Indocina: la natura e l’arte

Viaggio attraverso il Vietnam, dalle etnie montane a nord di Hanoi alla Baia di Halong, fino al Delta del Mekong. Una nazione che cerca un nuovo equilibrio tra passato e futuro
Scritto da: scaragio
indocina: la natura e l'arte
Partenza il: 14/11/2010
Ritorno il: 02/12/2010
Viaggiatori: 15
Spesa: 4000 €

14 novembre sabato – 15 domenica

Il volo, questa volta, è stato veramente lungo: l’aereo, strapieno, ci ha costretti a sedere rigidamente composti, braccia serrate al corpo per circa 15 ore, spezzate da una sosta a Singapore, nel cui aeroporto, scintillante di marmi ed illuminato da ampie vetrate aperte su una vegetazione lussureggiante, abbiamo potuto sgranchirci prima della tratta finale. Nel grigio e triste scalo di Hanoi, la burocrazia ci costringe ad un’attesa noiosa, ma prevista, per l’inutile cerimonia dei visti d’entrata. Poi, finalmente, ci ristoriamo nell’hotel Intercontinental, comodo ed accogliente, sul Lago Occidentale, uno dei numerosi specchi d’acqua tra i quali si distribuisce l’abitato di Hanoi. Considerando i tormentati trascorsi del paese, l’aspetto della città è gradevole e segnato dalla speranza. I grandi alberi, le acque, i fiori, il verde ingentiliscono il grande conglomerato; pochi grattacieli bucano la nebbia che oggi avvolge tutta la città, condensandosi in una fastidiosa pioviggine; alcuni viali sono fiancheggiati da ville primo novecento di costruzione francese, scampate ai furori anticolonialisti che accompagnarono, nel 1954, la nascita della Repubblica Vietnamita. Comunque, in questo primo pomeriggio, stremati dal viaggio e depressi dal tempo umido ed uggioso, possiamo solo dare un’occhiata alla città mentre dall’aeroporto raggiungiamo l’albergo; poi, dopo un bagno ristoratore ed un breve riposo, riusciamo a fare una passeggiata sul nuovo lungolago per prendere il primo contatto con Hanoi: motorini, biciclette, pochi negozi, molti ambulanti, selve di fili elettrici.

16 novembre, lunedì.

Rigenerati da una notte di riposo, affrontiamo il doveroso tour della capitale. Guidati da Phath, un giovane che parla un italiano comprensibile, visitiamo qualche pagoda in restauro, come dicono qui, ma in realtà ricostruita o in ricostruzione dopo che il fanatismo socialista, inteso a demolire le sedi dell’oppio dei popoli, si è volto ad una più ragionevole tolleranza che implica anche rispetto per la tradizione e l’identità storica del popolo. L’edificio più notevole è la Pagoda della Letteratura, l’antica università, risalente al quindicesimo secolo. Anch’essa ampiamente rimaneggiata e in parte distrutta, conserva un certo fascino nelle costruzioni ampie e basse, coperte dal caratteristico tetto di tegole simili a scaglie di drago, circondate da un vasto parco verde. E’ stupefacente contemplare la statua del fondatore e primo rettore, quasi santificato. Gli insegnanti qui sono ancora considerati intellettuali degni di rispetto e non disprezzabili baby sitter di stato, bersagli per gli strali di genitori ed alunni. C’è perfino una festa annuale dedicata loro e quando, nel Tet, il capodanno buddista, si celebrano i defunti, anche le tombe dei professori x alunni.

Le pagode sono angoli di tranquillità nel traffico infernale delle strade, che migliaia di motorini rumorosi e puzzolenti colmano come una piena inarrestabile, inglobante automobili, risciò, autobus turistici e pedoni, in costante pericolo di investimento e di soffocamento; molti infatti hanno il viso coperto da una mascherina che dovrebbe difenderli dai gas di scarico, dalla polvere e dal sole. E poiché il motorino è il mezzo più economico e popolare, viene usato anche come piano di carico per merci di ogni sorta, che sporgono pericolosamente quasi sommergendo lo scooter; si vedono perfino maiali vivi infilati in una sorta di nassa di fil di ferro legata al sellino posteriore. Solo l’abilità funambolica di chi guida e l’occhio di Buddha possono garantire questi trasporti apparentemente contrari alle leggi della fisica. In numero strabocchevole i fili elettrici si distendono, come festoni, ai lati delle strade, occludendo perfino la vista alle finestre dei primi piani.

