Lungo le piste islandesi

VIAGGIO IN ISLANDA Sabato 3 Agosto partenza destinazione Islanda.Quest’anno siamo solo in tre, Balos e Serjei con le loro XT 550 ed io con la mia fedele Tenerè 600. Paolo e Teppy non se la sono sentita di venire a causa del freddo che si prevede troveremo.Il traffico è molto intenso ragione per cui decidiamo di abbandonare l’autostrada a...
Scritto da: Adriano Lombardi
lungo le piste islandesi
VIAGGIO IN ISLANDA Sabato 3 Agosto partenza destinazione Islanda.Quest’anno siamo solo in tre, Balos e Serjei con le loro XT 550 ed io con la mia fedele Tenerè 600. Paolo e Teppy non se la sono sentita di venire a causa del freddo che si prevede troveremo.Il traffico è molto intenso ragione per cui decidiamo di abbandonare l’autostrada a Vipiteno.Attraversiamo l’Austria su strada statale e riprendiamo l’autostrada in Germania;durante un rifornimento, nel lubrificare la catena Serjei spacca il cavalletto della sua XT, motivo per cui quando decidiamo di fermarci dobbiamo controllare che ci siano pali o piante dove appoggiare la sua moto.La sera piantiamo le tende in un campo a metà Germania. Domenica 4 Agosto : quando entriamo in autostrada ci viene un colpo: una fiumana di auto ha avuto la nostra stessa idea, ma dove vanno tutti? A tratti la coda è ferma per qualche km, dopo di che si rimette in movimento.Noi naturalmente in moto proseguiamo senza fermarci, anche se la media si abbassa notevolmente. Dopo centinaia di km in queste condizioni , nei pressi del confine con la Danimarca come d’incanto il traffico scompare.Ma dove sono scomparsi ? La sera siamo ad Hirtshals, l’estremità più a nord della Danimarca.Ci accampiamo su una collinetta in un campo di paglia. Da qui lunedì mattina ci imbarchiamo per Krinstiansand, Norvegia, dove arriviamo verso mezzogiorno dopo 4 ore di navigazione.Chiediamo ad una pattuglia di polizia se ci sia un concessionario Yamaha in città e questi ci accompagnano in auto con tanto di lampeggiante acceso quando percorriamo vie a senso vietato. Troviamo un’officina generica che ha un bullone del cavalletto simile a quello che ci serve e,fattaci imprestare una morsa ed un solido martello, nel giro di un’oretta la moto di Serjeo ha di nuovo il suo cavalletto funzionante, anche se un pò svergolo. Il tempo è sereno e caldo e la strada da percorrere molto pittoresca;cercando di stare leggeri con l’acceleratore ( a causa delle severe sanzioni previste dal codice della strada Norvegese per chi supera i limiti di velocità) percorriamo i 500 km che ci separano da Bergen,dove arriviamo martedì verso mezzogiorno. Il traghetto è appena arrivato e sta svuotando il suo carico. Ci imbarchiamo e verso le 15 la nave salpa.La navigazione fila via liscia e verso mezzanotte facciamo una breve tappa alle isole Shetland per poi ripartire per le isole Faroer dove attracchiamo nel pomeriggio di mercoledì. Avendo un’ora a disposizione ne approfittiamo per scendere a terra e visitarne la capitale,una graziosa cittadina. Quando riprendiamo la navigazione il mare è abbastanza agitato ma è una cosa sopportabile. La mattina di Giovedì avvistiamo la costa Islandese. Il tempo è abbastanza bello, anche se l’aria è fresca.Siamo tutti sul ponte ad ammirare questa terra che per noi è ancora misteriosa, con tutti i suoi ghiacciai e vulcani.La nave si infila in un fiordo lungo una quindicina di km per arrivare poi a Seydisfjordur, una piccola cittadina meta della nostra traversata.Non vediamo l’ora di inforcare le nostre cavalcature e partire all’esplorazione dell’Isola.Dopo un velocissimo controllo doganale ci avviamo lungo la strada principale. Il termometro segna 6 gradi ma, essendoci il sole, non ci preoccupiamo. Dopo pochi km arriviamo a Egilsstadir, una cittadella dove cambiamo un pò di soldi, facciamo benzina e mangiamo baccalà fritto con riso.Visto che tutti quelli incontrati sulla nave avevano intenzione di percorrere l’isola in senso antiorario noi, da bravi diversi, decidiamo di seguire il percorso inverso. Il clima è mite, il sole splende e siamo ottimisti. Ci dirigiamo verso Sud e dopo pochi km di asfalto inizia il primo