Lasciarsi scoprire dallo Yucatan

VADO IN MESSICO Se siete stati in Messico vi sarà probabilmente rimasto dentro per sempre qualcosa di indefinito che di tanto in tanto riaffiora, rallentando i vostri tempi e i vostri pensieri. Dopo sette anni (un numero magico) divisi equamente tra Italia e Messico, Roma e Caribe, Colosseo e Piramidi, ho rinunciato definitivamente a capire...
 
Partenza il: 22/03/2004
Ritorno il: 22/03/2004
Viaggiatori: in gruppo
Spesa: 500 €

Il nostro cammino è frequentemente rallentato dalla presenza di topes, ma quando più tardi avremo occasione di dare un po’ di manetta la presenza di profondissime buche nell’asfalto sottile ci imporrà di tenere gli occhi molto ben aperti e di segnalarci continuamente a vicenda quelle più insidiose, viste spesso all’ultimo momento. Un misto di divertimento e tensione che ci farà salutare con soddisfazione l’arrivo alla cittadina di Valladolid.

Parcheggiamo le moto nella piazza spagnoleggiante sotto un sole reso ancora più insopportabile dai pantaloni lunghi (che non indossavo da mesi), dal casco (obbligatorio solo da pochi giorni) e dal riverbero dell’asfalto. Ma la sosta è dedicata al pranzo sotto un portico all’ombra, quindi tra tamales, tacos e quesadillas recuperiamo rapidamente le forze. Ripartiamo con ancora il sapore del chili muuuy picante sulla lingua, e solo pochi chilometri dopo facciamo nuovamente sosta, questa volta per visitare un cenote, ossia una piscina naturale di acqua dolce, caratteristica della Penisola dello Yucatan che ne è piena.

Il cellulare torna a funzionare, regalandomi così un sms dall’Italia che virtualmente basta ad occupare il posto rimasto vuoto sulla mia sella. L’inchiostro qualche strato sotto la mia pelle coperta di vaselina brucia col sudore, si deve ancora seccare, ma senza bisogno di rileggerle sento pulsare le parole “Siempre Amor y Libertad”. Con una manciata di pesos compro senza tirare sul prezzo una bella testa di giaguaro intarsiata nel legno wengé (una sorta di tek) che conserverò come ricordo del run. Mentre la coppia di tedeschi ed Eikka con la sua bionda ragazza americana nuotano ancora nel cenote mi regalo un’ottima insalata di frutta preparata sul posto da due angelitos, i bambini maya. Non mi preoccupo del pericolo dell’ameba… perché ce l’ho gia!! Finalmente possiamo ripartire, il sole è già praticamente perpendicolare e dovremmo arrivare in tempo prima che l’ombra si completi, di tutto il resto posso fare benissimo a meno. Per di più il cielo si sta annuvolando minacciosamente, come capita spesso all’interno. Andiamo tutti un po’ più veloci, divertendoci ancora come bambini. Un freddo vento spettina già gli alberi quando arriviamo al bivio per Chicen-Itzà, presidiato dai Maggiolini e dalle Electra bianche della Policia di Merida. Mi fermo per segnalare la svolta agli amici che ricompaiono superando il dosso e incrocio lo sguardo pigramente curioso di uno “sceriffo” che ci osserva mentre passiamo col nostro improbabile repertorio di targhe. Poche centinaia di metri più tardi tra lampi e tuoni si scatena il diluvio. Facciamo giusto in tempo a tornare indietro verso un rancho, dove i nostri cavalli di ferro rimarranno parcheggiati più di un’ora in attesa che spiova, trovando riparo proprio accanto a un cavallo in carne ed ossa (più ossa che carne..). Viene a trovarci il silenzio. In lontananza adesso si possono sentire i tamburi rituali che incessanti cercano di intimorire il dio Chaack, considerato responsabile della pioggia. Chi dorme tra le braccia della compagna, chi fuma il fumabile stordendosi un pò, chi mangia galletas al cioccolato, chi rincorre una iguana grossa come un coccodrillo, chi pensa all’ennesimo rientro a casa (ma casa dov’è?). Tutti però sembriamo percepire la magia del posto, immaginare cosa ci aspetterà una volta nel sito al cospetto della storia di questa terra di cui stiamo entrando a far parte nostro malgrado… entrare nella leggenda a cavallo di mezzi leggendari… Tutto sommato non capita tutti i giorni: quanti italiani saranno arrivati fin qui su un HD? Sono quasi le tre del pomeriggio quando dopo averlo spinto nel fango il Mad Max accetta brontolando di ripartire. L’ingresso del sito è a poca distanza: leghiamo le moto e attraversando grovigli di immensi alberi millenari e resti di colonnati forse più recenti raggiungiamo l’enorme spiazzo della piramide, affollato di una moltitudine di hippies, mistici e turisti, molti dei quali vestiti completamente di bianco. Il cielo è purtroppo ancora talmente nuvoloso che non riesce a passare nemmeno un raggio di sole. Non rimane che appoggiarsi alla parete della piramide e “sentire”. Poco dopo arriva un gruppo di figuranti, truccati come i maya di un tempo. L’incenso profuma l’aria mentre suoni preispanici catturano l’attenzione del mio cervello che stava viaggiando lontano. Doveva essere davvero impressionante partecipare a queste cerimonie che ribadivano il potere degli eletti, radunando al proprio cospetto migliaia di persone adoranti e anche intimorite dai tantissimi sacrifici umani… Rassegnati all’idea che non vedremo nessun serpente, cioè nemmeno la sua ombra, torniamo verso le moto un po’ delusi. In quel momento un coro di voci all’unisono, come un boato, ci fa voltare. Per un istante, solo un attimo, il cielo si è aperto regalando ai presenti lo spettacolo che era stato tanto fiduciosamente atteso…

A questo punto non rimane altro che riprendere la via del ritorno: ci ripromettiamo di fare più strada possibile con la luce pensando a quelle buche sulla via per Cobà, ma mettendo in moto, mi volto e ancora rinnovo il mio appuntamento con questi luoghi e le sensazioni indecifrabili che mi hanno raccontato. Solo una volta arrivati a Playa nella notte riesco a tirare un grande respiro di sollievo: non ci vedo tanto bene e maggiolini senza fari o “camiones” in sorpassi troppo disinvolti mi hanno fatto stringere più volte… la sella. Un camion della “basura” rovesciatosi poco prima del nostro passaggio sulla Carrettera vicino Akumal conferma i miei dubbi sulla affidabilità di queste strade, o se non altro dei messicani alla guida, soprattutto nel week end! Alla fine della giornata finalmente brindiamo a noi e agli amici che avremmo voluto con noi regalandoci un salutare Quintana Roo, miracoloso mix di cactus, erbe e frutti locali, un assaggio di questa terra che già da qualche giorno era diventato un appuntamento fisso.

Sono stati 800 chilometri assaporati intensamente, 800 chilometri di pensieri lontani, di buena vibra, un tacito patto rinnovato con il Messico. D’altra parte lo stesso Pino Cacucci, che con i suoi libri è il responsabile di tante partenze senza ritorno verso quella magica terra, non ha trovato parole migliori di quelle di Malcom Lowry per dire che “chi ha respirato la polvere delle strade del Messico non troverà più pace in nessun’altro paese del mondo”.



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