Il Giappone occidentale e lo Shikoku

Rieccomi a Tokyo. Sono tornato da poco con lo shinkansen, con un un po' di nostalgia e molti soldi in meno, ma contento e, a meno che non cosideriate la nostalgia come un sintomo di rimpianti nascosti, anche senza rimpianti Quello che segue e' il mio diario di viaggio, un resoconto piuttosto puntuale delle mie esperienze nello Shikoku e...
 
Partenza il: 25/02/2002
Ritorno il: 05/03/2002
Viaggiatori: da solo
Spesa: 1000 €

Rieccomi a Tokyo. Sono tornato da poco con lo shinkansen, con un un po’ di nostalgia e molti soldi in meno, ma contento e, a meno che non cosideriate la nostalgia come un sintomo di rimpianti nascosti, anche senza rimpianti Quello che segue e’ il mio diario di viaggio, un resoconto piuttosto puntuale delle mie esperienze nello Shikoku e nell’Honshu occidentale.

Il viaggio e’ stato breve, solo dieci giorni, ma intenso. Mi sono immerso in una dimensione insolita per il Giappone. Mi sono tenuto lontano dalle mete turistiche piu’ frequentate, o almeno ci ho provato, e ho preferito strade meno battute. Naturalmente alcune delle mete che ho visitato, come Hiroshima, sono molto turistiche, ma non vi ho rinunciato per un dicutibile e ridicolo snobismo turistico. Avevo bisogno di staccare: basta universita’ e basta lavoro. Almeno per un po’ Lunedi’, Shinjuku. Terminata la lezione di italiano (ho un lavoro part time, o come si chiama qui, un “arubaito” come insegnante di italiano), con il mio zainone e il mio amico Nao, dispiaciuto per la mia partenza, mi dirigo verso il Kabuki cho, nella zona del Prince Hotel, dove abbondano i capsule hotel. Poiche’ il mio aereo per Hiroshima parte prestissimo, mi sono visto costretto a pernottare in un hotel “in centro”, perche’ casa mia e’ troppo lontana da Haneda e anche prendendo il primo treno della mattina, non sarei mai arrivato in tempo. Avevo un buono sconto per un capsule niente male. Arrivati all’ingresso dell’hotel, c’e’ un cartello che, con la cosueta “discreta” xenofobia giapponese, avvisa che non si accettano i signori stranieri. Ci spostiamo verso un altro hotel, gaijin friendly, consigliato dalla lonely planet. Chiuso per restauri. Ricercare un dannato loculo a Tokyo non e’ per nulla facile, aggiungi che avevo con me un bagaglio pesante, un amico che si lagnava per la sua triste vita sentimentale e il tutto succedeva a Kabuki cho. Tanto per darvi un’idea del posto, e’ al Kabuki cho che Ridley Scott si e’ ispirato per realizzare Blade Runner. Ogni due passi ti si avvicina qualcuno che ti vuole portare a fare “massaggi” con le ragazze del suo locale. Fortuna che qui sono meno insistenti che a Londra o Parigi. Facendo lo slalom tra i “butta-dentro” ho finalmente trovato un capsule disposto ad accettare un barbaro gaijin. Fatto il check in, sono andato con Nao a bere qualcosa: era presto e non avevo sonno. Tornato in hotel, faccio la doccia e la sauna, che cacella ogni traccia di stanchezza dal mio corpo e mi getta in uno stato di lucidita’ mentale e corporale che non vivevo da tempo. Risultato? Una volta entrato nel loculo (che e’ molto comodo, riesco anche a starci seduto!) quasi non dormo. Senza bisogno della sveglia, o di un miracolo, resuscito dal mio sepolcro di buon’ora, circa le quattro, e ho tutto il tempo per una colazione a base di onigiri (“rice balls”) alle umeboshi (prugne in salamoia) e kombu ( sono alghe squisite) comprati dal 7eleven vicino all’hotel. Prendo il primo treno della Yamanote e poi cambio per la monorotaia. Con la mente ritornavo a due anni fa, al mio primo viggio a Tokyo. Quello stesso tragitto, percorso in senso inverso, mi aveva dato una visione allucinante e, allo stesso tempo, affascinante di Tokyo. Grattacieli enormi sull’acqua, autostrade, costruzioni ultramoderne. Un primo impatto notevole, della cui forza il tragitto da Narita, l’aeroporto internazionale, non ha nemmeno l’ombra. Mi ricordo che mi chiedevo: “Ok, ok. A Tokyo sono in tanti, ma tutti questi grattacieli basterebbero a contenere la popolazione del Giappone! Cosa se ne faranno di tutti questi affascinanti monumenti all’era moderna? Sara’ solo la solita questione di immagine?”.

