Il delirio d’ islanda continua

IL DELIRIO D’ISLANDA CONTINUA Fiordi occidentali e Snaefellsness (Prima parte)Altri suoni, altre sfumature di colori hanno intaccato i labirinti della nostra memoria, da poco tornati dalla seconda “full immersion” in questo incredibile pianeta. Sarà...
Scritto da: thomas-anto
il delirio d' islanda continua
Partenza il: 21/07/2008
Ritorno il: 01/08/2008
Viaggiatori: in coppia
Spesa: 2000 €

24 luglio, giovedì : (strada n. 1: Borgarnes- Bifrost- Bru) e strada n. 61 :svolta per i fiordi occidentali, fattoria*********, che si trova a Km12 a sud di Holmavik= km 190 circa, di cui Km 45 sterrato. Verso le nove e mezzo partiamo, dopo una sostanziosa e buona colazione. Torniamo a Borgarnes per fare la spesa al Bonus (ben fornito) e, dopo aver fatto un rabbocco di benzina al serbatoio, svoltiamo nella Ring Road, cioè la n. 1, per Bifrost e Bru.(* Attenzione.. Fare comunque il pieno a Bru, perché sino ad Holmavik non c’è più nessun benzinaio). Il tempo è sempre variabile, col sole in perenne gioco con le nubi. Rivediamo le distese d’erba costellate di pecore dell’anno precedente e, appena prima dell’imponente vulcano Grabrok, ci fermiamo a un bar accanto alla strada dove leggiamo, con una certa curiosità, che aprirà alle undici del mattino. Non potendo prendere il caffè causa palpitazioni che mi provoca da sempre, avrei voluto una tazza di the ( quello preso fattoria non mi ha dato una sufficiente sferzata). Quindi sprofondo inevitabilmente in un sonno di piombo e mi sveglio solo a Bru. A sinistra, sulla strada, ritroviamo lo snack e il benzinaio che già conosciamo dal luglio scorso (ma d’ora in poi sarà tutto nuovo per noi) e risoluta cerco ben tre bustine di the. Ora sto davvero meglio e indico con sicurezza a Thomas la strada n.61 che ci porterà nei Fiordi Occidentali (la strada n.1, invece, prosegue per Akureyri che è nel cuore settentrionale dell’isola) .I primi chilometri sono asfaltati, poi, come avevo già notato sulla cartina, inizia uno sterrato. Andiamo a 40-50 km\h, essendo su un 2×4, e meno male che non mi vedete perché, lo schienale molto all’indietro, la cartina in mano, il binocolo a tracolla e la telecamera, sono un po’ buffa. Dimenticavo..continuo a perdere e a ritrovare la lente d’ingrandimento per leggere le scritte, davvero troppo piccole, a volte, sulla mappa. ….E qui iniziano altri colori non ancora veduti. Il fiordo alla nostra destra è un continuo succedersi di spiagge brune e nere, con sfumature inconsuete. Incontriamo i primi uccelli che stanno a gruppi a tuffarsi (oche, germani, cormorani e perdonate se le nostre cognizioni in ornitologia sono così sommarie). Il resto è solitudine. Il silenzio si esprime solo attraverso queste melodie intonate dagli animali, pecore comprese. Costoro, più incoscienti di quelle già incontrate in precedenza, forse perché non avvezze al pericolo, si azzardano sino al ciglio della strada e ci guardano molto incuriosite. Rarissime sono le auto che incontriamo in senso inverso. Facciamo la conoscenza con un curioso cartello stradale collocato al centro della strada che indica, con una freccia diagonale verso il basso, a destra, di non guidare in mezzo alla carreggiata poiché c’è un rialzo del terreno. Tuttavia sappiamo che non conviene neppure guidare troppo sul ciglio, perchè il manto stradale lì è piuttosto sconnesso. Comunque tutto è fattibile, bisogna solo mantenere un’andatura moderata e stare attenti. Intanto i chilometri si susseguono, il tempo è sempre variabile, la strada sta per lasciare il fiordo (Hrutafjordur) e la natura continua a lanciarci immagini a manciate: qua e là scogli, un villaggio minuscolo con la sua chiesina dal tetto rosso, come le sue quattro case ad incorniciarla, un improvviso prato di fiori gialli che digrada verso il mare perlaceo. Entriamo in breve in un altro fiordo, più corto e più stretto, la strada ritorna asfaltata insieme ai miei sospiri di sollievo, ma tutto è comunque una fiaba narrata sottovoce, accanto alla sinfonia del motore dell’auto che riprende fiato per un po’, sino a intonare nuovamente le sue marce