In Algeria, nel Tadrart

E’ stato il mio primo viaggio in Africa ed è stato il mio primo viaggio nel deserto. Quando, pochi mesi prima di partire, mi avevano prospettato questa possibilità ero forse un po’ scettica. Io, da sola, probabilmente non ci avrei mai pensato. Però mi ricordavo le parole che avevo ascoltato alcuni anni fa da uno sconosciuto, durante una...
 
Partenza il: 09/04/2005
Ritorno il: 18/04/2005
Viaggiatori: in gruppo
Spesa: 1000 €

Ritorniamo al campo che sta facendo quasi notte. Ci aspetta una specialità locale molto buona, uno stufato di carne e verdure con dentro una specie di sfoglia fatta a mano. E’ la nostra prima cena nel deserto e l’unica che consumiamo a tavolino, dopodichè sceglieremo sempre i tappeti intorno al fuoco.

Dopocena si chiacchiera e si beve il té, poi scegliamo il posto dove collocare i nostri materassini per la notte. Hanno preferito questo posto perché le rocce dovrebbero ripararci dal vento e ci consigliano anche quale angolo scegliere per stare più tranquilli. Le intenzioni sono buone ma la notte si rivelerà molto agitata.

Dopo un po’ che ci siamo coricati nei nostri sacchi a pelo inizia a soffiare un vento insistente che sibila, che cambia continuamente direzione e che ci accompagnerà per tutta la notte. La sabbia penetra con facilità nei sacchi a pelo e quindi negli occhi, nella bocca, nel naso.

Passo la notte a cercare di ripararmi ma senza successo. Alle prime luci dell’alba decidiamo che è inutile rimanere sdraiati, ci rassegniamo e ne approfittiamo per scattare le foto al sole che spunta dietro le rocce.

Anche i tuareg hanno passato una nottataccia e li troviamo infreddoliti e avvolti nelle coperte intorno al fuoco. Io provo di nuovo a cercare rassicurazione sul fatto che possa essere un fenomeno transitorio, ma ancora una volta la risposta è la stessa: Inshallah! Invece la sorte è dalla nostra parte e fortunatamente già dal giorno successivo il vento si calma. La visibilità è un po’ turbata dalla sabbia alzata dal vento, una sorta di foschia che fortunatamente con il passare dei giorni viene meno. E che comunque in qualche caso rende il paesaggio anche più affascinante.

Sarebbe impossibile raccontare giorno per giorno il nostro itinerario che, pur essendosi snodato su un’area piuttosto limitata del vasto deserto algerino ci ha regalato tante emozioni, paesaggi diversi, atmosfere indimenticabili.

Abbiamo percorso circa 2000 km in otto giorni in un paesaggio che cambiava continuamente. Il deserto non è solo sabbia o roccia ma un insieme e una commistione di questi elementi, uno spettacolo continuo di forme e colori.

Ogni giorno e più volte al giorno abbiamo avuto modo di ammirare le testimonianze dell’arte rupestre sahariana (dipinti, graffiti, incisioni, …) tutte molto interessanti, alcune veramente emozionanti perché raccontano di un’epoca lontana in cui nel deserto c’erano altre forme di vita.

A seconda delle immagini raffigurate è possibile risalire al periodo storico in cui sono state tracciate: le più antiche (circa 6000 anni fa) raffigurano elefanti, giraffe, struzzi, pesci; le più recenti (circa 2000 anni fa) raffigurano soprattutto cammelli. In mezzo ci sono figure umane, scene di caccia, figure astratte, alcune di straordinaria bellezza.

Molti di questi siti si trovano in grotte e caverne, alcune disseminate in mezzo ai canyon, spesso in posizioni panoramiche e suggestive. A volte ci arrampichiamo sulle rocce o saliamo sulle dune per arrivare ad ammirare queste testimonianze condividendo lo stesso stupore e le stesse emozioni con i nostri amici tuareg.

Ma oltre a quelle tracciate dall’uomo anche le bellezze create dalla natura ci accompagnano costantemente nel nostro percorso: le distese di pietra che sembrano non finire mai, le dune dalle sfumature di colore sempre diverso, le montagne, la roccia nera che sembra carbone, i canyon, le acacie che ogni tanto appaiono qua e là isolate nel nulla.

Non è facile ricordare i nomi dei luoghi ma tra tanti non si può dimenticare Tin A Farfar con tanti pinnacoli di roccia scura in una distesa di sabbia gialla, la notte a Ouad In Ezzan alla base di una duna altissima e con di fronte un paesaggio spettacolare, le grotte dell’Ouad Aman Samermin, il sito archeologico di Tibenkar, le formazioni rocciose di Tikenewen e, forse il più affascinante tra tutti, la “vacca che piange”, una delle più belle incisioni rupestri del neolitico.

E poi gli incontri con i dromedari, con uno splendido esemplare di muflone, con i corvi o con i falchi e con qualche scarabeo che lascia delicate orme sulla sabbia.

Ogni momento delle nostre giornate ha avuto il suo fascino e la capacità di regalare emozioni: il risveglio alle prime luci dell’alba con il sottofondo della voce della guida anziana che recita la prima preghiera del giorno; l’allontanarsi dal campo per trovare un posto riparato per lavarsi lasciandosi asciugare dall’aria tiepida della mattina; la passeggiata di prima mattina con la guida dopo la colazione, mentre i tuareg smontano il campo; la colonna sonora della musica africana che al nostro ritorno in Italia continuiamo ad ascoltare costantemente; le soste per il pranzo al riparo dal sole, che diventano occasione per confidenze e scambi di racconti; il complicato rito della preparazione del tè che si ripete più volte al giorno, con gesti sempre uguali, che Omar con grande pazienza una sera mi ha insegnato; le discese “avventurose” delle jeep dalle dune con gli immancabili insabbiamenti; le chiacchiere la sera intorno al fuoco (peccato che la lingua ci ostacola e non riusciamo a condividere tutto con i nostri accompagnatori anche se non mancano occasioni per scherzare e ridere insieme); una serata di musica improvvisata percuotendo le latte della benzina e le caraffe di alluminio; le passeggiate sulle creste delle dune a volte in compagnia a volte da soli per perdersi con lo sguardo nel paesaggio e nei proprio pensieri.

E poi le notti nei nostri sacchi a pelo sotto le stelle, un’esperienza così emozionante che non avrei mai voluto chiudere gli occhi per dormire. E il silenzio assoluto che ho potuto sperimentare ogni volta che mi sono allontanata dal gruppo.

Il pomeriggio dell’ottavo giorno, dopo un pranzo interrotto bruscamente da una breve tempesta di sabbia, rientriamo a Djanet. Il tempo per una doccia e poi usciamo per gli ultimi acquisti e per goderci alcuni minuti della vita di paese.

Poi ci aspetta la nostra ultima notte nel deserto. Riprendiamo le jeep, attraversiamo il paese e ci dirigiamo sulle dune dove hanno preparato il campo. Quando arriviamo è già buio ma il posto sembra molto bello: una distesa di sabbia incorniciata da rocce scure.



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