In Mongolia per l’Eagle Festival

Un viaggio fuori dal tempo nelle infinite praterie della Mongolia, per visitare una delle mete più inesplorate del turismo
Scritto da: valmio
in mongolia per l'eagle festival
Partenza il: 21/09/2012
Ritorno il: 14/10/2012
Viaggiatori: gruppo
Spesa: 4000 €

In Mongolia per l’Eagle Festival

Un viaggio fuori dal tempo nelle praterie infinite della Mongolia, fra panorami primordiali e mandrie di cavalli, cammelli, yak e pecore che pascolano in completa libertà. Nel silenzio assoluto della steppa si possono passare giorni interi senza incontrare anima viva. Si tratta di una delle mete più inesplorate del turismo.

Da tempo pensavo di visitare questo Paese… la vasta Mongolia.

Ho scelto questo periodo, anche se un po’ freddino per i miei gusti, solo per poter assistere alla festa delle aquile sui monti Altai. Il Festival si svolge il primo fine settimana di ottobre: ancora poco turistico, è un tuffo nel passato. Dall’Italia arriviamo a Ulaanbaatar via Istambul con un volo che c’è solo da qualche mese con Turkish-Air. Dopo circa 5 ore di volo facciamo scalo a Bishkek nel Kirghizistan, 1 ora di sosta, e poi altre 4 ore per arrivare nella capitale più fredda al mondo, Ulan Bator o UB (così chiamata da tutti ), 1350 m sul livello del mare e 2° città più inquinata al mondo, le ciminiere si sono sostituite agli oltre cento templi distrutti all’inizio del secolo, quelli che sono rimasti sono considerati musei. Il nome UB le è stato attribuito dal 1924 e significa “Eroe Rosso”. Qui visitiamo il Museo di Storia Naturale, Museo di Belle Arti Zanabazar e la piazza Sukhbaatar dove è posizionata la statua di Gengis Khan con alle spalle il Parlamento. E’ una bella giornata di sole, un po’ ventosa… il vento ci accompagnerà per tutta la durata della vacanza.

Vedo l’ora di “scappare” da questa capitale piena di contasti quasi surreali fra il vecchio ed il nuovo, da farla sembrare una città russa di provincia distesa in un’infinita vallata tibetana, per rincorrere il mio sogno di Mongolia di distese senza orizzonti.

Appena fuori da UB si ha l’impressione di essere stati catapultati in un altro secolo. Pochi minuti di Uaz (i famosi camioncini russi), ed arriviamo al Gandan Khiid (monasteri), oltre a essere una delle principali attrattive turistiche, questo monastero, tra i più importanti del Paese è cuore pulsante del buddismo tibetano in Mongolia, dove passato, presente e futuro della Mongolia convivono in suggestiva armonia. Il tempio principale apre alle 9, ed al mattino è pieno di monaci che vanno a pregare… si riparte, e dopo un’ora di Uaz, abbandoniamo l’asfalto ed iniziano le distese ed il nulla. Dopo un paio d’ore incontriamo lungo la pista una decina di gher, alcune delle quali fungono da ristorantino e ci fermiamo per la sosta pranzo. Primo contatto con il cibo locale e soprattutto con i sapori forti e l’igiene che lascia un po’ a desiderare. Bisogna girare pagina quando si arriva in Mongolia: dimenticare i frenetici tempi occidentali, le corse, la nostra alimentazione, la doccia calda e… bisogna sapersi adattare molto.

Ripartiamo e il prossimo incontro ce l’abbiamo con i cammelli Battriani, 2 gobbe, i mongoli li usano per i loro spostamenti soprattutto verso il Gobi.

La sera campeggiamo al Middle Gobi camp a 1380 mt, la mia prima notte in una gher, …sono emozionata!

