Istanbul: una Parigi che prega in ginocchio e si leva le scarpe

Il tepore dell’ultimo sole lentamente , a suon di preghiere e richiami, si attenuava, così come il suo timido rossore. Le cupole, gli slanci , i ponti perdevano dettagli disegnando siluette stagliate all’orizzonte. Le ombre di un’antica e prostrata cultura. Il venditore di tè danza tra i resti appisolati di chi cerca la quiete. Il ritmo...
 
Partenza il: 30/04/2010
Ritorno il: 04/05/2010
Viaggiatori: 2
Spesa: 500 €

Istanbul mi ha spiazzato. Non sapevo a cosa andavo incontro. Avevo letto di moschee, bazar, spezie, tè. Avevo sentito parlare della città come centro dell’islam (da cui deriva il nome), come folklore turco tra minareti e richiami alla preghiera. Per cui l’idea formatasi aveva un non so che di orientale , che si riconduceva un po’ a cosa avevo visto in Cairo. Idea completamente fuorviante. Istanbul è una Parigi che prega in ginocchio e si leva le scarpe. Tanto graziosa, pulita, ordinata quanto a volte meramente superficiale, contrastante e furtiva. Lo stile arabeggiante si districa nobilmente flessuoso con ornamenti i fluttuanti tra i colori delle ceramiche che tappezzano palazzi e mosche. Il passio flemme e ombreggiato dai minareti che sfrecciano versoi l’alto è una caratteristica di chi vuole esalare Istanbul. Camminare è l’unico modo di scoprire una città. A orari prestabiliti gli altoparlanti presenti su ogni minareto iniziano il richiamo alla preghiera. Un lungo, cadenzato e cantilenino lamento, che barcamena sinfonico tra una moschea ed un’altra. Come se fosse un direttore orchestrale , il canto ha inizio dalla grande moschea blu e si propaga come se l’onda sonora avesse anima propria, attraverso le strade e le tramvie. Il Bosforo stesso in tutta la sua ampiezza sembra risonare come una cassa acustica il tonante canto degli imam. la prima percezione è acuta e alienante, qualche minuto dopo la si incomincia a dimenticare. Istanbul è una città immaginaria, o meglio immaginata. Eretta in tutta la sua magnificenza dai sogni degli stranieri. Uno specchio che da un lato riflette gli slanci e i taxi gialli e dall’altro nasconde la quiete dei piedi nudi dei venditori di spezie e ghiaccio all’ombra di tendami e tappeti. Il sole si spegne dietro cupole e picchi luccicanti. Al rumore del Bosforo alla sera, le lunghe ombre delle canne da pesca fanno fronte e s’issano. Il pascolio di pescatori e pescato aspetta l’accendersi delle stelle per ammainare l’ultimo amo e il ponte Galata libera la sua groppa appesantita dal continuo via vai. Il vocio frammentato , l’aria squarciata dalle lenze che la fendono con uno schiocco , sono adesso solo quiete e brusio del mare. Solo riflessi scomposti delle luci del culto nei flutti del tempo. Vivere Istanbul significa, odorare Istanbul ed assaggiarla. Il cumino impregna ogni pietanza lasciando il palato gustar meglio la semplice acqua. Gli odori sono associati ai quartieri. Ognuno tipico è pungente speziato o acre. Il frittume che costeggia il porto e il lungo mare impregna le t-shirt sudate dei venditori e di coloro che vi si avvicinano. I pesciolini poco sostanziosi , che non hanno speranza di attraversare il ponte senza cascare nell’inganno del verme, sono impanati e cotti nell’olio bollente all’istante. Deambulando a naso aperto odor di tè, vaniglia, e caffè si appiccicano alle narici espandendo l’orizzonte sensoriale. Il tipico caffè turco , macinato fresco è tra le delizie olfattive che più catturano. Pur di portarlo con me ne ho acquistato un chilo sfuso in busta di cartone. È fresco e leggermente pungente. Rimane nell’aria e né si sente il sapore aromatico sotto la lingua che comincia a secernere saliva per il desiderio. Lo stesso dicesi per la fruttosità del tè alla mela. Alla sera, i mercati e bazar contengono i loro profumi protetti da serrande e saracinesche . Adesso