Islanda in inverno, il piacere della solitudine

Un viaggio fuori stagione tra le meraviglie dell'isola in compagnia di me stesso e della migliore musica islandese
Scritto da: calzibus
islanda in inverno, il piacere della solitudine
Partenza il: 31/10/2011
Ritorno il: 09/11/2011
Viaggiatori: 1
Spesa: 2000 €

Era da tempi memorabili che sognavo e programmavo un viaggio in Islanda fantasticando su luoghi ed atmosfere che ero certo potessero evocare in me le emozioni più forti. Mai avrei pensato che il progetto potesse prendere forma in una stagione non propriamente turistica, almeno per quanto riguarda i viaggi nella terra dei ghiacci, scelta che si è rivelata essere la più appropriata che potessi fare. La prima decade di novembre. In Islanda è già inverno, le ore di luce sono poche (ma non pochissime), molti alberghi sono chiusi, i trasporti pubblici sono ridotti all’osso e la presenza straniera è quasi impercettibile. La temperatura è sorprendentemente mite, grazie alla corrente del golfo che lambisce le coste dell’isola e che la rende affrontabile non solo in estate. Le condizioni atmosferiche sono forse molto più suscettibili a veloci cambiamenti e in poche decine di minuti una giornata di sole può trasformarsi in una tormenta di vento e grandine per poi mutare improvvisamente in neve e lasciare infine spazio a imponenti nuvole basse. Ma, incredibilmente, al momento del tramonto molto spesso ho assistito ad un cielo terso e dipinto di viola come se volesse dimostrare a noi rari viaggiatori tutta la bellezza di cui potesse vantarsi. L’Islanda sembra essere ormai diventata una destinazione alla moda, affollata tra giugno ed agosto da migliaia di turisti che sfrecciano lungo la ring road affamati di paesaggi incantati. A voler essere egoisti, come nel mio caso, e non dover condividere con altri la bellezza del Paese, la cosa migliore da fare è un viaggio fuori stagione, forse più difficile ma indubbiamente più gratificante e decisamente più economico. La contemplazione delle monumentali cascate, degli infiniti spazi aperti e dei vulcani innevati in una magica solitudine riempie il cuore di soddisfazione e gratifica l’anima come solo una natura ancestrale e maestosa può fare.

L’avventura comincia a bordo di Icelandair, la compagnia di bandiera, fiera del nome che porta e dei valori che trasmette. La musica che viene diffusa è di artisti islandesi, la rivista di bordo vede in copertina l’eroina nazionale Björk, i poggiatesta riportano frasi comuni in islandese pronte per essere imparate dagli estasiati passeggeri che con gli occhi fissi sul finestrino si godono l’avvicinamento all’isola tanto desiderata. Il comodo Flybus mi porta direttamente alla porta del mio albergo; il tempo di indossare le mie scarpe da corsa e sono subito in giro per la città incurante del freddo e del vento che quella sera sembrava non dare tregua. Un’ora di running per le vie di Reykjavik mi dà subito la misura delle dimensioni (esigue) del centro e mi aiuta a localizzare i luoghi dei quali avevo già letto nella mia fidata lonely planet. Per cena mi concedo delle tapas spagnole a base di pesce, rivisitate secondo il gusto nordico nell’accogliente tapas barinn. Deliziato da spiedini di aragosta e filetti di tonno con verdure, ebbro di un ottimo vino ispanico, osservo la vitalità della gioventù locale che nonostante la crisi economica che ha sconvolto la perfetta società islandese, non rinuncia a godersi i piaceri che la capitale offre in abbondante quantità. Dopo una doccia calda dall’odore di zolfo e una dormita rigenerante mi ritrovo nuovamente a bordo di un aeroplano. Un piccolo fokker 50 di Air Iceland mi conduce in poco più di quaranta minuti nel Nord dell’Islanda, ad Akureyri, avvolta in una spessa coltre di neve con un cielo poco rassicurante ed una temperatura prossima allo zero. La città sembra deserta; i suoi (pochi) abitanti disdegnano le attività all’aperto durante questa stagione e le impronte che lascio dietro di me sono le uniche. La vista dell’Eyjafjordur è incantevole e il clima alpino non mi scoraggia dall’assaggiare quello che molti ritengono essere il gelato più buono dell’Islanda servito dalla gentile proprietaria del negozio di dolciumi Brynja. Per riscaldarmi e per farmi venire appetito mi dedico ad un’ora di nuoto nella piscina pubblica, ovviamente all’aperto e rigorosamente riscaldata. La mia cena sarà orientale, a base di noodles al curry nell’atmosfera un po’ kitch del ristorante tailandese Krua Siam.