In aeroporto tutto procede senza intoppi, se non che, mi fanno svuotare lo zaino, sotto lo sguardo accusatorio e un po’ indignato degli altri passeggieri. Sono alla ricerca di un un qualcosa da sequestrare. Alla fine trovano il mio coltellino svizzero da giovane marmotta e me lo spediscono separatamente. Una volta arrivati a Hiroshima, me lo avrebbero restituito. Lo ficcano in una busta e lo catalogano come “arma”. Con i tragici accadimenti di settembre, non me la sento di accusare il servizio di controllo dell’aeroporto di pedanteria. Dall’aereo si gode una vista incredibile del Fujisan. Davvero unica: unica la vista, unica la montagna che per bellezza ha poche rivali. Leggo sul giornale che secondo un recente studio amenricano la vita media e’ sesibilmente piu’ lunga per le persone che dormono dalle quattro alle sette ore a notte. Dimentico l’ansia di essere sospeso da qualche parte nel cielo giapponese pensando alla lunghissima vita che mi aspetta. Hiroshima e’ una bella citta’. La mia Lonely Planet la definisce “vibrante”. Piena di tram, riciclati dalle citta’ giapponesi che hanno preferito la metropolitana, gli autobus o le macchine, Hiroshima ricorda un po’ Milano. Con un certo gusto per i tempi andati, anche se, ovviamente, e’ tutto nuovo. Arrivo in aeroporto e nevica. Che bello: La tanto desiderata neve giapponese! Il tempo e’ strano, nevica e poi piove, in continua alternanza e, cosa alquanto insolita, almeno per me, ci sono allo stesso tempo ampi squarci di sole. Sembra un tempo artificiale, governato da una macchina impazzita. L’ A-bomb Dome mi appare all’improvviso e mi colpisce come tutto sia…”normale”. Per me e’ sempre stato un monumento dalla forza tragica, qualcosa sotto la quale non si poteva camminare disinvolti, come se si fosse al supermercato. Ma qui, eccetto i turisti, nessuno ci fa caso. Del resto e’ ovvio che sia cosi’, la memoria e’ essenziale, ma e’ inutile soffrire ancora. Con un certo timore e una grande tristezza, dovuta ad un forte coinvolgimento emotivo, mi aggiro per i monumenti che denunciano gli orrori della bomba. Ho voglia di vedere il monumento alle vittime coreane che, con un vergognoso ritardo, e’ stato costruito solo negli anni 70. Molti sono gli studenti delle elementari in gita scolastica, alcuni portano le 1000 gru di carta e li lasciano accanto ai monumenti. Sembrano molto poco interessati a quello che vedono. Mi riesce difficile pensare che se quel 6 agosto fossi stato a Hiroshima sarei probabilmente morto di una morte orribile. Tutto nel parco e’ cosi’ tranquillo, sembra impossibile che sia successo quello che e’ successo. Il museo ha un impatto fortissimo, mi lascia incapace di parlare fino all’arrivo al ryokan di Miyajima, dove la bellezza del posto mi ridona la serenita’. L’isola, con il celebre torii sull’acqua, e’ considerata una delle tre viste piu’ belle del Giappone. Non a torto. La natura frastagliata della costa, piena di picchi e insenature, con pini marittimi che contorti si aprono varchi tra le roccie lascia a bocca aperta tanto e’ bella. Il posto mi ricorda un po’ di Portofino ma con un’aria (ma guarda un po’) piu’ giapponese e meno snob.



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