Le cantine di Montalcino

Sfogliando la rosa fra i tanti paesi della bella Toscana, la curiosita' ci ha spinto a Montalcino, patria del Bruenello ma gia', quasi sconosciuta, citta' etrusca, roccaforte medioevale, centro di lavorazione di pelli e ceramiche, terra di contadini e di castagne oltre che di olivo e vite. Con queste idee abbiamo organizzato due giorni...
 
Partenza il: 05/11/2008
Ritorno il: 09/11/2008
Viaggiatori: in coppia
Spesa: 500 €

Sfogliando la rosa fra i tanti paesi della bella Toscana, la curiosita’ ci ha spinto a Montalcino, patria del Bruenello ma gia’, quasi sconosciuta, citta’ etrusca, roccaforte medioevale, centro di lavorazione di pelli e ceramiche, terra di contadini e di castagne oltre che di olivo e vite. Con queste idee abbiamo organizzato due giorni indimenticabili nel cuore nobile, ma ancora un po’ rustico, non del tutto contaminato della Toscana. Siamo partiti per Montalcino (Mons Alcinus, monte dei lecci come si vede nello stemma) carichi di aspettative, per un fine settimana lungo (4 gg) e nebbioso di novembre. Abbiamo trovato prima di tutto la storia. Sull’arco di ingresso della citta’, lo stemma delle palle medicee. Uno stemma che per i senesi doc e’ simbolo di una ferita ancora bruciante: la sconfitta a seguito della quale Firenze, nel 1555, dopo alcuni secoli di lotte, assunse il controllo del comune, fino allora indipendente. Dopo la caduta della citta’ del palio, molte famiglie si trasferirono da Siena a Montalcino per tentare un’ultima, eroica, inutile resistenza. Poi abbiamo visitato la Fortezza, con le mura sottili, i torrioni possenti e l’enoteca, spettacolare, incastonata sotto i bastioni. Nella parte alta, la sede dell’arci merita un caffe’: e’ uno stupendo palazzo rinascimentale. Poco piu’ avanti, sullo stesso lato, il Duomo bruttino ma con un panorama mozzafiato. Una visita al museo civico e diocesano di arte sacra e’ doverosa: l’edificio e’ bello, l’allestimento adeguato e, pur non raggiungendo le vette della pinacoteca nazionale di Siena, offre un suggestivo percorso tra artisti come Sano di Pietro, Andrea Della Robbia, Bartolo di Fredi protagonisti della pittura e della scultura tra basso medioevo e rinascimento. Quindi il centro del paese, le logge, il palazzo comunale con gli stemmi dei podesta’ in bella evidenza, e l’antica fiaschetteria, sobrie chiese romaniche e piazza Padella con prepotenti prove della cultura, quella del vino, del brunello, che si manifesta nelle vetrine cariche di bottiglie e poi, tra l’edicola e il retro del palazzo comunale (dove c’e’ l’utilissimo ufficio informazioni), nella parete intonacata di bianco dove la storia e’ raccontata da piastrelle di ceramica firmate da grandi personaggi: Toscani, Cavalli, Deborah Compagnoni, l’ad di Fiat Marchionne. Ogni quadro rappresenta un piccolo cammeo, un omaggio all’annata del vino. Perche’ ogni anno a febbraio, durante Benvenuto Brunello, i maggiori giornalisti, enologi ed produttori si ritrovano nel borgo per valutare la produzione, giudicarla e battezzarla a suon di stelle. Annate meravigliose, come il 1997 o il 2004 (5 stelle), altre minori come il 2002 (2 stelle a causa di un alternarsi di piogge e siccita’ in prossimita’ ddella vendemmia che falcidio’ la produzione), che poi nel tempo, diventano comunque tesori inestimabili. La cittadina e’ colpita dallo scandalo delle contaminazioni. Non sofisticazioni. Il brunello dovrebbe essere fatto esclusviamente con Sangiovese grosso. Un tipo di uvaggio che esprime un colore rosso rubino, un vino capace di invecchiare ed arricchirsi con il tempo di sfumature, buono per accompagnare un piatto di cinghiale in umido, come per una serata di meditazione. Un vino che e’ un brend universale e che Wine spectator, una delle riviste piu’ autorevoli del mondo, nel 2007 ha eletto migliore del mondo (podere Casanova di Neri). Un vino che, pero’, secondo i magistrati, qualche produttore ha contaminato aggiungendo al difficile Sangiovese, uvaggi come Sirah, Cabernet e Merlot che consentono lavorazioni