la visita a questo meraviglioso posto, usciamo per riprendere un taxi e farci trasportare di nuovo alla Djemaa, dove ci rechiamo a pranzare in uno di quei tipici ristorantini sul passage Prince Moulay Rachid che offrono snack kebab, tè alla menta e dolci tipici marocchini come i corni di gazzella o il baklava. Ritorniamo in albergo per una breve rinfrescata poi decidiamo di andare verso la parte sud della medina percorrendo la Riad Zitoun Lakdim, anch’essa piena di negozi di vario genere ma, soprattutto, luogo in cui si trovano molti rinomati ristoranti marocchini, come lo Chez Zaza, il Dardar, il Koulchi Zine ed un altro, molto celebre, di cui dirò dopo.
Sbuchiamo nella Place Mellah, nodo importante per raggiungere alcune chicche artistiche assolutamente: entrando e svoltando a destra su rue Tougma, ci si porta alle Tombe Saadiane e alla Bab Agnaou; dritto, si arriva alle rovine del Palazzo El Badi; a sinistra c’è il palazzo Bahia, sicuramente uno dei più famosi della città. Noi svoltiamo a sinistra, dove troviamo l’accesso al souk dell’oro ma dove ci limitiamo a fare un semplice giro ammirando i gioielli e i manufatti del prezioso metallo offerti nei tanti negozi presenti. Proprio di fronte, la Bab Elmaleh dà inizio al souk delle spezie, ora rimesso a nuovo: stiamo entrando in quello che, una volta, era il vecchio ghetto ebraico e dove, tuttora, sono visitabili alcune sinagoghe. Noi ci fermiamo in quello all’angolo sulla sinistra, visto che il giovane venditore ci imbonisce col suo maccheronico e pessimo italiano, per uscirne poco più tardi con confezioni di spezie come cannella, pepe nero, curry, ras el hanout (il mix di spezie per il couscous e altri piatti marocchini), olio di argan, bacche di vaniglia, caffè e tè alla menta.
Continuiamo a girare per il souk, poi ritorniamo verso la Djemaa tramite la rue Zitoun El Jdid, la strada che parte dal Palazzo Badi: percorrendola, passiamo davanti a due posti che consiglio di visitare. Il primo è il Museo della cucina marocchina, in cui si può acquistare un biglietto che comprende la visita guidata allo stesso e una cooking class di cucina… con assaggio finale! Il secondo è l’Hammam Ziani, uno dei più utilizzati in città: i prezzi sono turistici (ma abbordabili) e il posto ha qualche pecca però se volete un trattamento come fatto ai locali, questo è il più simile mentre le altre spa sono sì più care ma non hanno l’atmosfera del “vero” hamman.
Rientriamo in albergo giusto per un leggero riposino e una doccia per poi prepararci ad una serata tipicamente marocchina: alle 20, infatti, siamo già davanti al ristorante Dar Essalam, quasi alla fine della Rue Zitoun Lakdim, dove ho prenotato un tavolo per la cena con spettacolo. L’ingresso è monumentale e la scalinata conduce ad un piano inferiore dove si aprono molte sale dall’architettura marocchina, già piene di commensali. Noi siamo condotti in quella più grande e fatti accomodare ad un ampio tavolo riccamente imbandito: il menù prevede quattro portate a scelta di piatti marocchini , dall’entrée al dessert passando per cousocous, tagine, brouchette e piatti di vario genere. Mentre aspettiamo ciò ordinato, inizia lo spettacolo: si parte con un gruppo berbero, che suona musica gnaoua e che poi coinvolge tutto il pubblico; si passa alla danzatrici di tè, le quali ballano con un vassoio in testa in cui ci sono una teiera e una serie di bicchierini (e vanno pure in giro per i tavoli a coinvolgere gli avventori, me compreso); immancabili anche le danzatrici del ventre, che pure loro ci coinvolgono in balletti sensuali; ed infine, a sorpresa, i camerieri chiamano tutti in un ballo di gruppo sulle note arabeggianti di “Bella ciao”.
Nel frattempo, noi siamo stati egregiamente serviti dei nostri piatti (che troviamo davvero squisiti) e completiamo la serata unendoci al coro unanime di canti e balli. Per digerire, facciamo una bella camminata fino alla Koutubia che, con la Luna, e il cielo limpido, offre uno scenario meraviglioso, degno di una notte a Marrakech.
Giorno 4 – Mouassine
Dopo colazione, lasciamo i nostri bagagli in deposito al riad e riprendiamo il nostro scorrazzare tra le vie della medina proponendoci di raggiungere, al fine di completare – anzi, implementare – i nostri acquisti presso l’Ensamble Artisanal, l’associazione di artigiani la cui sede si trova sulla avenue Mohamed I. Arriviamo al tipico edificio in stile moresco nel cui interno sono presenti negozi di artigianato che vendono prodotti certificati: ovvio che i prezzi qui sono fissi e non si possono contrattare ma la qualità è veramente alta, soprattutto per quanto riguarda i prodotti in cuoio e pelle. Interessante è il negozio di antiquariato berbero proprio all’ingresso però ci sono anche alcuni che propongono dei bellissimi pezzi in legno intarsiato e dipinto da utilizzare come ornamenti nelle case. Da questo posto ne usciamo con una bella cintura di cuoio (del sottoscritto), alcune borse e una numerosa serie di foulard e pashmine (le signore).