sterrato. Filiamo via veloci fino a quando incontriamo un convoglio di una decina di fuoristrada francesi su 4×4. Inizio a superarli con grande attenzione in quanto il fondo è ghiaioso e, uscendo dai solchi lasciati dalle auto, si entra in uno strato di ghiaia alto una decina di cm. Sarà questa una difficoltà ricorrente in tutto il nostro giro in quanto noi in moto siamo sempre più veloci delle auto e 4×4 per cui ogni tanto ci troviamo davanti qualcuno da superare. Fortunatamente sono tutti gentilissimi e quando dal loro specchietto mi vedono arrivare si spostano vistosamente, addirittura si fermano in parte alla pista per lasciarci passare.Ogni volta però è una sventagliata di sassi che mi fa temere per l’incolumità del faro. Ci fermiamo a fare la spesa in un supermercato, all’ingresso c’è la caffettiera a disposizione dei clienti. Comperiamo pane, salmone in busta, formaggio, birra (2,5 gradi di alcool). Comincia a piovigginare ma siamo sempre ottimisti, sicuramente smetterà presto. Ad un certo punto prendiamo una deviazione, sono 16 km di una mulattiera da percorrere in prima e seconda che ci porterà in cima al più grande ghiacciaio d’Islanda ( e d’Europa), il ghiacciaio Vatnajokull; Dopo poco entriamo in una nebbia fittissima, continua a piovere e non ci vediamo più niente. Arriviamo in cima sempre avvolti dalla nebbia; piove e abbiamo il viso fradicio.Decidiamo di tornare , tanto qui non c’è niente da vedere. Ripercorriamo i 16 km sempre a velocità da trial, ad un certo punto mi si spalanca il bauletto e perdo le due birre acquistate poco prima. D’ora in poi lo terrò chiuso anche con una cinghia elastica. Ritornati sulla strada principale proseguiamo in direzione Reykjavik fino a quando notiamo che il freddo sta aumentando vistosamente; ci guardiamo intorno e scorgiamo una laguna con delle sagome che fuoriescono dalla nebbia: sono blocchi di ghiaccio di tutti i tipi, dal bianco all’azzurro al nero. Ci fermiamo ma la visibilità è molto ridotta a causa della nebbia, ragione per cui decidiamo di tornare l’indomani sperando in un tempo migliore. Siamo stanchi di acqua e freddo, è la nostra prima sera in Islanda e decidiamo di cercare una camera.Percorriamo altri 40 km finchè troviamo una fattoria con l’insegna del letto; qui però non hanno posto ma la proprietaria, dopo un giro di telefonate ci rimanda ad un’altra fattoria distante una ventina di km. Siamo a corto di benzina e, visto un distributore automatico, ci fermiamo. C’è una Toyota parcheggiata e, poco distante, 3 persone intorno ad un fuocherello. Sono italiani e ci dicono di essere a piedi con la loro fuoristrada. Sotto il motore c’è un lago di olio, apro il cofano e do un’occhiata ma non c’è più nulla da fare. Una biella si è spezzata ed è uscita dal monoblocco sfondandolo.Stanno aspettando il meccanico che deve fare 100 km per soccorrerli. Scopriremo poi che per trainarli per quei 100 km ha chiesto loro circa 500 €. Litighiamo un quarto d’ora con il distributore per fare benzina, è solo automatico e prende esclusivamente carta di credito. Arriviamo alla nostra fattoria dopo poco e scopriamo che c’è una piccola piscina dove sguazzano beatamente parecchie persone: ci sono 7 o 8 gradi e pioviggina, oltre ad essere le 9 di sera. Veniamo invitati anche noi ma decliniamo l’invito e prendiamo possesso della nostra camera. Abbiamo la cucina ed il bagno in comune con altre tre camere, noto degli zaini e la padrona mi dice che una stanza è occupata da 4 ragazze che in questo momento sono fuori. Approfittiamo della loro assenza per farci la doccia e usare la cucina per farci una spaghettata aglio e olio. Più tardi le ragazze arrivano, sono tedesche e girano l’Islanda in autobus.Scambiamo qualche parola e ci accordiamo per l’uso della cucina per l’indomani dopo di che andiamo tutti a letto (ognuno nel proprio, si capisce). Venerdì 9- Il cielo è coperto e le nuvole sono basse, non siamo più così ottimisti sul tempo islandese. Decidiamo di tornare alla laguna ghiacciata per fare delle foto, nebbia permettendo. Ripercorriamo a ritroso i 60 km che abbiamo fatto ieri e siamo ancora