basse un po’ più tardi (altro sterrato), mentre il mare occhieggia ancora insieme a qualche sorriso del sole che riesce a forare le nubi a strati sottili. Un’altra volta la strada prosegue all’interno, un altro nulla segue a un altro niente, ritorna l’asfalto e il vento a cantare il meriggio più rasserenato, via via che guadagnamo strada e chilometri e usciamo dalla bocca di un altro fiordo, l’ultimo, per oggi. Sono circa le tre e mezza e, nella seconda parte del Kollafjordur, la strada ritorna asfaltata mentre i nostri occhi si fanno più attenti ancora, perché poco ormai dista la fattoria prenotata, a soli dodici chilometri dal villaggio di pescatori di Holmavik, tappa prevista per domani. Eccola, infine, un po’ rientrante dalla strada : due piccole costruzioni e accanto un’auto già ferma con dentro una coppia (svizzera, scopriremo tra poco) che aspetta come noi qualcuno che non è in casa. Una delle porte, tuttavia, non è chiusa a chiave. Entriamo, dopo aver chiesto permesso per un po’. Tutto è pulito e accogliente, i ladri qui evidentemente non esistono, oppure hanno troppo freddo. Attacco discorso con la signora svizzera. Anche lei si chiede come mai non ci sia nessuno e solo dopo dieci minuti buoni sentiamo la frenata brusca di un’auto ed eccoti una giovane donna col volto arrossato e biondi capelli scomposti che si scusa immediatamente con un largo sorriso. Era andata a far compere ma adesso non dobbiamo preoccuparci, ci mostrerà subito le stanze, dice in perfetto inglese. Thomas ed io veniamo indirizzati nella costruzione a sinistra, alla coppia invece verrà indicata la casa a fianco. Buon Dio, scopriamo che ci sono solo sei stanze per un bagno al piano, la categoria della fattoria è la più sobria, non c’era null’altro per diversi chilometri. Un letto matrimoniale, un attaccapanni e un paio di poltroncine sono tutto ciò che vediamo nella cameretta, peraltro pulitissima. Quasi tutto diventa in breve semi invisibile perché coperto dai nostri vestiti. Resta da notare ancora un minuscolo tavolino accanto al letto con una radio sveglia e una bibbia, naturalmente in islandese. Thomas è più pratico di me e si rifiuta di uscire dall’auto il suo bagaglio, perché messo nella stanza non rimarrebbe neppure il posto per poggiare un piede, visto che la mia valigia aperta occupa quasi tutto il pavimento. Il bagno al piano in compenso è fornitissimo, ci tuffiamo immediatamente a ristorarci in una doccia. Intuiamo che poi sarà occupato…e non sbaglieremo! La nostra stanzetta, dotata di un buon impianto, in breve si riscalda e riusciamo ad osservare nuove cose che prima non avevamo notato: ninnoli come piccoli vasi, nanetti, pupazzi, tutti costruiti artigianalmente e dipinti con grazia( poi ci diranno che l’artista in questione è la suocera della ragazza bionda, proprietaria della fattoria). Nel corridoio, dove si aprono le stanze, oltre al bagno, scopriamo una rientranza con bambole e lettini, insomma, in uno spazio ristrettissimo da “casa di Biancaneve” è stato ricavato un angolo per i bambini. In fondo al corridoio, invece, si apre un cucinino attrezzatissimo e con un angoletto dove sono sistemati divano e tv. Mangiamo per tempo i nostri panini e un po’ di frutta comprati al mattino, per poi decidere coraggiosamente di fare un giro attorno all’isolato. Altri turisti sono ormai arrivati ad occupare le stanze rimanenti. Io e Thomas usciamo appena in tempo per vedere una coppia giovane rientrare precipitosamente, chiaramente infreddolita. Goretex, sciarpa, cappello e guanti, mi affretto a filmare il più possibile, mentre si gela alternativamente la mano senza guanto che in quel momento sta azionando la telecamera. Ecco qui: tre, quattro gradi al massimo respirano la notte bianca, col sole che a tratti striscia sul mare. La rada azzurrina si staglia nel vento, da qui alle piccole luci sul lato opposto della baia, dove sorge Holmavik. A tratti si unisce il concerto di oche, anatre e altre innumerevoli qualità di volatili. Un coniglio bianco, naturalmente molto impaurito, si nasconde sotto una delle auto parcheggiate. Noncuranti del freddo, un gruppetto di bambini gioca in un piccolo piazzale facendo alcuni tiri a un canestro (felpe, cappellini, null’altro). Noi resistiamo ancora un po’, poi Thomas ha pietà di me e quindi rientriamo, anche se spiace a tutti e due voltare le spalle a questi riflessi lilla del mare e a un raggio di sole che insiste caparbio oltre la collina di Holmavik. Poco più tardi socchiudo gli occhi nella penombra, avvolta in un caldo piumone, mentre saluto un nanetto occhialuto sulla mensola della finestra. Forse è Dotto, mi pare narrasse la fiaba di Biancaneve… Thomas, naturalmente, già dorme. 