in vigna ed in cantina piu’ semplici, oltreche, forse, una piu’ facile fruizione del vino nei primi anni di vita. Diciamo che ammorbidiscono prima gli spigoli che, invece, il tempo impreziosirebbe. E’ una contaminazione, diciamolo chiaro, sbagliata. Un danno in primo luogo al vino che perde la sua identita’ forte, unica, e si “imblandinisce” come i molti supertuscan modaioli, diventa, a livello di colore, da Brunello quasi nero. Ma non e’ una sofisticazione di quelle che fanno venire il mal di testa, di quelle fatte con la chimica. Il prodotto finale, insomma, e’ sempre un gran vino, che sta bene accanto ai super tuscan che vanno tanto di moda. E forse la moda, la voglia di assecondarla anche dal punto di vista del gusto, e’ stata la causa della contaminazione. Abbiamo scoperto tutte queste cose a Bellaria, nel podere di Sunto, uno dei fondatori del consorzio del Brunello. Un giovanotto di ottantacinque anni attivo in vigna ed in cantina, recentemente ristrutturata, dove, con il nipote Gianni produce piccole quantita’ di eccellente livello. “Solo Sangiovese, da sempre, e con i tempi e i colori del Sangiovese, senza stravolgimenti e concessioni. Perche’il Brunello deve rimanere unico. L’identita’ dev’essere mantenuta, e’ il suo valore aggiunto e la sua forza”. Il panorama da Bellaria e’ notevole. Proseguiamo per Poggio Civitella, sede dell’antica citta’ etrusca. Gli scavi sono ancora in corso. Si lascia la macchina sulla strada per Sant’Angelo, in una una strada bianca sulla sinistra, poco prima del passo del lume Spento. SI chiama cosi’ perche’ c’era sempre vento e quando le carrozze passavano, la lanterna si spegneva. C’e’ un bosco di faggi ed al vertice possenti mura dell’antico sito ancora parzialmente da scoprire. La strada sterrata arriva fino a Sant’antimo, ma a piedi ci vuole tempo. Meglio fermarsi, dopo cinquecento metri, a godere di un panorama dolcissimo di colline, prati, i profili di paesi come San quirico, imponenti vigneti e l’Amiata sullo sfondo. Tornando indietro, verso il paese, decidiamo di fare un giro in macchina fino a Camigliano e Castello Banfi, nel lato di Montalcino che si affaccia verso Grosseto. La strada scende tra campi di colza, case coloniali trasformate in aziende agricole e vigneti. Chilometri di filari tenuti con meticolosa accuratezza. Coltivazioni vecchi e nuove, pali di cemento e, sempre piu’ frequenti, di castagno. E poi roseti: al termine di ogni filare una pianta. Vanto ornamentale? piu’ che altro saggezza contadina visto che le rose sono piu’ sensibili e vengono attaccate prima dai parassiti, dando modo agli agronomi di preparare per tempo le difese per la vigna. Se Siena e’ la capitale della tutela del paesaggio, Montalcino ne e’ il paradigma. Lungo la strada, ove si alternano tratti asfaltati ad altri di comoda strada bianca, scopriamo alcune perle: il borgo di Camigliano, che a inizio ottobre ospita la sagra del Galletto, l’imponente castello Banfi, con ristorante, spazio degustazione e museo del vetro. Di pari valore, ma meno conosciuta la pieve di San Sigismondo, del mille, tra le campagne e la chiesa di Santa Restituta. Una meraviglia: romanico esempio di sobrieta’, ingentilita da una corte lastricata di pietra e da un panorama splendido. Notate le cantine costruite sottoterra a impatto ambientale quasi 0. Andateci al tramonto. E’ una carezza.

A cena scegliamo il Re di Macchia (tel…) , in centro citta’. I tavoli sono una decina quindi e’ bene prenotare. Cucina Montalcinese con qualche aggiornamento, rapporto qualita’ prezzo onesto. Abbiamo mangiato bene anche al Pozzo, a Sant’Angelo in colle (eccellente la zuppa di spinaci e ricotta) e alla piu’ rustica porta al Cassero (pici all’aglione). All’ora era estremamente interessante la proposta gastronomica del ristorante dei Barbi (da non dimenticare la fonduta di pecorino con finocchiona per antipasto, e le pappardelle con la faraona), una delle aziende vinicole piu’ belle e antiche di Montalcino.



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