E’ inevitabile il pellegrinaggio alla casa di Ho Chi MIn, padre della patria e probabilmente destinato alla beatificazione, visto che qui, in una sorta di buddistico evemerismo, sono venerati i cittadini che hanno dedicato la vita alla patria. Superato il tetro monumento fiancheggiato da vistosi tazebao inneggianti all’eroe, la casa è un modesto piccolo appartamento di una semplicità spartana in un bel parco verde con laghetto, foresta e una graziosa capanna di legno su palafitte che Ho Chi Min amava molto, in ricordo del periodo vissuto nella giungla. A confermare le difficoltà vissute dal popolo vietnamita, la capanna è fornita di un rifugio antiaereo sotterraneo che dava riparo ad Ho Chi Min ed ai suoi collaboratori durante i bombardamenti americani.

Ceniamo in un esclusivo ristorante, il Wild Rice, che propone un’atmosfera retrò appena estenuata dall’inconfessabile rimpianto delle raffinatezze coloniali. Poi ci imbarchiamo sul treno per il Nord. La stazione ferroviaria ci ricorda gli orrori igienici della Cina degli anni ’90: i passeggeri, accampati in uno squallido stanzone, bivaccano su teli di plastica, mangiucchiano frutta e semi sputando a terra le bucce; qualcuno dorme, qualche bambino piange o protesta. Al confronto il treno è decoroso. Sembra un residuato francese, fornito di cuccette nelle quali veniamo distribuiti con un calcolo generoso dello spazio: ogni coppia o singolo occupa uno scompartimento che può contenere quattro persone. Possiamo almeno distenderci e cercare di ignorare i violenti scossoni e i bercianti richiami del personale del treno.

17 novembre, martedì.

L’arrivo alle cinque, nelle tenebre, è al tempo stesso un sollievo e uno stress, perché nella fitta, sottile pioggerella, attraversiamo la piazza della stazione fino ad un pretenzioso ristorante, quanto di meglio Lao Cai possa offrire, dove ci viene servita una colazione soprattutto lenta, poiché ha lo scopo di far trascorrere il tempo fino alle otto, quando potremo partire per il mercato del martedì, che si tiene a Coc Ly , distante 35 chilometri da Lao Cai. La parte finale della strada, non asfaltata e gravemente dissestata, ci fa soffrire; ma finalmente arriviamo là dove la valle, stravolta da grandi lavori che preludono alla costruzione di una diga, ospita una fila di bancarelle allestite dalle etnie che vi convergono per vendere e per comprare, dai villaggi nascosti tra le vicine montagne, ripidi cocuzzoli coperti da una straripante vegetazione. Assai poco si concede ai turisti: la maggior parte dei banchi espone merci pensate per i locali, come gli abiti caratteristici delle etnie purtroppo non più tessuti e ricamati a mano, ma prodotti in qualche fabbrica cinese che ne accentua i colori e le applicazioni di gale e perline. Sono assai più belli i grembiuli, i corpetti e le gonne indossati dalle venditrici, sdruciti e sporchi, ma autenticamente artigianali. C’è poi una paccottiglia di pentole e secchi ed una rudimentale scelta di ferramenta, alimentata dall’inarrestabile contrabbando con la Cina. Dall’angolo più sorprendente si leva un’ incessante musica da una radio a tutto volume, che sostituisce l’antico costume della serenata di corteggiamento: i giovani suonano una musicassetta in onore della ragazza corteggiata, che, se interessata, si accosta e mostra di gradire l’omaggio. Così il mercato favorisce anche la conoscenza reciproca ed i matrimoni.



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