25 luglio, venerdì : (strada n. 61: fattoria ********* – Holmavik – Miojfjordur: fattoria ********), Km 105 di cui Km 21 sono sterrati. Il sole sembra più deciso, oggi. Partiamo non propriamente presto (verso le dieci) dopo aver fatto colazione dalla gentile signora di ieri, che ci aspettava nella costruzione attigua col marito e una timidissima suocera, rimasta tutto il tempo su un divanetto a sferruzzare. In breve tempo raggiungiamo Holmavik, villaggio di pescatori dove ci affrettiamo a trovare un market (discretamente fornito), appena dietro il benzinaio (è necessario avere il serbatoio pieno perché la pompa seguente sarà a Sudavik, a soli km 9 prima di Isafjordur!). Qui di carino scopriamo le costruzioni multicolori, ma una di esse , in legno, con nostro disappunto, è chiusa: avremmo voluto infatti entrare nel caffe Riis, un edificio storico risalente al 1897. Non è aperto neppure il Museo della Stregoneria, ma dobbiamo ammettere che non lo avremmo comunque visitato perché non ci interessa un gran ché. Ma dove saranno tutti?, ci chiediamo, poiché davvero non c’è un’ anima in giro, a parte qualcuno che fa benzina o la spesa. Risaliamo in auto mentre la giornata, miracolosamente, sta diventando assolata, e tale resterà sino a sera. Arrivati in bocca allo Steingrimsfjordur, proseguiamo a sinistra per la strada 61, perché risalire il fiordo equivarrebbe per noi a sbagliare strada, entrando nella regione desolata dello Strandir, magnifica ma fuori dalla nostra rotta che invece ci porterà oltre ad Isafjordur, domani. ..E qui ci vorrebbero altre parole ancora, che non so trovare, perché ecco, per fortuna asfaltata, la strada ora sale e pare si debba raggiungere il cielo, ormai terso e di un azzurro indefinibile. Entriamo dentro un nulla diverso ancora, fatto di prati, di vento, di fiori gialli, violetti e bianchi che paiono soffice ovatta, mentre raggiungiamo la cima dell’altipiano e accanto a noi si staglia un’unica costruzione rossa(un rifugio), che pare uscita or ora da un telefilm di fantascienza. Sono circa le tredici quando decidiamo di fermarci proprio qui, a giocare con vento, e scopriamo che i pomodorini comprati ad Holmavik sono i migliori del mondo e anche i panini forse hanno qualcosa in più. Vediamo una, forse due auto, in un’ora intera, sorpassare il nostro veicolo parcheggiato. Infine riprendiamo la marcia e affrontiamo con cautela i tornanti in discesa, sino ad un autentico “oh” di stupore per il primo dei fiordi occidentali, l’Isafjordur, perché raccontare di questi momenti è difficile e neppure io, di solito così ciarliera, riesco neppure più a parlare. Sembra di scendere con un veivolo che con estrema dolcezza si va a posare sul fiordo. Ogni tanto accostiamo, immortaliamo istanti con macchina fotografica e telecamera, poi arriviamo alla bocca del fiordo, dove scopriamo un pontile e un gruppo di sterne codalunga niente affatto contente di noi. Dopo una breve lotta Thomas guadagna il passaggio, costretto a lanciar loro una o due pietre, infine arriviamo a una spiaggetta dove l’acqua è quasi tiepida perché riscaldata da un sole a dir poco cocente. Saremo a diciotto, forse venti gradi. Iniziamo a togliere goretex e maglione, ora basta la felpa. …… Quanto tempo saremo rimasti? E’ difficile lasciare questo angolo di paradiso, ma bisogna pur continuare il nostro itinerario! Consultando la cartina, Thomas decide di dar retta a un mio suggerimento. I fiordi saranno molti e quasi tutti dovremo affrontarli domani, è meglio non arrivare