La gher, la casa bianca dei mongoli, vero capolavoro di design nordico, circolare per deviare i venti, 20mq che contengono l’universo. All’interno: profumi, colori, predominante l’arancio, antichi riti, feticci, al centro la stufa di ghisa, ai lati i letti ( a sx verso ovest uomini ed ospiti, protetti dalla grande divinità celeste Tengger, a dx verso est letto coniugale e donne, protette dal sole), sgabelli, tavolo, credenze, un piccolo altare non manca mai, spesso anche un televisore e una radio. La porta (khalga) posizionata sempre a sud, quasi mai chiusa, attenti a non inciampare o calpestare lo stipite (bosgot). Le pareti esterne si ammantano di feltro (esgi) e pelli impermeabili come a terra con aggiunta di tappeti. Costruita con materiali locali, assicura isolamento termico, ventilazione ed impatto minimo sull’ambiente naturale.

La prima tappa di oggi è Erdenedalai, ci fermiamo per visitare l’antico monastero di Gimpli Darjaalan Khiid, lungo la strada si incontrano diversi ovoo, sono dei cumuli di pietre o legni di forma piramidale a cui vengono appesi teschi di animali e drappi di seta blu di chiara provenienza sciamanica (il blu è il colore di Tengger, lo spirito del cielo). Passiamo per Bayanzag, diventata famosa perché sono state ritrovate ossa e uova di dinosauro ed arriviamo a Red Cliff per vedere il tramonto e campeggiare.

Questa mattina ci regaliamo una bella passeggiata a circa 2300 mt nella Yolyn Am (la bocca dell’avvoltoio), una gola che spezza il deserto dei Gobi e da inizio ad un paesaggio bellissimo quanto insolito per i suggestivi dirupi rocciosi e i canyon stretti e oscuri. I pika, piccole creature simili a topi la abitano indisturbati convivendo con il ghiaccio che per quasi tutto l’anno ricopre il canyon. Qui c’è la possibilità di affittare anche dei cavalli, riprendiamo i mezzi per attraversare la Dugany Am, una gola molto stretta e spettacolare, dove le Uaz passano a filo. Notte allo Juulchin Gobi 2 a 1400 mt.

Questa mattina facciamo la salita ad una duna delle Khongorin Els o Duut Mankhan (dune che cantano), sono alte fino a 300 mt, larghe 12 km e lunghe circa 120 km. Saliamo al ritmo di 1 passo avanti e 2 indietro, saliamo la cresta fino alla cima… è stata dura… ma che meraviglia la vista da quassù, ne è valsa veramente la pena.

A Onglin Khild visitiamo i resti di 2 monasteri e la notte siamo al Saikhan Gobi camp.

Questa mattina la temperatura è davvero bassa… poca voglia di uscire dal sacco a pelo, ma bisogna, c’è un’altra giornata piena di cose da vedere ed emozioni da provare. Questa emozione ce la potevano anche risparmiare, nell’unica pozza di tutta la Mongolia una Uaz la centra in pieno e rimaniamo bloccati circa 3 ore. Nel pomeriggio visitiamo il primo monastero buddista della Mongolia: Erdene Zuu (Cento Tesori), sorto dalle ceneri dell’antica capitale imperiale scomparsa, ma mai dimenticata, Karakorum, costruita per volere di Ogodei, figlio di Gengis Khan e rasa al suolo nel 1382. Il monastero è situato all’interno di un immenso complesso murato di 108 candidi stupa (per i buddisti 108 è un numero sacro), disposti a intervalli regolari. I tre templi del complesso che sopravvissero alle distruzioni degli anni ’30 sono dedicati alle 3 fasi della vita del Buddha: infanzia, adolescenza ed età adulta. All’esterno delle mura del monastero si trovano 2 tartarughe di pietra, una volta erano 4 e segnavano i confini dell’antica Karakorum e fungevano da protettrici della città (le tartarughe sono considerate un simbolo di eternità). Il sole è ormai tramontato, notte all’Anar camp.



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