lì. Lo spettacolo è stupendo, la visibilità è ottima e non smettiamo più di scattare foto. Praticamente è una lingua del ghiacciaio che arriva al mare e sciogliendosi causa il distacco di grossi blocchi di ghiaccio che stazionando in questa laguna creano questo paesaggio irreale. Volendo ci sono alcuni mezzi anfibi che portano i turisti nella laguna ma non siamo molto interessati. Piuttosto inforchiamo le moto ( qualcuno direbbe “ e te pareva!!!”) e ci portiamo sull’altro lato della laguna dove non c’è nessuno e qui facciamo altre foto, solo noi e le moto. Proseguiamo in direzione Sud-Ovest, il tempo peggiora ed inizia a piovere.Percorriamo un centinaio di km sotto la solita pioggerella con un vento freddo fino a quando arriviamo alle cascate Skogarfoss. Qui facciamo mezz’ora di sosta e nel frattempo il tempo migliora. Arriviamo a Reikyavik nel primo pomeriggio, finalmente c’è il sole . Tentiamo di arrivare in centro ma le segnalazioni sono solo in islandese. Alla fine prevale la nostra innata ostilità verso le città in genere e decidiamo di andarcene. C’è il sole, e questo ci invoglia a fare chilometri. Ci dirigiamo verso Ovest, la strada è sterrata ma consente medie abbastanza allegre. In lontananza notiamo getti di fumo e decidiamo di andare a vedere. C’è odore di zolfo che man mano ci avviciniamo si fa sempre più forte; nel terreno si aprono spaccature da dove fuoriescono getti di fumo, ed anche le pozze d’acqua sono tutte un ribollire. Risaliamo in sella e ci dirigiamo verso la cittadina di Grindavik, dove sappiamo esiste uno stabilimento termale chiamato “Laguna Blu”. Già qualche km prima il paesaggio cambia radicalmente, da prati verdi con mucche al pascolo passiamo ad una distesa di lava solidificata che si estende a perdita d’occhio.Entriamo nello stabilimento,ci accoglie un laghetto di un azzurro intenso dove sguazzano parecchie persone. La temperatura dell’acqua è di circa 40°, fuori ce ne sono una decina scarsa ma soffia un vento freddo che ci fa perdere qualsiasi voglia di spogliarci ed immergerci. Troviamo un campeggio nella cittadina, campeggio completamente gratuito e ben attrezzato. Montiamo le tende, pur con qualche difficoltà a causa del forte vento e andiamo a dormire. Mi sveglio in piena notte a causa del freddo, mi vesto, chiudo completamente la tenda e torno a dormire maledicendo chi mi ha venduto il sacco a pelo garantendomi una temperatura si sopravvivenza fino a –5°.Sopravvivenza forse, ma polmonite garantita. Sabato 10 Partenza con il sole, direzione Nord.Dopo pochi km l’asfalto finisce ed inizia lo sterrato. Aggiriamo un bellissimo fiordo, superiamo un passo e di colpo il tempo peggiora. La temperatura cala di parecchi gradi ed inizia a piovere. Mettiamo le tute e proseguiamo, fa sempre più freddo e ci aspettiamo che cominci a nevicare, invece continua a piovere. Nel pomeriggio arriviamo nell’estremo nord dell’isola in una baia dove sappiamo vive una colonia di foche. Lasciamo le moto e camminiamo per una mezzoretta fino a quando le avvistiamo. Inizialmente non si lasciano avvicinare poi però prendono confidenza e, sempre tenendosi in mare ad una distanza di una ventina di metri dalla riva,un gruppo di otto foche ci accompagna lungo la spiaggia fino alle moto.Poco più avanti troviamo un ostello, siamo affamati ed infreddoliti e ci fermiamo lì anche perchè è l’unico nel raggio di un centinaio di km. Spaghettata e poi a nanna Domenica 11 Risveglio con pioggia. Decidiamo di tornare verso Sud, sperando di trovare un tempo migliore.La pista è a tratti in terra battuta che permette di viaggiare a 120 km/h ( pecore permettendo), oppure è di ghiaia, ed allora si viaggia nei solchi lasciati dalle auto. Bisogna solo cercare di non uscire, altrimenti si finisce nella ghiaia alta 15 cm. Non piove più, e questo è un gran sollievo anche se il freddo si fa sentire. Attraversiamo un altopiano lungo un centinaio di km, ad una quota medi di 800 metri. Un paio di volte ci fermiamo a scaldarci le mani tenendole sul motore. Il paesaggio è fantastico, tutt’intorno è una cornice di monti con la cima innevata, laghi e prati. Non