L’indomani ho tra le mani la mia auto a noleggio; disporre di un mezzo proprio è di fondamentale importanza per poter raggiungere tutti i luoghi di interesse. La mia destinazione è il lago Myvatn. Dalla mia autoradio i Sigur Ros suonano “Sæglopur”, una musica celestiale che ben si accompagna alle immagini che scorrono dal finestrino. Lungo la strada una tappa d’obbligo è Godafoss, una maestosa cascata di un azzurro fiabesco. La osservo in silenzio ascoltando il vigore che le sue acque dimostrano mentre si gettano in uno sterminato campo di lava ammantato di bianco. Il senso di impotenza che si prova di fronte alla forza di cui dà prova ti atterra e ti affascina allo stesso tempo. Un’altra mezzora di guida e arrivo nei pressi del lago Myvatn. Una fitta nebbia rende fatate le sue coste e più titubante la mia andatura. Prendo possesso del mio cottage, a un paio di chilometri dall’insediamento di Reykjahlid. Cartina alla mano mi incammino tra i sentieri poco visibili dei campi di lava sulla sponda orientale del lago. Sullo sfondo si stagliano coni di vulcani e le uniche forme di vita che incontro sono le centinaia di pecore intente a brucare una vegetazione coperta dalla neve. Una merenda rigenerante dopo ore di fatica mi viene offerta dal magnifico Vogafjos café, ospitato in una fattoria dove tra mucche e cavalli si può gustare un’ottima torta di mele ammirando un tramonto mozzafiato sulle acque del lago. La giornata si conclude ai bagni termali di Myvatn dove trascorro dei momenti di relax nuotando tra fumanti acque sulfuree scrutando il cielo con la speranza di avvistare l’aurora boreale. Lo spettacolo purtroppo non si proporrà e a malincuore dovrò accontentarmi del piacere concessomi dal calore della piscina. Dopo una ricca colazione presso il fido Vogafjos cafè mi dirigo verso il Myvatn settentrionale alla scoperta di un ambiente ribollente e fumante. Dopo una tappa tra le fumarole maleodoranti di Hverir guido fino ai pressi del vulcano Krafla. Lasciata la macchina al parcheggio mi avventuro verso la cima del cratere Viti fino a poterne ammirare lo spettacolare contenuto: un laghetto turchese spazzato da un fortissimo vento che mette a dura prova la mia capacità di equilibrio. La zona del Krafla è considerata ancora attiva e soprattutto in inverno, quando tutto è coperto di neve, si consiglia di non allontanarsi dalle linee di demarcazione dei percorsi; la voglia e la curiosità di raggiungere il cratere di Leirhnjukur vincono sul mio senso di responsabilità e mi addentro senza punti di riferimento nella zona delle solfatare. Dalle cuffie del mio iPod, i Mum cantano “Now there’s that fear again” e dopo aver rischiato a sufficienza preferisco tornare sui miei passi e rinunciare all’impresa. I soffioni di vapore tra la neve e il sole accecante che la faceva risplendere mi hanno regalato un paio d’ore di forti emozioni. Durante il pomeriggio mi perderò tra i pilastri di lava di Dimmuborgir e scalerò il bellissimo cratere del Hverfell la cui forma ad anello domina il paesaggio della zona orientale del Myvatn. La vista dall’alto mi ripaga della fatica di un’intera giornata di esplorazione. Ritorno sulla ring road in direzione di Akureyri dove mi aspetta il volo di rientro per la capitale.



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