i kebab , prima coperti da ondate di spezie sfuse e sudore , divampano in profumi possenti e pesanti, ricchi di seducente grasso che cola dagli strati di pollo e tacchino uniti dal tipico forcone. Quante foto di queste sensazioni possono aver scattato tutti coloro per i quali Istanbul si cela solo dietro le costose e sopravvalutate estetiche bellezze turistiche? La lunghezza del periodo della frase è voluta. Una città come questa non la si può vivere senza virgole e punti accapo. Tutta di un fiato, seguendo le scie luminose che lasciano le spalle dei turisti rosse fluorescenti per esposizione solare. Ha bisogno di calma e discernimento. Non intendo tempo fisico , considerando il mio limitato soggiorno. Mi riferisco a un tempo mentale che si deve acquisire entrando nella lentezza dei vicoli e dei carretti di agrumi trainati da rugosi e irsuti turchi. Ma magari l’errore o mio, o semplicemente non esiste errore. C’è chi si accontenta di collezionare foto ricordo vivendo il viaggio attraverso il mirino della macchina fotografica. C’è chi va solo per poter inserire un’altra città tra i luoghi dei suoi racconti o chi ama il pensiero del viaggio e basta questo per asserire di” essere stato”. Camminando senza meta, solo alla ricerca dell’essenza , tiepidi cuscini su gradoni coperti di tappeti ricamati in rosso accolsero il nostro ozio passeggero. Il tepore dell’ultimo sole lentamente , a suon di preghiere e richiami, si attenuava, così come il suo timido rossore. Le cupole, gli slanci , i ponti perdevano dettagli disegnando siluette stagliate all’orizzonte. Le ombre di un’antica e prostrata cultura. Il venditore di tè danza tra i resti appisolati di chi cerca la quiete. Il ritmo è scandito dal vociferare piatto degli acquirenti. I bicchieri di tè fumante, rosso e odoroso filtrano la luce al tramonto creando ombre magenta nel vassoio d’argento. Il vapore lascia tracce nell’aria densa che con un soffio di brezza sono solo ricordi. I giocatori di dama e i navigatori nel web sono entrambi seduti in questo lungomare. Ognuno con i suoi arnesi, pedine dalla lunga ombra del sole all’orizzonte e monitor poggiati sulle cosce. Entrambi il loro tè in mano. Io ed Emilie distesi senza scarpe, come vuole l’educazione, attendiamo che ancora una volta, la più affascinante cadenza ritmica naturale si compia. La bevanda rossa e calda scorre attraverso la gola e dalla riva del Bosforo, in totale quiete e pacatezza, anche oggi finisce un altro giorno. Piccola parentesi sulle fotografie: “questo meraviglioso viaggio è stato un’affascinante ventata orientale, che tra minareti, cupole e ponti ha catturato il mio pensiero e lo ha catapultato in un’altra dimensione”. Ma tuttavia un completo fallimento fotografico, e di questo me ne rammarico. Non si può pretendere di narrare una storia tramite una fotografia se dentro di se non è già presente l’intero racconto. La differenza tra chi racconta, mostra ed emoziona da chi semplicemente fa fotografia sta in quanto si è stati coinvolti e in quanto si vuole coinvolgere. Io non avevo una storia, o meglio, la corazza turistica e superficiale era tanto spessa quanto ardua da penetrare in soli quattro giorni. Per non parlare della mia voglia di scattare che si affievoliva progressivamente alla vista di migliaia di turisti accalcati e rifugiati dietro le loro macchine fotografiche, che spingevano, scattavano, senza mai fermarsi a riflettere o semplicemente osservare. Sembravano banconote claudicanti che scattavano fotografie, non menti che si lasciavano trasportare dal fascino e lo splendore che solo una città ricca di mistero come Istanbul è capace di elargire”

le foto le si possono anche vedere anche su: http://www.flickr.com/photos/robertozampinofoto/ http://www.facebook.com/?ref=home#!/album.php?aid=72043&id=1390517500



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