sino a Reykjanes (dove il benzinaio c’è e così le provviste, ma noi ne abbiamo a sufficienza per stasera), e quindi risparmiarci circa cinquantacinque chilometri. Quindi, invece di imboccare lo sterrato 633, giriamo a sinistra restando sulla strada 61, dove anche qui finisce l’asfalto ma si taglia all’interno. I chilometri sono undici e si sale su un altro altipiano, più corto del precedente, dove appare un altro rifugio, sempre rosso. Si sbuca infine, dopo altre meraviglie di prati, brevi corsi d’acqua e un piccolo ghiacciaio, nel Miojfjordur, a pochi chilometri dalla fattoria scelta per stasera. Ci concediamo un’ultima sosta presso un ruscelletto idilliaco e rimaniamo in silenzio ad ascoltare l’incanto del suo rigoglìo. I nostri occhi hanno ancora i riverberi del sole nell’acqua quando scorgiamo il cartello che indica la fattoria. Gli ultimi chilometri (dieci) sono puro sterrato ma ci aspetta una camera con bagno privato di quarta categoria, la migliore. Un cane prima e un pappagallo dopo ci accolgono, insieme a una signora anziana sorridente. La fattoria si trova in una valle che è un vero e proprio paradiso ornitologico, con tanto di cartelli esplicativi. La stanza è ampia, il letto, unica pecca, un po’ troppo morbido (senza le doghe), ma il resto, bagno compreso, è all’altezza delle nostre aspettative. Mentre Thomas mi precede in bagno, io resto senza più forze sul letto, mentre la schiena urla pietà e io cerco di non darle troppo retta guardando un canale alla tv (l’unico…che strano..) e scopro che stanno trasmettendo l’interminabile finction “Sentieri” in islandese, sottotitolata in inglese… Un colpo al cuore….Dio, non c’è “campo”!!!, sospetto atroce che diventa certezza appena guardo il cellulare. Risultato: la sera, faremo circa trenta chilometri (sterrato puro) per comunicare coi nostri cari, poiché la fattoria è stata costruita praticamente in bocca al fiordo. Altrettanta distanza bisognerà ripercorrere per guadagnare il letto e un meritato riposo. Non chiedetemi perché non abbiamo cercato di comunicare con telefono fisso, sicuramente presente in tal posto. Non so rispondere per Thomas, so solo che io non sono riuscita a pensare di restare altri minuti in piedi al telefono. Sento già odore di infiltrazioni ai dischi vertebrali.. Non voglio pensare…Maledetti siano i letti senza doghe!!!! …Il tutto si appanna nella penombra e nel quieto cinguettio avvolgente come un secondo piumone. SECONDA PARTE 26 luglio, sabato : (strada n. 61 e n. 60: – Mjoifjordur- Isafjordur-zona Flateyri: fattoria *********), Km 270. E anche stavolta ci siamo, sigillati nello sterrato, percorso in un tratto, ieri, per telefonare. Il tempo è bellissimo, sin dalla bocca del fiordo Mjojfjordur. Il sole prosegue anche dopo, a vortici lievi sull’acqua, mischiata allo scroscio di cascatelle che scendono a bagnare persino i cigli della strada, ora asfaltata. Ogni tanto un piccolo spiazzo, due panchine, per immergersi ancor più in questo abbraccio di natura, con le sterne artiche codalunga che reclamano il loro territorio e altri volatili che improvvisano duetti misteriosi. Si alternano altri fiordi : Skotufjordur, Hestfjordur, Seydisfjordur. Di fronte, limpidissimi , si stagliano l’isola di Vigur e, oltre, la penisola senza strade di Hornstrandir, col suo grande ghiacciaio Drangajokul e le sue nevi perenni. A un certo punto la poesia raggiunge il suo culmine: si sale verso un altipiano dove si domina tutto, anche il fiordo seguente, quello di Alfafjordur, sul cui versante occidentale è adagiata la cittadina minuscola di Sùdavik. Un paio di fuoristrada sono parcheggiati nello spazio dove anche io e Thomas decidiamo di fermarci. Il vento è notevole e dietro c’è un’alta propaggine montuosa verso cui Thomas sale per un po’. Mentre lui esplora, io non stacco gli occhi dall’azzurro limpidissimo del mare ed i ghiacciai di fronte. Un poco più ad est, rimane l’isola di Vigur e con lo zoom della telecamera intravedo l’unico mulino presente, accanto a una manciatina di case. E’ quasi strano aver fame in questo posto che ispira solo pensieri spirituali, ma