Isola di Pianosa

Arcipelago Toscano o Maldive?
 

L’isola di Pianosa, una delle 7 perle dell’Arcipelago Toscano, si trova a sud ovest dell’isola d’Elba. Per arrivare si salpa dal porto di Piombino alle ore 8:30 (costo a/r € 55,00 a persona, tempo di percorrenza 2 ore abbondanti) o dal porto di Marina di Campo (Elba) o dal porto di San Vincenzo la mattina, per rientrare nel pomeriggio con partenza alle 17:00.

Già da lontano si scorge la linea dell’isola e si rimane stupiti dalla particolarità: una linea retta; l’isola non presenta alture, l’altezza massima raggiunge 29 m. sopra il livello del mare.

Pianosa è un’isola ex carcere, ospitava 5 strutture carcerarie e nell’ultimo periodo di attività addirittura il carcere di massima sicurezza, presente fino al 1998.

La storia di Pianosa è sempre stata travagliata; lasciata da parte per la sua posizione isolata, la sua morfologia l’ha resa poi facilmente utilizzabile come sede carceraria.

Frequentata fin dall’uomo preistorico e più tardi dai romani, che hanno lasciato alcune testimonianze; ha due porti costruiti uno nella parte sud-est e l’altro a nord, utilizzati alternativamente per attraccare a seconda del vento. Risalgono all’epoca romana anche un complesso di catacombe,  visitabili, scavate nella roccia, che si snodano in vari cunicoli.

Si trovano anche testimonianze del medioevo; più tardi l’isola verrà assalita dai pirati. Anche Napoleone passò da Pianosa e se ne servì per esiliare personaggi scomodi al suo potere. A partire dall’800, sotto il Granducato della Toscana, inizierà la costruzione del sistema penitenziario. La colonia penale darà vita ad un’azienda agricola che vista la natura pianeggiante dell’isola, con campi molto estesi, si dedicherà sia alla coltivazione di cereali, sia l’allevamento di polli. Grazie alla buona produzione di grano l’isola otterrà l’appellativo di granaio dell’Elba.

Con il carcere si creò anche un paese formato principalmente dai familiari dei detenuti e delle guardie, separato dalle strutture penitenziarie da un muro di cemento armato, ancora presente. Il sistema penitenziario arriverà fino ai nostri giorni, infatti la morfologia dell’isola era proprio adatta a queste strutture, perché aiutava nella sorveglianza e nel controllo.

Era un sistema autonomo, diverso da come siamo abituati ad immaginare un luogo di reclusione.

I detenuti lavoravano, si occupavano dell’agricoltura, dell’allevamento e della realizzazione di muri a secco, ancora presenti, per il riparo delle colture dai venti che soffiavano da tutte le parti, non avendo l’isola alcuna protezione naturale. La produzione agricola serviva al fabbisogno dell’isola e una parte era anche esportata in terraferma.

Per un periodo Pianosa è stata utilizzata come sanatorio per curare la tubercolosi, ospitando persino il presidente Sandro Pertini.

Pianosa è protetta da diversi Enti e vincolata sotto vari punti di vista; se la contendono l’Ente Parco dell’Arcipelago, la Soprintendenza delle Belle Arti, L’Amministrazione penitenziaria e la Santa Sede. Ognuna di queste istituzioni è interessata ad una delle testimonianze o delle particolarità presenti.

È possibile visitare Pianosa accompagnati da guide specializzate e autorizzate scegliendo tra varie modalità previste: trekking, mountain bike, visita del paese e catacombe a piedi, carrozza, bus, snorkeling, o kayak (costo ciascuna escursione € 15,00).

Ognuna di queste permette di scoprire i lati sconosciuti dell’isola; una scogliera nascosta, una delle strutture carcerarie, uno specchio di acqua turchese.

Per esempio con l’escursione in mountain bike, potendo scegliere tra due percorsi a sud o a nord, è possibile percorrere circa 10 Km di strada bianca e fermarsi in alcuni punti panoramici, come Punta Marchese con scogliera a strapiombo sul mare e le strutture penitenziarie.

Attraccando il primo appariscente edificio che si staglia di fronte a noi è la casa dell’agronomo, che ospitava gli agronomi chiamati sull’isola per insegnare e seguire i detenuti nella coltivazione delle diverse colture.

Il periodo migliore per visitare l’isola è da maggio a settembre, mentre il resto dell’anno è presente un presidio dell’amministrazione penitenziaria e un ristretto gruppo di detenuti, che si occupano del recupero e della manutenzione del territorio.

Forse unico difetto, se uno ci deve essere, sono gli insetti e le zecche, presenti in grandi quantità, soprattutto in primavera.

La vegetazione è bassa e quasi assente, si trova solo qualche uliveto, quindi è consigliato ricordarsi crema solare e copricapo per ripararsi durante i percorsi ed evitare scottature e colpi di sole.

Sull’isola è presente un piccolo bar, gestito dai detenuti del carcere di Porto Azzurro, in semilibertà, ma è comunque preferibile portare sempre una consistente risorsa d’acqua.

Da qualche anno è aperto sull’isola un piccolo albergo, con poche camere, ma che ti ospita se vuoi rimanere oltre la partenza del traghetto.

Una delle meraviglie dell’isola è la spiaggia di Cala Giovanna, unico tratto dove sia possibile la balneazione; dall’Obelisco alla Casa Parco.

Scesi nella caletta ci troviamo di fronte ad un limbo di sabbia finissima e bianchissima ed all’acqua turchese trasparente, sembra di essere trasportati all’interno di una cartolina proveniente dalle Maldive.

Vicino a riva si trovano alcuni scogli bassi e sei subito invogliato ad immergerti con maschera e boccaglio ed a ammirare i fondali, anche se, grazie alla trasparenza dell’acqua, i pesci si vedono ad occhio nudo.

Vicino a riva la profondità dell’acqua non è eccessiva e permette a tutti, anche ai non esperti, di immergersi e scoprire le meraviglie sommerse.

Purtroppo arriva presto l’ora di abbandonare l’isola e risalire sul traghetto di ritorno, lasciandosi alle spalle questa meraviglia unica nel suo genere.

E la silhouette di Pianosa che si confonde con i colori del cielo al tramonto è la più bella cartolina della giornata.

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