c’è anima viva per un centinaio di km e quando siamo ormai convinti di essere gli unici esseri viventi nel centro Islanda, noto una manica a vento. E’ un’aviosuperfice, ossia una pista in terra battuta che viene utilizzata dagli aerei. Ce ne sono un centinaio in Islanda sparse un pò dappertutto. Nel primo pomeriggio arriviamo alla cascata Gullfoss, e qui ritroviamo i turisti. Ci scaldiamo le budella con una zuppa di asparagi, piatto tradizionale islandese, uno dei pochi ad un costo accettabile. Pochi km più avanti arriviamo a Geisyr, località che ha dato il nome a questo curioso fenomeno in tutto il mondo. La pozza principale non getta più da parecchi anni, dopo che i turisti dei primi anni del secolo l’avevano soffocata buttando sassi e terra. Quella in attività tutt’ora è più piccola anche se il suo getto ogni tre minuti circa spara fuori fino a una ventina di metri di altezza. Decidiamo di inoltrarci lungo la pista dello Sprengisandur anche se è pomeriggio avanzato. Ricomincia a piovere, indossiamo le tute impermeabili e partiamo. Sappiamo che c’è un rifugio a metà strada, ci fermeremo là. Arriviamo ad un grande piazzale con un distributore di benzina dove stazionano parecchie 4X4. La pista inizia tra poco, facciamo il pieno e ripartiamo. Un cartello indica il prossimo distributore tra 265 KM. Adesso non piove più, diluvia.Inizia la pista e dobbiamo rallentare, non vediamo quasi più niente a causa della pioggia. Fa un freddo cane e tra poco sarà buio, in ogni caso dobbiamo arrivare al rifugio. Superiamo una 4X4 e, dopo una curva, ci appare il primo guado. C’e un motociclista islandese fermo, sta aspettando una 4X4 d’appoggio che è diversi km indietro. E’ il momento tanto atteso, con un pò di apprensione indossiamo i gambali alla pescatora. Arriva anche la 4×4 appena superata che si ferma. Sono una coppi di italiani con auto a noleggio, come la maggior parte dei turisti. Sono esitanti, guardano la nostra operazione di vestizione e ci chiedono se vogliamo attraversare. Spieghiamo loro che non vogliamo certo tornare indietro dopo di che io entro in acqua a piedi per tastare il fondo. Non è alta e la corrente è debole. Il tizio della fuoristrada si decide a guadare per poi fermarsi sull’altra sponda nel caso avessimo bisogno di aiuto. Guadiamo anche noi senza problemi e ci ributtiamo sulla pista. Abbiamo fretta di arrivare al rifugio prima che diventi buio e tiriamo un pò. Ad un certo punto in mezzo a due curve trovo uno strato di sabbia alto una ventina di cm attraversato dai solchi delle Jeep che ci hanno preceduto. La moto sbatte a destra ed a sinistra ma riesco a restare in piedi; arriva Serjei che non ha la mia stessa fortuna e cade , fortunatamente senza conseguenze. Arrivano anche i due della 4X4 e sono abbastanza preoccupati, li tranquillizziamo (“normale,normale”) e ripartiamo. Affrontiamo altri 2 guadi e, mentre sta diventando buio, arriviamo al rifugio. E’ una costruzione di legno con due piani, al piano terra c’è una camerata e la cucina, al piano superiore un’altra camerata. I bagni sono fuori. Dobbiamo toglierci le tute, gambali caschi ecc. Il tutto grondante acqua e lasciarlo in anticamera. Ci accoglie una gentile ragazza che ci mostra le nostre brande e la cucina, non appena due tedeschi avranno finito di cuocere la loro sbobba toccherà a noi. Ne approfittiamo per guardarci intorno, fuori ci sono anche un paio di tende piantate e tre biciclette parcheggiate. Quella delle biciclette nei posti più impensabili è una prerogativa islandese, quando sei convinto di essere l’unico essere vivente nel raggio di 200 km e ti senti quasi un eroe per essere arrivato fino lì in moto,ecco che la curva successiva ti trovi una coppia di giapponesi oppure un gruppetto di tre o quattro islandesi, tutti in bici e carichi come muli. Spessissimo soffia un vento rabbioso e ti chiedi come fanno a procedere, su queste piste disastrate e lunghe qualche centinaio di km. Arrivano anche i due italiani con la 4×4 ma purtroppo per loro non hanno il sacco a pelo. In Islanda se hai il sacco a pelo trovi sempre una sistemazione anche di fortuna, ma se