La Maledizione delle Mangrovie

Adriana mi ha confessato che prima che arrivassi io l'escursione alla foresta di mangrovie non la voleva fare ormai più nessuno. Non ho difficoltà a crederlo. Facciamo questo briefing ogni quindici giorni. Illustriamo tutte le nostre belle iniziative con tanto di immagini proiettate sul maxischermo. Lei e Stefano si atteggiano a veterani della...
Scritto da: chengo
la maledizione delle mangrovie

Adriana mi ha confessato che prima che arrivassi io l’escursione alla foresta di mangrovie non la voleva fare ormai più nessuno. Non ho difficoltà a crederlo.

Facciamo questo briefing ogni quindici giorni. Illustriamo tutte le nostre belle iniziative con tanto di immagini proiettate sul maxischermo. Lei e Stefano si atteggiano a veterani della colonizzazione e, mentre vengono serviti dei disgustosi soft drinks alla frutta, recitano a memoria sempre la solita pesantissima solfa su tutte le possibili soluzioni di safari fotografici: -Safari di un giorno allo Tsavo Est, o di due giorni allo Tsavo Ovest.

-Safari di tre giorni in ultraleggero sul Masai Mara o di una settimana nel Serengeti o all Amboseli -Safari di un mese bendati e in monopattino o, per i più pigri, Safari a domicilio con sfilata di mammiferi in tutù direttamente nella propria camera.

La filastrocca continua con una snervante dovizia di particolari riguardanti orari, località, prezzi, temperature stimate, nomi e cognomi da nubili delle mamme e delle sorelle degli autisti, nel caso dovessero servire. Ho la nausea. A me invece tocca sempre “vendere” stronzate, come il Malindi City Tour , che dal punto di vista faunistico sembra regina coeli. La grigliata di aragoste + parco marino, che consiste perlopiù in allegre passeggiate su coralli urticanti e una sbornia colossale su una spiaggetta fuori mano, o la visita al rettilario e/o alla falconeria o al villaggio samburu, luoghi di una noia tale che hanno già sostituito la pena di morte in tre stati africani.

Nonostante ciò non ho difficoltà a propinargliele come l’unica valida affascinante ed esotica ragione di un viaggio nel continente africano, eppure quella inutile foresta di mangrovie, che mi sforzo di dipingere come una roba da veri sfigati, esercita su di loro il fascino irresistibile di un documentario di Discovery Channel.

Evidentemente uso la tattica sbagliata. Ma odio quel luogo e non riesco a parlarne in termine entusiastici.

E adesso mi tocca portarceli in ventisette.

Centinaia di dollari buttati in quella melma puzzolente.

Contenti loro!.

Cerco di farmi risultare simpatici tutti gli ignari predestinati a questo viaggio sacrificale che li porterà alla beatificazione attraverso un martirio lento e doloroso. Ma faccio molta fatica.

Adriana, per indorarmi la pillola, ha fatto leva sulla presenza di “chiappe rotanti”: è così che lei chiama Federica, una bella moretta dalla carnagione scurissima e con due liquidi occhi azzurri, ha studiato a New York e mi sembra di aver capito voglia fare la designer.

È venuta con i genitori, separati ma in ottimi rapporti, e ad un amico del padre, sono i più simpatici. I suoi si chiamano per cognome ma si capisce che una volta erano affiatatissimi. Ho già avuto modo di fraternizzare con lei e la mamma.

Le ho accompagnate fino al centro di Malindi, con le bici dell’albergo. Le ho fatto capire subito che mi piace dimostrandomi assolutamente non allenato a pedalare con quel caldo su quel mezzo di locomozione dall’equilibrio approssimativo.

7:00 AM: Partenza Il pagamento è (ovviamente) anticipato. Sono 200 dollari a testa. Cash! Passo davanti la finestra del nostro ufficio per andare sul piazzale e vedo Adriana contare i soldi. Ho un mezzo travaso di bile. – la mia parte me la sputtano tutta al casinò – le bisbiglio acido.

Fa spallucce e gongola.

Anche lei lo farà.

Ovviamente decido di salire sulla terza jeep, quella sulla quale Federica ha sistemato con cura le sue chiappe rotanti, invece che sull’ultima, come dovrei.

Dopo nemmeno dieci minuti dalla partenza fa un rumore di catarro e barattoli e si ferma.

Masha, l’autista, blatera qualcosa di irripetibile con la parola “Mungu” e cerca freneticamente qualcosa nel cassettino. È un coltello da cucina col manico di plastica arancione. Scende e apre il cofano. Gli altri mezzi ci sorpassano e proseguono sotto il mio sguardo instupidito. Qualche turista fa il simpatico. Memorizzo la sua faccia. Ha gli occhi da carangide e una ridicola bandana rossa. Mi vendicherò più tardi. Il clan di Federica mi mette alle strette con la loro apprensione. Dico loro che è tutto tranquillo. Scendo e vado a sbirciare dove Masha sta trafficando ma me ne pento mediatamente.

Il motore è una specie di scultura post-moderna fatta di materiali organici e di riciclo. Manicotti realizzati con pelle di zebra e legati con fasci di rafia. I supporti sono in mogano. Una follia. Pura Ingegneria sciamanica! Non voglio che vedano quel delirio. Sorrido e faccio cenno che si risolverà tutto in pochi minuti. Chiedo a Masha se il problema è risolvibile in tempi ragionevoli. Lui mi risponde con l’unica frase in grado di gettarmi nello sconforto e nella paranoia più totale: – Hakuna Matata! – Mentre lo maledico di cuore, un altro fuoristrada si affianca e si offre di aiutarci.

– Fantastico! – bofonchio tra me, sarcastico – Magari questo nella cassetta degli attrezzi ha un mestolo o uno schiacciapatate! – Pare che il guasto sia ad una cinghia la cui funzione mi risulta del tutto ignota. So solo che pare di budello e che sia già stata abbondantemente ricollegata con vistose cuciture. Riusciamo a ripristinare l’avviamento di quella sottospecie di automobile biologica dopo una buona mezzora di armeggiamenti su delle parti scelte a caso e accompagnati da frasi propiziatorie, e grazie anche all’aiuto di Samuel, un tipo del posto che di lavoro fa il vasaio di mattina e il becchino il pomeriggio, a seconda se è il caso di seppellire o cremare la salma.

Attraversato il villaggio di pescatori e dopo una breve sosta davanti il minareto di Mambrui, dove ritroviamo il resto del convoglio già boccheggiante, puntiamo dritti ad un accampamento Mijikenda poco dopo Che-Shale. Il villaggio è composto di sei piccole capanne di fango sparpagliate in una specie di avvallamento circolare circondato da piccole colline e accessibile solo con la bassa marea. Tra un paio d’ore infatti le vie d’accesso saranno completamente sommerse. In tutto una quindicina di anime, un unica famiglia. Vivono in condizioni appena posteriori all’invenzione della ruota, ma sembrano sereni. Ci sono una mezza dozzina di bambini che ci vengono intorno ancora prima di scendere.I palmi delle loro mani perennemente rivolti verso l’alto. In attesa di un qualsiasi oggetto solido da far scomparire. E’ incredibile ma è così. Fateci caso. Mettete una penna o una caramella o anche vostra suocera nella mano di uno di quei marmocchi e vi accorgerete un attimo dopo che lui è ancora lì con la stessa espressione e soprattutto con la mano sempre vuota.



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