Il Paese degli uomini che vivono tre volte

Sopravvivere, in Guatemala, è una pratica antica
Scritto da: kingsize
il paese degli uomini che vivono tre volte
Partenza il: 04/02/2017
Ritorno il: 20/02/2017
Viaggiatori: 6
Spesa: 4000 €

Sono scomparse, le usanze maya, come un vecchio affresco sotto una mano di colore. Che, ormai vecchia, qui e là si scrosta, rivelando l’immagine celata. Pascual Abaj è una collinetta adiacente a Chichicastenango, in cima alla quale alcune massicce pietre marcano, tra i pini, il sito degli attuali riti. Un piccolo fuoco, molto fumo, grossi sigari d’erbe verdi, invocazioni e, per i turisti, la richiesta, cortese ma ferma, di non più di tre foto. Altri fuochi e altre candele fumigano le facciate, imbiancate a calce, della chiesa di Santo Tomás e della capilla del Calvario mentre, all’interno, gli sciamani scortano i postulanti inginocchiati invocando gli spiriti. Sono rituali diretti senza mezzi termini agli antichi dèi, quelli della prima incarnazione di guatemaltechi, e l’epopea cristiana alla quale la seconda generazione è appartenuta appare come un’ospite tollerata giusto per le sue inflessioni pietistiche, che tanta presa hanno sul sentimento popolare. Sui gradini un caos di persone, fiori e sporcizia: quasi una materializzazione dell’anima umana. Stentano, le chiese, a contenere il mercato sul quale incombono, una babele che il giovedì e la domenica, fatta sparire la piazza nell’intrico fittissimo delle bancarelle, colonizza quasi tutto il paese, in una frenesia senza pari di oggetti e colori. Sculturette di legno, ricami paesani d’infinita pazienza, soprammobili improponibili, maschere e huipiles, monili di giada nera e ponchos, terracotte e arazzi: mortificare il naturale impulso all’acquisto è impossibile e l’unico limite è la capienza della valigia. Il mercato coperto che affaccia sulla piazza è una fiesta di frutta tropicale e di ortaggi dalle portentose dimensioni. Nemmeno da morti si sfugge alla baraonda: le tombe del cimitero, che avrebbe bisogno d’essere disinfestato dai randagi e ripulito radicalmente, sono disposte con la medesima noncuranza delle case dei vivi e, forse per mitigare il cordoglio, sfoggiano sfumature a dir poco carnascialesche. Sì, una visita a Chichicastenango è indimenticabile per più d’un motivo. Chichicastenango è anche l’unico posto dove i quetzales, la valuta locale, oltre che il mitico uccello nazionale, cambiano di mano così rapidamente che si può dire che volino. Li fornisce la banca che accetta solo euro e li fornisce anche la banca che accetta solo dollari. Nel minuscolo museo locale una serie di ruote concentriche dipinte, di certo un progetto scolastico, rappresenta graficamente il complesso calendario maya mentre, nelle vetrine, i lari e gli idoli in pietra danno un’improvvisa, inaspettata profondità temporale alla vita del paese: qui c’è molto di più di quanto l’occhio veda.

E se gli dèi noti non bastano, se ne inventano di nuovi. Maximón è nato così: ai commercianti della tribù maya Tz’utujil serviva un patrono, uno che funzionasse davvero. Rilaj Maam, l’”amato progenitore”, li ha esauditi, meritandosi un curioso culto da tesi etnografica. Lo troviamo a Santiago, ridente paesino sul Lago Atitlán, colla sua faccia di legno, sigaro in bocca, una trentina di cravatte al collo – ogni cravatta un simbolo di appartenenza – e candele votive ai piedi. Due assonnati uomini della famiglia hanno il compito di piantonarlo in una stanza semibuia, quasi impossibile da trovare nel fitto dedalo dei vicoli: Maximón, il grande avo, il benefattore malvagio, protettore di prostitute, narcotrafficanti, ubriachi – senza dimenticare i commercianti – cambia maschera e casa ogni anno, e per pochi quetzales si fa fotografare. In un angolo, una teca con un Cristo morto: questo sorprendente sincretismo rivela gli sforzi titanici di questi uomini di mais per colmare la distanza tra cielo e terra, tra gli spiriti potenti e l’umanità bisognosa. E se ancora non basta per ottenere prosperità, si tentano altre vie: la penetrazione delle sette protestanti è da tempo importante in Guatemala: nel 1940 il rapporto tra cattolici ed evangelici era di 97 a 2, ora le consistenze dei due culti si equivalgono, attestandosi ciascuna al 45% dei credenti. Antropologi e sociologi avanzano ipotesi tra teologia della liberazione e teologia della prosperità, ma è improbabile che i quattro gatti che ascoltavano le canzonette protestanti nell’addobbato salone giusto al lato dell’albergo fossero consapevoli di questi slittamenti epocali, forse orditi da lontano, e avessero di meglio da fare col proprio tempo. Ma, a ben vedere, è più il senso pagano delle pratiche ancestrali a far parte dell’identità di questi autoctoni. L’unica carnagione che hanno è quella, qualcuno direbbe “abbronzata”, da indios; l’unica lingua che hanno è quella maya e, sebbene invasi dal portato dei bianchi, non cedono il loro terreno, giustamente rifiutandosi di sentirsi ospiti nella propria terra. Questa è la forte impressione alla fine della fantastica zipline della Reserva Natural Atitlán a Panajachel: tra un tratto e l’altro del panoramico, superbo percorso – più entusiasmante di quello di Cuzco in Perù, di Queenstown in Nuova Zelanda, di Tsitsikamma in Sudafrica e di Whistler in Canada – le guide si contattavano nella loro lingua, e la triangolazione italiano/español/maya, il 2000 che s’incaglia nel 1500 per trasmettere al 500 d.C., la diversità della razza e del modo di fare comunicava l’impressione che venissimo, come difatti venivamo, da un mondo remoto. Uno per il quale i connotati del Nuovo Continente possono risultare eccessivi, anche in senso positivo: per Aldous Huxley il lago Atitlán possedeva una bellezza insostenibile che oltrepassava il limite consentito alla panoramicità. Non c’è strada che colleghi i villaggi che vi si affacciano, si va in barca e dal molo ci si arrampica fino agli abitati. Sul sagrato della chiesa di Santa Cruz stanno eleggendo Miss Bambina. L’altoparlante enumera i nomi e le età delle aspiranti assieme alle preferenze in fatto di colore, cibo e… non lo vogliamo sapere. Prendiamo il sentiero per Jaibalito, e lo sbigottimento di Huxley è veramente l’unica reazione possibile davanti alla purezza del lago, ai coni perfetti dei vulcani che lo sorvegliano, al sole che ama specchiarvisi in mille scintille e ai boschetti e ai dirupi delle sponde selvagge. Da dietro il muretto di recinzione del suo giardino, un’americana si distoglie per un momento dalle piante e si offre di annaffiarci, visto che siamo tanto accaldati. Passiamo campi di mais, piantagioni di caffè, di avocado, di ortaggi. Nei villaggi è in mostra il consueto artigianato, ma vi si nascondono anche laboratori di tessitura e di tintura e, sotto le sponde, sommersi siti archeologici attendono i sommozzatori. La festa serale di Panajachel accoglie al ritorno gli escursionisti: i mille colori delle insegne e gli invitanti interni rustici propongono ogni genere di delizie esotiche, dal pepián al tapado de mariscos al ritmo d’una partita di calcio o d’un quartetto di ragazze alla marimba. Resistere è inverosimile.



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