ti serve il letto completo la cosa è più complessa; devi prenotare con largo anticipo dall’Italia, pianificando il viaggio nei minimi particolari e rispettando tutte le tabelle di marcia senza lasciare spazio all’improvvisazione. Nonostante Balos si sia premurosamente offerto di ospitare nel suo sacco a pelo la ragazza i due decidono di proseguire fino al prossimo centro abitato. Non li invidio, hanno tre ore comode di pista con guadi, sta piovendo e ormai è quasi buio.Noi facciamo la nostra spaghettata e poi a nanna Lunedì 12 L’indomani sveglia alle 7e….incredibile, splende il sole e non c’è una nuvola. Facciamo colazione e partiamo. Fa freddo( che novità) ma il morale come al solito è alle stelle. Ricomincianoi guadi, ormai ci sentiamo abbastanza esperti da valutare con un’occhiata se è il caso di attraversarli prima a piedi o se entrare decisi. Dopo una ventina di minuti dalla partenza quasi di colpo ricomincia a piovere, è un disagio che ci rallenta la marcia in quanto con la visiera bagnata non riusciamo a distinguere bene i dettagli del fondo pista. Proseguiamo in un paesaggio lunare, la pista si inerpica su colline o altopiani rocciosi, non si vede un filo d’erba per km e km. Una particolarità di questo percorso è che c’è un servizio di autobus che giornalmente compie questa tratta: ne incontriamo un paio, uno in senso contrario e dobbiamo uscire di pista per fargli spazio, uno me lo trovo davanti e per qualche centinaia di metri non riesco a superarlo fino a quando il percorso disegna una esse e allora uscendo e tagliando la pista tra l’interesse dei viaggiatori passo davanti. E’ uno spettacolo guardare questi autobus sporchi e vissuti viaggiare in mezzo alla sabbia e alle buche, per non parlare di quando attraversano i fiumi. A noi occorrono quattro ore per fare questo itinerario, in bus ci vogliono due giorni. Guardo i volti dietro i finestrini entusiasti al nostro passaggio e mi chiedo cosa li ha spinti a compiere questo viaggio in questo modo; poi, rivoltando la situazione, mi chiedo cosa staranno pensando di noi: in moto, infangati e carichi come muli , sotto la pioggia e con una temperatura di 5 gradi. Rispondiamo ai loro saluti con una mano alzata, poi tiriamo via. Un paio di volte rischiamo di cadere a causa del fondo viscido, le nostre povere Trailmax mezze consumate non sono certo le gomme migliori per queste zone. Nel primo pomeriggio cominciamo ad intravedere qualche filo d’erba, stiamo arrivando in zona civile. Visitiamo una cascata che troviamo sul percorso e più tardi arriviamo ad un distributore .Dopo avere fatto il pieno diamo una lavata a noi ed alle moto, bagagli compresi. Ogni distributore ha un lavaggio con spazzoloni a cui ognuno può accedere gratuitamente anche se non fa benzina, e noi ne approfittiamo. Arriviamo al lago di Mivatn, una delle zone più turistiche d’Islanda. Questa zona è considerata una delle meraviglie del mondo, sia per il lago brulicante di uccelli che per l’attività geotermica o vulcanica che la caratterizza. Ci fermiamo nella cittadina (l’unica) principale,Rejkyahlid, che è sovrastata da un vulcano. C’è un forte odore di zolfo (avete presente Saturnia?) ma non ci badiamo più di tanto, occupati come siamo alla ricerca di un posto dove mangiare. Abbiamo imparato che per non farci dissanguare conviene andare nei bar, dove c’è sempre una zuppa od un primo spendendo meno della metà che non nei ristoranti. Siamo stupiti per l’uso che si fa della carta di credito, qui la utilizzano per comperare il pane od un litro di acqua al supermercato, come per bere un caffè. A pancia piena si ragiona meglio, e quando usciamo dal bar tutto ci appare roseo. Decidiamo di andare a vedere un paio di cascate, anche perchè non piove più. Torniamo sui nostri passi per una trentina di km fino alla cascata di Godafoss, poi puntiamo verso Nord. Arriviamo a Husavik, città dal cui porto partono le escursioni in nave per avvistare le balene. Noi non siamo interessati e proseguiamo, anche perchè ha smesso di piovere e appare qualche raggio di sole. La strada è in terra battuta ma si fila veloci; rischio di investire