Marocco: città spettacolari e natura indimenticabile

Appunti tratti da un taccuino di viaggio: Marocco, sogni blu al profumo d’ambra e di sabbia
Scritto da: marilisa-somma
marocco: città spettacolari e natura indimenticabile
Partenza il: 28/05/2016
Ritorno il: 06/06/2016
Viaggiatori: 3
Spesa: 1000 €

La mia avventura marocchina inizia in un paese che sembra uscito dalle pagine di un libro di Aladino ed accompagnata da un giovane berbero, Said Azerwal (www.tourinmarocco.com), dagli intensi occhi color carbone e dall’età indefinita. Chefchaouen, un delizioso paesino situato tra i Monti del Rif, è il mio sogno che diventa realtà: goduto nei racconti dei viaggiatori e ricercato sulle guide turistiche, l’ho scoperto con calma, passeggiando tra le sue strette viuzze color del mare, affacciandomi nelle finestre delle casette blu e bianche, assaggiando i tajine di pollo e verdure preparati da donne dagli occhi gentili e dai sorrisi indimenticabili, ma soprattutto chiacchierando con le persone del luogo, magicamente abbigliate nei loro djellaba, indumento lungo e ampio ed ornato di un cappuccio a punta.

Chefchaouen è una città indimenticabile, con il suo magico blu che abbraccia finestre e porte, che si allunga dalla strada privata alle abitazioni, che caratterizza pareti e vasi di piante, e che resta negli occhi, quanto la osservi, e nel cuore, al ritorno a casa. La piccola medina di Chefchaouen, circondata dalle antiche mure, oggi nascoste da piante e da colorati vasi di fiori, è incantevole e facile da esplorare e l’allegra piazza Uta el-Hammam, accoccolata ai piedi di giganti alberi e circondata da caffè e ristoranti con terrazze panoramiche, dalla kasbah e dalla Grande Moschea, si abbraccia con un solo sguardo.

L’antica porta blu della città, che ancora domina, fiera, il paese, mi saluta, mentre la mia jeep lascia i Monti del Rif, la freschezza delle montagne, il profumo dei tajine alle verdure, alla volta di Meknes, una delle città imperiali del Marocco.

Lungo la strada per Meknes, è obbligata la sosta a Volubilis, città storica romana, patrimonio Unesco, immersa in verdi uliveti e sottoposta al rassicurante controllo di decine di cicogne, entusiasma anche il più profano di storia romana, con i suoi mosaici ben conservati, con le colonne che ancora svettano, altere, nel cielo, con gli antichi frantoi che ancora sembrano profumare d’olio e con la sua tranquillità che ti invita a studiare e sognare l’antica storia dei romani in terra d’Africa.

Meknes, la città più fortificata del Marocco, con i suoi 52 km di cinta muraria ancora intatta e sopravvissuta anche al terremoto del Portogallo, mi accoglie con eleganza, mentre attraverso l’antica e maestosa porta Bab Mansour: nel cuore della cinta muraria reale, una passeggiata pigra al granaio del palazzo e alle sue scuderie mi fanno ricordare gli antichi fasti marocchini mentre le prigioni imperiali mi riportano nelle solite torture dei più forti.

Lasciata la cinta muraria reale, ritorno verso la prima cinta, quella entro cui vive ancora oggi il popolo e lì visito una scuola coranica degli adulti (che è differente dalla più piccola scuola coranica dei bambini, poco distante) e quindi mi perdo tra le botteghe e gli artigiani della medina, dove acquisto ceramiche dal colore degli ulivi, il colore che caratterizza Meknes. Gusto un the alla menta su una deliziosa terrazza affacciata sulla piazza di Meknes mentre attendo che la piazza si trasformi, al calare del sole, in un libro di favole: incantatori di serpenti, berbere che mi disegnano le mani con l’henne, ballerini che mi affascinano con le loro danze, venditori di spezie e profumi che mi avvolgono con i loro odori, ragazzini che giocano a pallone.

Ma il giorno arriva, il caldo sole di giugno spazza via dalla piazza venditori e incantatori di serpenti, ed io ritorno sulla mia jeep, direzione deserto Erg Chebbi.

Mentre la jeep macina chilometri, attraversa valli di cedri popolate da bertucce, costeggia un lago formato da sola acqua di neve sciolta e pioggia e accampamenti di pastori nomadi, si ferma ad Ifrane, un paese che sembra più svizzero che marocchino dove gusto delle enormi ciliegie deliziose, la mia guida berbera, dall’età indefinita e dal profumo di Sahara, mi racconta storie del suo deserto.

Il giorno dopo è ancora avventura su strada: salutata la sonnolenta Midelt, paese di confine tra il nord ed il sud del paese, attraversata la Valle dello Ziz caratterizzata da palmeti e dai canyon scavati nella roccia, visitati gli artigiani che lavorano i fossili ad Erfoud, curiosato nel caldo ed odoroso souk di Rissani, esplorati paesini con case di argilla e paglia, arrivo a Merzouga, la città alle porte del deserto del Sahara, da cui parto, a dorso del dromedario ‘Giamaica’, tra le dune dell’Erg Chebbi, in compagnia di un giovane cammelliere berbero.

La notte nel deserto è indimenticabile, l’accampamento berbero profuma di sabbia e di tajine di verdure: sotto un luminoso cielo stellato, al suono di tamburi e struggenti canzoni berbere, la notte marocchina mi racconta tutta la sua magia.

Dune che attendono, in silenzio, un nuovo giorno, il loro sole per splendere ed avvolgere; dune pazienti ma non immobili, dalla cresta fumante e dal cuore bollente: io mi lascio abbracciare da queste dune e mi sento infinito pezzo di questo mare arancione, tra le mie dita scivolano i granelli di sabbia e con loro tutto ciò che è la vita occidentale.

La mattina dopo incontro una famiglia berbera ancora nomade, al confine con l’Algeria: è un thè alla menta gustato con una berbera che mi bombarda, curiosa, di domande di quella che è la mia vita occidentale, che si stupisce delle forcine nei miei capelli e dello smalto sulle mie unghie, che mi racconta, seduta a gambe incrociate accanto al suo fuoco, dell’hennè che le berbere usano per abbellire la loro pelle, della difficoltà della vita nomade, dei giochi solitari del suo Hassan di otto anni, dell’unico asinello che possiede e che è l’amico che trasporta cibo e acqua, nelle rare volte che lascia la sua tenda e va al mercato, per la spesa, o al pozzo, per l’acqua.

L’avventura berbera continua con incontri con ragazzine berbere che vendono bamboline e cammelli di stoffa, con monelli berberi che circondano la jeep e che mi sorridono furbetti se gioco un po’ con loro, con i racconti di Said sulle spose berbere che, dopo la festosa cerimonia tra le dune, vanno a vivere nella casa dei genitori dello sposo e si occupano della casa, con uno sguardo alle tombe berbere, che non hanno nomi né lapidi ma solo due sassi, uno ai piedi, l’altro alla testa.



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