IL RAJASTHAN di val bene una messa? – 2° Parte

4° GIORNO: JAIPUR – AMBER Mi alzo distrutto e la lunga giornata piena di sorprese che ho davanti, stavolta non riesce ad entusiasmarmi come al solito. A colazione veniamo a sapere che altri compagni di viaggio hanno avuto gli stessi problemi e che una coppia di giovani fratelli ha passato la notte insonne per un altro inconveniente,...
 

4° GIORNO: JAIPUR – AMBER Mi alzo distrutto e la lunga giornata piena di sorprese che ho davanti, stavolta non riesce ad entusiasmarmi come al solito.

A colazione veniamo a sapere che altri compagni di viaggio hanno avuto gli stessi problemi e che una coppia di giovani fratelli ha passato la notte insonne per un altro inconveniente, decisamente più curioso, la loro stanza ha subito una invasione di formiche. Sembra che ve ne fossero a migliaia, tanto che il personale dell’hotel ha dovuto toglierle via con la pala! La prima tappa di questa mattina è la visita alla maestosa fortezza di Amber, situata a qualche chilometro dalla città, che raggiungiamo in pullman. L’ingresso al forte avviene a piedi attraverso un lungo e tortuoso sentiero, o a dorso di elefante. Questa seconda opzione, ovviamente a pagamento, è molto “acchiappa turisi” … Ma chi se ne frega! Quando mi ricapita più di fare una seppur breve passeggiata a dorso di pachiderma! Ci mettiamo quindi in fila per l’imbarco. Il termine imbarco non è casuale, in quanto il sistema ricorda molto la salita a bordo di una imbarcazione. Una scaletta ci porta su un’alta pensilina e gli elefanti, con la proboscide dipinta a colori sgargianti, si accostano ad essa in fila indiana (ancora!), facendoci salire a due a due su una specie di baldacchino assicurato al dorso degli animali. Veniamo poi a sapere che fino ad un paio di anni fa erano quattro le persone che potevano accomodarsi sul baldacchino, ma dopo un non meglio precisato incidente, si è deciso di ridurre la portata massima.

Così, caracollando penosamente, la lunga colonna di pachidermi sale la ripida pista, bersagliata lungo il tragitto da strani fotografi che lasciano presagire un imminente assalto di venditori di foto.

Lo sbatacchiamento non è molto salutare per il mio già scombussolato stomaco, anche perché il nostro improvvisato sedile, che segue la schiena in pendenza dell’animale, tende a far scivolare Miriam verso di me, schiacciandomi contro la balaustra in ferro del baldacchino.

Il forte, piuttosto severo, è degno di nota soprattutto per lo stupendo panorama della gola sottostante e delle montagne tutt’attorno. E per il fatto che qui mi accorgo di un particolare che mi era finora sfuggito. Mentre vago tra le sale della fortezza, sono attorniato dalla solita varia umanità: turisti in bermuda, donne in sari appariscenti e uomini indiani in canottiera. Ma gli uomini camminano tutti mano nella mano. Esclusa da subito l’ipotesi che davanti a me ci sia una inusuale concentrazione di gay, consulto la guida a riguardo e scopro che qui in India, mentre è fortemente sconveniente, per non dire scandaloso, che un uomo ed una donna anche soltanto si sfiorino in pubblico, è abitudine comune che gli uomini camminino mano nella mano. Bah ! Durante la discesa al piazzale dei pullman, abbiamo modo di attraversare il garage degli elefanti. Io, perlomeno, lo chiamo così perché si tratta di un grande capannone sotto il quale trovano riparo gli elefanti al termine del servizio di traghettamento. Qui vengono rifocillati e possono fare con comodo i loro mastodontici bisogni. Passare a pochi centimetri da questa moltitudine di bestioni fa una certa impressione e … La puzza, neanche a dirlo, è tremenda. Raggiunto il pullman, ci accorgiamo di avere un nuovo ospite. Il Boss ce lo presenta come un gioielliere che vive gran parte dell’anno in Italia e nel pomeriggio sarà lieto di mostraci il suo negozio in centro. Prima però ci attende un’altra sosta ‘commerciale’. Andiamo a visitare una fabbrica di tessuti tradizionali.