due pecore e allora rallento un pò il ritmo. Imbocchiamo una pista secondaria che dopo una trentina di km ci porta alle cascate di Dettifoss. Lo spettacolo è maestoso, al confronto quelle viste finora sono rigagnoli. E’ un canyon lungo diversi km con una portata d’acqua impressionante che forma due cascate nel giro di un chilometro. Balos ha un forte mal di testa ormai da due giorni, decidiamo di completare la pista ed arriviamo di nuovo a Rejkyahlid verso sera dove una gentilissima signora all’ufficio turistico ci indirizza da una affittacamere. Facciamo una doccia che chiamarla bollente è ancora poco, oltretutto l’acqua puzza di zolfo peggio che non all’inferno. Prelievo l’acqua fredda per la pasta per non mangiare spaghetti solfatati, almeno quella è inodore. Martedì 13 Sveglia alle 7, ci aspetta la pista del vulcano Askia, una delle più dure del viaggio. E’ una mattina molto fredda, il termometro segna 3° e pioviggina. Siamo imbacuccati fino alle orecchie quando partiamo. Appena fuori paese troviamo un lago di acque sulfuree con la temperatura dell’acqua a 40°.Ci sono una decina di persone che, in costume da bagno, stanno scendendo in acqua. Senza toglierci neanche i caschi scattiamo qualche foto e ripartiamo. Dopo 4 km arriviamo ad un grande spiazzo dove diverse bocche vulcanifere soffiano vapori sulfurei, praticamente sono vulcani in miniatura. Il tutto alla base di un grande cono nero vulcanico alto qualche centinaio di metri.Lo spettacolo è affascinante, siamo nell’anticamera dell’inferno. Sentiamo una moto arrivare, è un ragazzo su una KTM senza bagaglio ed è targata Italia. Parcheggia,noi lo guardiamo con interesse pensando di scambiare quattro parole ma quello ci passa accanto senza degnarci di uno sguardo. Arrivano 2 o 3 jeep e da una scende una signora che lo rincorre chiamandolo: “tesoro, hai freddo? Vuoi la maglia pesante? vuoi un caffè caldo? “ E’ evidente che la signora è la madre , ed il Kappa è arrivato dall’Italia sulla 4X4 per fare giocare il ragazzo…Non posso fare a meno di compatirlo e noi, che daremmo via la mano sinistra per quel caffè caldo ci chiediamo: Ma siamo noi che non siamo regolari o lo sono tutti quei “motociclisti” arrivati qui dall’Italia e dalla Francia con le moto sui pianali dei Pick up? Parlando con altri anche in altri viaggi scopriamo che i più cercano di fare il maggior percorso possibile in nave, esattamente il contrario di quello che facciamo noi. Abbiamo forse dei cromosomi difettati? Non importa, risaliamo in sella e via. Dopo una trentina di km arriviamo all’inizio pista dell’Askia. Un cartello avverte che il prossimo distributore è a 245 km, noi abbiamo il pieno e siamo tranquilli. La pista è varia, a tratti è in ghiaia , altri è rocciosa, altri ancora è tolè ondulè e devi andare ad almeno 90 KM/H altrimenti ti smonta la moto, ancora è sabbia alta 25 cm dove dobbiamo entrare senza chiudere il gas altrimenti ci impiantiamo. E’ una pista ambita e frequentata, ragione per la quale incontriamo e superiamo qualche auto fuoristrada. Arriviamo al primo guado,è più alto e la corrente più forte di quelli dei giorni precedenti. Eseguo la solita perlustrazione a piedi e, trovato il punto più basso (30-40 cm), attraversiamo;fortunatamente è largo solo una decina di metri. Procediamo spediti per altri km, abbastanza euforici per avere superato un’altra prova, quando arriviamo al secondo guado.Un momento di silenzio, poi spegniamo le moto. Questo non è un fiume, è un lago. Ci sono parcheggiate in attesa di entrare in acqua 4 o 5 auto fuoristrada, quasi tutti turisti italiani. Stanno aspettando che qualcuno entri in acqua per valutarne l’altezza. Inizio io la traversata a piedi per cercare il percorso meno insidioso. Il fiume è largo una cinquantina di metri ma è meno fondo del precedente. Mi piazzo in mezzo e Serjei parte e attraversa senza problemi, seguito dopo poco da Balos. Entrano in acqua anche le Jeep, i cui guidatori si sono abbastanza tranquillizzati (“se sono entrate le moto possiamo andare anche noi”). Attraverso anch’io e ci ributtiamo sulla pista. E’ un guado dopo l’altro, anche