Madagascar: il paese blu

Partiamo da Firenze il 27 Luglio per Parigi dove dovremo dormire una notte per imbarcarci il giorno dopo per Antananarivo, la capitale del Madagascar. Facciamo in tempo a vedere Notre Dame, la Torre Eiffel e la chiesetta di Saint Sulpice dove si trova la linea della rosa (anche noi abbiamo letto il Codice!). In realtà però siamo stanchi morti e...
 
Partenza il: 27/07/2006
Ritorno il: 21/08/2006
Viaggiatori: in coppia

Partiamo da Firenze il 27 Luglio per Parigi dove dovremo dormire una notte per imbarcarci il giorno dopo per Antananarivo, la capitale del Madagascar. Facciamo in tempo a vedere Notre Dame, la Torre Eiffel e la chiesetta di Saint Sulpice dove si trova la linea della rosa (anche noi abbiamo letto il Codice!).

In realtà però siamo stanchi morti e non riusciamo a passare dagli Champs Eliseé e dall’Arco di Trionfo, peccato, ma tanto Parigi è vicina e possiamo tornarci presto, e poi io comincio già a sentire la fibrillazione per il volo del giorno dopo (10 ore!).

28 Luglio: giornata interamente occupata dal viaggio. Saliamo su un AirBus dell’AirFrance, bellissimo, gigante, con lo schermino davanti su cui puoi vedere films, telefilms, giocare ai videogames, scegliere la musica da ascoltare in cuffia, seguire la rotta che l’aereo sta seguendo… Insomma non vediamo l’ora di decollare per giocare un po’.

Il volo è tranquillo, dall’alto vediamo le coste della Toscana (e le spiagge bianche di Rosignano!), il mar Mediterraneo e poi comincia l’Africa, immensa. Il Sahara visto dall’alto è uno spettacolo quasi commovente, le nuvole che fanno ombra per terra e nient’altro, non si vedono case né strade, l’unica linea che rompe la monotonia è il Nilo, un serpente nero che striscia sulla sabbia.

Riusciamo a dormire un po’ ma seduto davanti a me c’è un bambino fantastico che ha un sacco di voglia di giocare, e che possiamo fare? Giochiamo anche noi! Atterriamo alle 10 di sera in perfetto orario. Siamo rassegnati alla perdita dei bagagli (che abbiamo imbarcato a Firenze due giorni prima) e invece no! Eccoli! Lanciati a mano dal personale dell’aeroporto perché il nastro trasportatore è rotto, ma ci sono tutti e due.

All’uscita ci aspetta la nostra guida, una signora malgascia che parla molto bene italiano e che ci accompagnerà in albergo e ci porterà in giro per la città il giorno dopo. La strada che dall’aeroporto ci conduce all’Hotel de France non è lunga, facciamo due chiacchiere ma siamo stanchissimi, giusto il tempo di accorgerci che fa un freddo cane e che è un buio pesto: non ci sono lampioni lungo la strada e nemmeno dalle case arriva tanta luce! 29 Luglio: l’appuntamento con Dina è per le 8 e mezzo, facciamo colazione (buona, con i croissant caldi e la frutta fresca) e cominciamo a scontrarci con il francese (la lingua) ma abbiamo una gran voglia di cominciare questa vacanza che io ho voluto fortissimamente.

Dina ci fa da guida e Arsù da autista, è sempre così gentile! Ci apre sempre la portiera ma dopo un paio di volte mi sento già in imbarazzo! Vediamo le colline sacre della città, il palazzo del re Adriamponimerina che in è pratica una capanna di legno e della regina Ranavalona I che, sotto l’influsso dell’Inghilterra, abbandona le costruzioni tradizionali a beneficio di un palazzo, sempre in legno, ma più in stile “europeo” con arredi e suppellettili. Tira un vento freddo ghiacciato che ci sferza la faccia, rimpiango di non avere con me uno dei miei molteplici cappellini di lana.

La città vera e propria mi colpisce duro sotto lo sterno: tantissimi bambini stracciati e sporchi che chiedono caramelle e penne per scrivere, mendicanti, venditori di ogni genere di cose, lungo le strade ci sono decine di casupole di legno che vendono ortaggi, frutta, canna da zucchero. Passiamo vicino ad un fiume e vediamo le donne che lavano i panni e li mettono ad asciugare sulle pietre lungo le sponde, peccato che l’acqua del fiume è marrone! Dina ci dice che in città quasi nessuno ha la lavatrice. E noi siamo dentro una macchina che in confronto alle Renault4 scassate che ci sfrecciano accanto, sembra una limousine, belli puliti, con tanti soldi da spendere e tutti ci guardano e ci salutano.

Sto male, e questa sensazione non mi abbandonerà più. Continuiamo il giro della città il pomeriggio ma alle 4 siamo di nuovo in albergo e pensiamo di andare a fare un giro al mercato centrale della città che è lì vicino.

Gente a fiumi, rivoli d’acqua scura che scorre lungo le casupole dove stanno i venditori, tantissimi colori, la gente che ci fissa tra il divertito e l’insolente, provo a fare una foto ma non ci riesco, mi sembra un po’ violare quell’atmosfera così familiare. Passiamo dalla zona dove si vende la carne, e scappiamo velocemente in albergo: un odore nauseabondo di marcio ci colpisce le narici, vedo con la coda dell’occhio quarti di zebù appesi circondati dalle mosche, polli spennati ammassati l’uno sull’altro, interiora e altre cose appese a ganci arrugginiti, devo tenere la testa bassa e lottare contro la voglia di vomitare.

Voglio solo chiudermi in albergo e scappare via da questa città dove la povertà è così sfacciata che fa male, in campagna, mi dico, sarà diverso, sarà più dignitoso.

30 Luglio: facciamo conoscenza con il nostro autista, Elie, che ci porterà fino a Ifaty. Parla inglese! Per fortuna, e non sappiamo ancora quanto questo ci semplificherà la vita.

Ci allontaniamo da Antananarivo dirigendoci a sud verso Antsirabe e le risaie prendono sempre più campo, capiamo che le casette fatte di mattoni rossi e con il tetto di foglie di banano che Dina ci aveva detto essere “case tradizionali” in realtà sono le case del 90% della popolazione, dove al piano di sopra dormono figli (per terra) e genitori (su stuoie o materassi) e di sotto stanno le bestie. Non ci sono mobili, arredi, niente. Solo il fuoco che serve sia per cucinare che per illuminare le stanze, e il cui fumo esce dalla finestra o dal tetto, senza comignolo.

La terra è rossa ovunque, sembra sanguinare e sarà anche per questo che mi sembra che l’uomo abbia usato violenza a questi luoghi, disboscando per creare spazi per l’agricoltura, l’allevamento e i suoi villaggi. Vediamo lungo la strada ampie chiazze nere, testimonianza di incendi, che, capiremo dopo, sono usati come metodo per rubare spazio alla foresta.



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