LAOS, un mondo perfetto da proteggere e visitare

15 GIUGNO 2009 Roma – Luang Prabang Volare continua a non piacermi e per tutto il volo da Roma a Bangkok non ho chiuso occhio. China Airlines ha messo a disposizione il volo diretto a tariffe davvero competitive e la qualità è molto elevata, quasi a livelli Thai Airways. Dopo cinque ore di attesa in aeroporto, il volo per Luang Prabang con...
Scritto da: masmassy21
laos, un mondo perfetto da proteggere e visitare
Partenza il: 15/06/2009
Ritorno il: 21/06/2009
Viaggiatori: da solo
Spesa: 500 €

15 GIUGNO 2009 Roma – Luang Prabang Volare continua a non piacermi e per tutto il volo da Roma a Bangkok non ho chiuso occhio. China Airlines ha messo a disposizione il volo diretto a tariffe davvero competitive e la qualità è molto elevata, quasi a livelli Thai Airways. Dopo cinque ore di attesa in aeroporto, il volo per Luang Prabang con Bangkok Airways è invece calmo e perfetto. All’arrivo mi viene rilasciato un visto di un mese, esco all’aperto e trentanove gradi mi arrivano di colpo, l’umidità segnalata da un piccolo barometro a lancetta è al novanta per cento. Una chiacchierata con un tizio in coda alla dogana mi fa guadagnare un passaggio in pick-up fino in centro , lui è australiano ed il suo inglese mi risulta più difficile del lao. Indosso ancora i jeans e vorrei poterli sfilare e gettare in un cassonetto. Ho sonno, bisogno del bagno e sono fradicio di sudore. Cambio cento euro per un rotolo gigante da oltre un milione di kip dopodichè raggiungo la Vanvisa Guesthouse, che ho scelto da tempo grazie alla guida. Tolte le scarpe, seguo una ragazzina fra tappeti e bambini urlanti, mi mostra la loro camera migliore e pago per tre notti. Il pavimento della stanza è in legno, c’è un lettone matrimoniale, un bagno spartano ma pulito e ben tre finestre con zanzariere; invece del comodino una scultura antropomorfa di legno alta quasi quanto me mi fissa ovunque mi sposti. Fatta la doccia mi butto sul letto ma guardando le finestre mi accorgo che qualcosa non torna, mi alzo per toccarle e solo allora capisco che non ci sono i vetri, ma solo le zanzariere. Fuori vedo un barbecue enorme e l’odore che mi entra in camera non mi dispiace, decido comunque di rimettere tutto in valigia prima di trasformarmi in un pasto per tigri ambulante. Provo a dormire ma non riesco. Esco. Dalla collinetta adiacente un suono di tamburo e sonagli attira la mia attenzione, salgo la scalinata e mi siedo a guardare un gruppo di monaci bambini che si affaccendano attorno al tempio, alcuni di loro percuotono un tamburo appeso orizzontalmente dentro un tabernacolo. Sorridono e salutano provando il loro inglese. Poco il suono del gong viene rimpiazzato da quello dei tuoni. Nel giro di dieci minuti il cielo si fa nero e sembra notte, saluto a mani giunte ‘sabaidee’ e mi incammino giù per la scalinata. Salvezza: un internet point in cui rifugiarmi mentre il monsone scarica un fiume d’acqua in questo posto incantevole. Trascorsa mezz’ora mi faccio coraggio ed esco che ancora diluvia e quando arrivo alla guesthouse mi toglo le scarpe ed entro gocciolante. I bambini ridono.

Cerco la signora e chiedo se posso cenare con loro. La signora mi propone il laap, il piatto tipico laotiano. Adesso ho la certezza di essere il solo cliente. Mi porta in cucina e mi fa scegliere fra carne e pesce ma le rispondo che mangerò quello che avrebbe cucinato comunque e che non ho problemi. Mi sembra soddisfatta e mi dice che sarà pronti per le otto.

Mancano ancora tre ore, sono rilassato come mai e questa casa ha un fascino esagerato: davanti alla mia stanza c’è un lungo tavolo da quattordici coperti dove mi siedo a scrivere il mio diario. Poco dopo la signora compare con un tè da lei stessa coltivato e preparato che trovo ottimo. Stavolta vado a letto davvero e crollo all’istante, mi sveglia la figlia della signora per la cena e mi siedo al tavolo con i due uomini di casa. Il laap è una sorta di misto di verdure con brodo, piuttosto amaro a dire il vero, che però mangio con entusiasmo anche se ogni tanto mi trovo a sputare delicatamente qualche ossa di animale non identificato. A centro tavolo c’è invece una frittura di pesciolini del Mekong pescate da uno dei due commensali che ho di fronte. A fine cena ci viene servito un ananas dal sapore mille volte più intenso di quelli che giungono da noi. Dopo cena vado al mercato notturno, ritrovo di tutti i turisti. Fra le bancarelle di prodotti artigianali incontro qualche altro falang (straniero) ma non molti a dire il vero. Ci sono stoffe di ogni genere, borse, maglie e oggetti in legno e vimini, carta di riso e seta. Mi tenta un copriletto fantastico ma mi frena il pensiero del poco spazio nello zaino e resisto all’acquisto. Il cielo è di nuovo stellato, faccio una passeggiata per alcune vie deserte ma alle dieci sono già a letto.

16 Giugno 2009 Luang Prabang Mi sveglio alle otto e decido di seguire l’itinerario suggerito dalla guida Lonely Planet. Per prima cosa mi reco da Big Brother Mouse, un’associazione dove compro alcuni libri di scuola che verranno donati alle scuole dei villaggi del nord che non possono comprarne. Poi procedo fra case bianche e templi, le strade sono perfettamente pavimentate ed i marciapiedi in mattoni rossi. Il cielo e’ velato ma fa molto caldo. Mi ritrovo così al mercato dei generi alimentari, un mondo a parte davvero.

Nessun turista oltre me che indosso una maglia senza scritte e pantaloni lunghi di lino, forse grazie ai capelli rasati e l’abbronzatura qualcuno neppure si accorge di me. Mi tradisco quando sgrano gli occhi davanti ad una bancarella nella zona carni che vende decine di grassi rospi in una ciotola e alcuni varani, un paio sopra il metro di lunghezza, con mani e piedi legati e che si guardano attorno in attesa di venir acquistati e cucinati. Una signora mi chiede se va bene il varano che sto accarezzando ma la figlia la rimbrotta subito dicendole che sono un falang. Mi riguardo dal fare foto e mi limito a rubare un paio di scatti da alcuni punti coperti o quando nessuno mi osserva. Sul lungofiume compro il biglietto dell’autobus per Sainyabouli, la mia prossima meta, verso cui partirò dopodomani. Raggiungo il tempio principale della città: il Wat Xieng Thong. Tolgo i sandali all’ingresso del giardino e le lascio lì, mi pare inutile fare un continuo leva e metti ad ogni edificio e quindi rimango scalzo per tutta la visita.



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