se meno impegnativi dei primi due. Dopo un paio d’ore arriviamo al rifugio Askia.Si trova alla base dell’omonimo vulcano, abbiamo ancora otto km di pista, che è stata scavata in mezzo a formazioni laviche alte 2-3 metri. Praticamente questi ultimi km sono un corridoio in mezzo a lava nera che il vulcano eruttò l’ultima volta alla fine del 1800. Continuiamo a salire di quota, la pioggia si tramuta in nevischio che comincia ad imbiancare il nero della lava. Arriviamo ad un parcheggino, da qui bisogna salire a piedi per circa mezz’ora. In moto ce la faremmo a percorrere il sentiero, ma non vogliamo infastidire chi va a piedi. Adesso cade una neve gelata e fa un freddo cane. Togliamo solo i caschi e cominciamo la camminata vestiti come siamo, con i gambali alla pescatora e la tuta impermeabile. Il percorso si snoda su un altopiano ed è delimitato da paline colorate ogni 50 metri circa. Arriviamo in cima ad un gigantesco cono al cui interno si trova un laghetto di acqua a 40° di un azzurro intensissimo. Sappiamo che con il bel tempo i turisti discendono all’interno di questo cono e fanno il bagno nella calda acqua del laghetto, ma la neve che cade ci fa passare ogni desiderio, anche perchè sarebbe una discesa impegnativa a causa del fondo viscido.Ritorniamo sui nostri passi e capiamo il perché delle paline colorate. Si è infatti alzata la nebbia e senza i riferimenti sarebbe difficile ritrovare il percorso. Arriviamo alle moto intirizziti e bagnati, infiliamo i caschi e torniamo al rifugio.Qui vorremmo farci una minestra calda ma i gestori ci fanno dei problemi , decidiamo allora di risalire in sella e partire. Proseguiamo tra guadi e rocce che spuntano in mezzo alla pista superando anche qualche 4X4 che procede lentamente. Non vorrei proprio essere nei loro panni, anche se probabilmente loro pensano lo stesso di noi. Nel attraversare uno degli ultimi guadi Balos becca una pietra e cade; la moto resta sommersa per una quindicina di secondi prima di riuscire a raddrizzarla. Tre pedalate e riparte, sputando acqua dalla marmitta. Grazie, XT 550!!! Io non mi sento troppo bene, sto accusando il freddo di questi giorni. Oggi poi tra acqua e neve ci siamo anche bagnati e non ha ancora smesso di piovigginare. Arriviamo alla fine della pista e imbocchiamo una strada sterrata che ci porta ad un gruppo di casette con l’immancabile chiesa. C’è anche un pub al cui interno si intravede una pentola fumante dietro il bancone.All’esterno ci sono due moto parcheggiate, una è una Bmw ultimo modello, l’altra una vecchia Suzuki con pelli di pecora sulla sella ed il serbatoio, due paramani fatti con filo di ferro e sacchi per l’immondizia.Entriamo, all’attaccapanni all’ingresso sono attaccate un paio di mutande, un paio di mutandoni lunghi , calze e così via, il tutto steso ad asciugare. C’è una coppia di tedeschi che sta uscendo, impeccabili nelle loro tute nuove ed uguali tra loro. Seduto ad un tavolo c’è un austriaco sulla cinquantina, alto almeno un metro e novanta che ci saluta calorosamente. Sta mangiando una zuppa di asparagi, e lo imitiamo al volo. La zuppa è bollente, ne mangio un’altra e mi sento subito meglio. Facciamo amicizia con l’austriaco che ci racconta che gli hanno rubato i copriguanti, Serjei vuole offrirgli i suoi ma quello rifiuta commosso, e ci fa vedere che se la cava benissimo con i suoi paramani artigianali. Dopo esserci zavorrato lo stomaco ci riinfiliamo le tute e ripartiamo, arrivando prima di sera ad una cittadina dove laviamo le moto e noi con i soliti spazzoloni togliendo qualche chilo di fango che si è appiccicato.Troviamo da dormire in una fattoria gestita da un anziano contadino mezzo invalido; sarà questa l’unica occasione dove abbiamo trovato un ambiente abbastanza sporco e maleodorante. Dormiamo in camere separate, io in una e i due Sergi nell’altra. Appendo il coperchio della pentola alla maniglia come antifurto, l’anziano contadino ha una faccia poco rassicurante. Mercoledì 14 La notte è trascorsa tranquilla,ci rimettiamo in marcia e arriviamo dopo poco a Egilsstadir, città da dove è cominciato il viaggio. Il traghetto