Ritorniamo nella medina imboccando la rue Jbel Lakhdar fino alla rue Sidi el Yamani che, dritta, ci fa arrivare alla fontana Mouassine, cuore dell’omonimo quartiere: in questo punto convergono una serie di strade importanti. Quella a sinistra conduce al Café Arabe; quella a destra porta alla Djemaa e quella davanti a noi ci introduce nel dedalo di viuzze della medina. Infatti, come appena entriamo, ci troviamo davanti ad un bivio: quello a sinistra porta al suk dei tintori (ed infatti appese alle travi si possono vedere stoffe e prodotti tessili messi ad asciugare) e dove si trova un interessante omonimo caffè; quello a destra, sempre fra negozi di vario genere, conduce ad un primo bivio da cui, sempre proseguendo dritto, ci riporta al già citato incrocio subito dopo la Rahba Kedima (il lato sinistro).
Insomma, piano piano, ritorniamo alla Djemaa che è abbondantemente ora di pranzo e decidiamo di pranzare da Toubkal, in quella che è considerata un’istituzione ma che poi si è rivelata una vera delusione: cibo davvero pessimo da cui si sono salvate solo le patatine fritte (anche se non osiamo pensare in quale olio cucinate). Per riprenderci dalla delusione, andiamo alla Patisserie de Princes sul passage Prince Moulay Rachid a rimpizzarci di dolcetti marocchini (si vendono a peso, scegliendo la box in cui una gentile signorina ci aggiunge i dolci scelti) e poi finiamo gli acquisti nei negozi adiacenti per spendere gli ultimi dirham a disposizione (non si può esportare la moneta locale): facciamo incetta di borsine colorate e, per me, una nuova teiera.
Alle 16 torniamo in albergo per rinfrescarci e ritirare i bagagli poi attendiamo il driver alla fine del passage, come concordato via messaggistica, il quale con puntualità ci trasporta in aeroporto. Sebbene abbiamo già il check-in, dobbiamo comunque ritirare il biglietto cartaceo, dopo affrontare i controlli dei bagagli e quelli in uscita per poi finalmente poterci accomodare al gate in attesa del volo. Nel frattempo, compro al duty free una bottiglia di vino marocchino (ne producono alcune dalle parti di Chefchaouen) e due scatole di patisserie da offrire ai colleghi in ufficio.
Il volo per Milano parte puntuale alle 20 di sera, quando il buio è già calato sulla città e sotto di noi le luci delle strade e delle piazze illuminano la Koutoubia, ben visibile dall’aereo che sale. Alla prossima, Marrakech.
Curiosità e consigli utili su Marrakech
Sebbene ormai Marrakech abbia perso un po’ di quell’essenza naturale che l’ha sempre contraddistinta e si è coperta di una patina un po’ troppo turistica, andarci è sempre un enorme piacere soprattutto se, oltre a vivere la parte più tradizionale, ci si sposta al di fuori di essa: consiglio sempre di fare una passeggiata oltre l’area classica commerciale, andando, per esempio, verso la zona nord, ancor poco turisticizzata. Comunque, per chi vuole usufruire dei servizi turistici, queste sono le mie chicche.
Il riad Marraplace è stato davvero una scoperta: vicinissimo alla Djemaa, ha camere spaziose e l’accoglienza è stata ottima. La colazione è superlativa anche se l’unica pecca è farla sul tetto che, nelle mattinate fredde, costringe ad indossare un giaccone. Il prezzo per tre notti è stato di € 132 a persona (@riadmarraplace) in b&b.
L’escursione nel deserto di Agafay è stata organizzata tramite Fatin, una ragazza conosciuta su Instagram (@morocco.with.fatin) la quale ci ha offerto il giro e la cena più i trasporti al prezzo di € 60, che abbiamo pagato all’hotel Islane.
La cena al ristorante Dar Essalam è stata prenotata grazie ad un’offerta presente su Get your Guide, che offriva uno sconto del 10% sul prezzo generale quindi da € 40 abbiamo pagato € 36 a cui sono state aggiunte le bevande e, per alcuni piatti, è stato richiesto nel menù un piccolo supplemento (per esempio, la tajine di pollo non ha supplemento mentre quella di agnello sono € 2 in più): alla fine paghiamo € 7 a persona.
I biglietti d’ingresso ai giardini Majorelle vanno acquistati sul sito o tramite altri canali di vendita e prevedono la scelta dell’ora per accedervi quindi programmate la visita in base a questo aspetto. Io consiglio la mattina, così, dopo la visita, a piedi per la Bab Doukkala, si può ritornare alla Djemaa. Il costo del biglietto è di DH 170 ossia poco più di € 16.
Per i vostri acquisti, Amazigh Art è una garanzia: si trovano ottime recensioni su Tripadvisor ed ha un profilo Instagram (@amazighart_kech) e uno Facebook (@amazighartkech) dove poter sbirciare i prodotti in ceramica che espongono e vendono. Inoltre, è possibile pagare con la carta di credito.