E’ la classica visita ‘a provvigione’ durante la quale veniamo edotti sulle tecniche di stampa dei tessuti e poi portati in un grande atelier dove le donne del gruppo iniziano una lunga e penosa contrattazione per l’acquisto di ogni genere di articoli. Tovaglie, sciarpe, camice, sari dai colori sgargianti. I prezzi non sembrano così in linea con quelli che abbiamo trovato finora e comincio ad avere il sospetto che gli articoli di qualità anche qui abbiano il loro bel costo, mentre le cose pressoché regalate per strada siano soltanto scarti per turisti. Tale sospetto verrà confermato al mio ritorno in Italia, quando vedrò gli stessi identici articoli, venduti nelle bancarelle dei nostrani mercatini, dagli stessi identici indiani, agli stessi identici prezzi.

Terminata l’estenuante sosta commerciale, il programma prevederebbe la visita al negozio di gioielleria. Io non ne posso più di acquisti, così assieme ad alcuni compagni, mi defilo ed inizio una perlustrazione privata delle principali attrattive della città. Jaipur, conosciuta come la città rossa, è costruita in arenaria rossa (appunto) ed è una caotica città che rispecchia gli standard del Rajastan. Nei suoi tempi migliori doveva risultare sicuramente affascinante, anche se oggi la sua maggior attrattiva risiede, per assurdo, nel proprio aspetto decadente. I bei palazzi coloniali, celebrati nelle cronache ottocentesche come una vera meraviglia, sono per lo più fatiscenti e mal tenuti.

Dopo aver pranzato con delle ottime banane acquistate nel solito carrettino sulla strada, ci dirigiamo al City Palace, tuttora residenza del Maharaja di Jaipur, uno stupendo ed immenso palazzo finemente decorato, con numerosi cortili ed una magnifica sala da ballo a pian terreno, aperta sui quattro lati, illuminata da giganteschi lampadari di cristallo. C’è anche un interessante e tremendamente caldo museo che visitiamo con gran velocità per non rischiare di stramazzare a terra svenuti.

Passiamo davanti all’Hawa Mahal, il celebre Palazzo dei Venti, la cui facciata è costellata da centinaia di finestre e nichhie, tutte finemente lavorate, dalle quali le donne di corte potevano affacciarsi per osservare, non viste, la vita della città sottostante (immagino il divertimento!). Quindi, ci dirigiamo verso una di quelle mete che prima di partire avevo considerato imprescindibili: il Jantar Mantar, l’osservatorio astronomico fatto costruire dal Maharaja Sawai Jai Singh II nel XVIII secolo. Ne avevo visto alcune fotografie in una rivista qualche anno prima e mi aveva particolarmente colpito. La visita non farà altro che confermare le mie aspettative.

All’ingresso veniamo accolti da un acquazzone torrenziale e, quando riusciamo finalmente ad entrare, un distinto signore ci si avvicina presentandosi come un professore universitario esperto di astrologia che per qualche rupia sarebbe stato lieto di farci da guida. A giudicare dal numero di professori (o presunti tali) che finora ci si sono proposti come guide, gli universitari qui in India non se la devono passare proprio bene. Comunque, accettiamo e veniamo subito investiti da un fiume di parole sulle prime incomprensibili. Ad un più attento esame, capiamo che il tizio parla uno strano miscuglio di inglese, spagnolo e indiano, condito da qualche spruzzata di italiano quà e la. Una specie di personale Esperanto al quale dopo qualche minuto facciamo l’abitudine riuscendo anche a capirlo con discreta precisione.



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