è qui a soli 20 km, ma siamo in anticipo di un giorno. Trascorriamo la mattinata a controllare le moto, facciamo la spesa, ripariamo il finestrino di una 4X4 di italiani che avevamo già incontrato ad un guado, ci concediamo il pranzo ad un ristorante, ma alle 14 non sappiamo più cosa fare. Il percorso l’abbiamo completato tutto, dò un’occhiata alla cartina e trovo una pista che fa per noi: sono un centinaio di km e ci sono segnati sette guadi! Gli occhi di tutti si illuminano, balziamo in moto e via. E’ una pista ghiaiosa, che all’inizio ci fa tribolare un pò ma poi ci divertiamo come matti. Peccato che in realtà i guadi siano solo due, ma ci accontentiamo anche perchè l’ultima parte del percorso attraversa vallate verdi stile Irlanda, con annesse pecore e vacche. C’è anche qualche raggio di sole ed il panorama è veramente unico. Una ventina di gradi in più, e ci verrei ad abitare. Verso sera arriviamo ad Egilsstadir, da dove eravamo partiti. La temperatura si è abbassata notevolmente e tira un vento rabbioso.Troviamo da dormire in un hotel Edda, sono scuole che all’inizio dell’estate vengono svuotate da tutto ed adibite ad alberghi. Sono pulitissime, la cucina è grande e ben attrezzata e sono anche economiche. Spendiamo infatti circa 16 €, contro i 18-20 € a testa delle camere private. Giovedì 15 Il vento non è cessato,usciamo a preparare le moto cercando di fare in fretta per non gelarci. Beviamo un caffè caldo e partiamo. Il termometro segna 4 gradi e inizia a piovere. Percorriamo quasi tutti i 25 km che ci separano dal traghetto immersi nella nebbia, temendo anche che cominci a nevicare. Arriviamo alla cittadina dell’imbarco e troviamo una lunga coda di auto e moto che aspettano di salire. Troviamo anche il nostro amico austriaco che sta facendo piazza pulita dei suoi sacchi immondizia; altri motociclisti si raccontano le impressioni del viaggio e le relative esperienze.Quando saliamo sulla nave lo facciamo senza rimpianti, è stato un viaggio unico nel suo genere che lascerà un ricordo indelebile in noi ma le avverse condizioni meteorologiche non ci fanno desiderare di fermarci ancora. La giornata di navigazione prosegue noiosamente fino verso le 19, quando il mare continua ad agitarsi sempre di più. Andiamo in cabina senza cenare, ma con il passare delle ore diventa una tempesta. Siamo sballottolati su e giù , le porte si spalancano e si chiudono, ci dobbiamo tenere attaccati alle brande per non essere buttati giù. Balos vomita a più riprese, sapremo poi che durante la notte qualche moto mal legata è caduta danneggiandosi, ci sono tre camper italiani che si sono inzuccati nella stiva.Tutto ciò dura fino alle 7 di mattina, quando la nave attracca alle isole Faoer.Sosta di un’ora, io e Serjei ne approfittiamo per scendere a terra. Venerdì 16 Il mare è ancora mosso, ma va calmandosi durante la giornata. La notte trascorre tranquilla e l’indomani alle 17 attracchiamo a Hanstholm, Danimarca, sotto un sole radioso. Sono le 18 quando partiamo, viaggiamo fino alle 22, ci fermiamo a mangiare una pizza poi proseguiamo fino a dopo mezzanotte, tanto siamo freschi e abbiamo voglia di fare km. Superiamo Amburgo e ci fermiamo in un campo a dormire; non montiamo neanche la tenda, fa caldo. Domenica 18 Partiamo alle 7,30 e viaggiamo con allegria lungo le autostrade tedesche. Da casa ci hanno avvertiti che in Germania si sono verificate alluvioni disastrose ma noi non ne troviamo traccia. Attraversiamo l’Austria e arriviamo al Brennero con la XT di Serjei senza fanali a causa di un guasto.Proseguiamo lo stesso fino a casa dove arriviamo alle 21,30. Oggi abbiamo percorso 1260 km da mattina a sera, ma non ne portiamo il peso. Sarà stata la voglia di tornare a casa? Il viaggio è finito, in Islanda abbiamo avuto 5 giorni su 7 con la pioggia, e un sole radioso nel resto d’europa.I km percorsi sono stati 7000, di cui 2900 in Islanda.Stranamente neanche una foratura,un paio di cadute, qualche guasto da poco. E le nostre moto, anche se un pò datate, ci hanno riportato a casa anche stavolta. Adriano


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