siamo essere umani, quindi a un certo punto facciamo uno spuntino. Dopo mezz’ora continuiamo la marcia e raggiungiamo la sopra citata Sùdavik, dove facciamo benzina e un po’ di spesa nel market attiguo al benzinaio. Casette multicolori e un piccolo porto sono tutto quello che è Sùdavik. La strada è ancora asfaltata quando raggiungiamo finalmente Isafjordur, nel magnifico fiordo di Skutulsfjordur. Purtroppo il mio mal di schiena è aumentato e perciò non riusciamo a fermarci per esplorare un poco il porto e le vecchie case di legno rivestite di lamiera. Ci accorgiamo tuttavia di una grossa nave da crociera ancorata al porto e delle vette torreggianti che sovrastano la città. Dal porto partono anche le numerose crociere verso l’isola di Vìgur vista prima, un gioiello di grazia, credetemi, e sarebbe stato bello potervi andare, ma purtroppo abbiamo trovato disponibilità solo una notte nella fattoria di cui poi vi parlerò, e quindi non ci sarebbe stato tempo disponibile. (Ogni giorno c’è una partenza alle ore 14.00). Così sono saltate pure le escursioni ai vicini paesi di Bolungàrvik e di Sudùreyri, due villaggi di pescatori, il primo con un importante museo marittimo che avrei voluto vedere almeno dall’esterno, essendo un vecchio capannone d’ erba e in pietra, il secondo perché immerso in uno splendido paesaggio. La fattoria che ci affrettiamo a raggiungere, ormai alle sedici e trenta del pomeriggio, si trova nella zona di Flateyri ( la strada è ora la n. 60)e per raggiungerla imbocchiamo un tunnel lungo ben cinque chilometri. Alla fine, dopo circa sette chilometri, c’è un cartello che indica il nome della fattoria, “Kirkjubol Korpudalur”. (In questo caso ne cito il nome per intero, perché chi legge ed è intenzionato a compiere il nostro viaggio non si sbagli come è accaduto a noi.) Appena dopo c’è un ponte, che avremmo fatto bene ad attraversare, proseguendo la strada asfaltata. Invece, in una conca circondata da montagne da sogno, giriamo a sinistra in una strada sterrata difficoltosa, troviamo due Austriaci vestiti tipo”figli dei fiori” e aspettiamo con loro fuori dalla fattoria, la cui entrata risulta comunque non chiusa a chiave. Io entro spinta da un bisogno fisico impellente, e mi accorgo che è stranamente più piccola di quello che mi aspettavo, che la radio è accesa e non c’è anima viva. Dopo aver atteso almeno mezz’ora (i due Austriaci, molto seraficamente, mi informano che il proprietario è andato a far spese e non sarà di ritorno molto presto) io sono molto avvilita , riflettendo anche sul fatto che il tetto di tale abitazione è azzurro, mentre sul sito di Internet si presentava verde. Infine un po’ spazientito Thomas telefona al proprietario informandolo del nostro arrivo. Dopo un’altra mezz’ora due gentilissimi coniugi appaiono alla guida di un fuoristrada e, in seguito, leggendo il foglio della nostra prenotazione, ci informano candidamente che abbiamo sbagliato fattoria. E’ necessario ripercorrere lo sterrato, riportarsi sulla strada principale, attraversare il ponte (quindi il fiordo Onundarfjordur) e proseguire per altri cinque chilometri circa. Io sono piuttosto allo stremo perché non vedevo l’ora di stendermi a letto, ma tant’è! Quindi seguiamo le loro istruzioni e finalmente arriviamo alla tanto sospirata( e giusta)fattoria, chiamata “Kirkjubol in Bjarnardalur”. Il tetto è naturalmente verde come quello della foto vista su Internet. Peccato che sulla cartina(chiamata Landmaelingar Islands, precisissima sinora sempre) ci fosse stato il disegnino col letto indicante l’ostello per la gioventù (quello di prima), mentre il secondo “kirkjubòl”, quello giusto, fosse un semplice nome senza alcun disegno, praticamente indicante soltanto il nome di un villaggio! Parecchio arrabbiata lo sono davvero, comunque finalmente il posto giusto è questo. La categoria è la terza, quindi c’è il bagno e il letto è comodissimo. Doccia, cena piuttosto abbondante in camera grazie alle compere di oggi e pastiglie antidolorifiche seguono a chiacchiere concitate da parte mia e al cipiglio di Thomas, preoccupato per la mia sorte. La notte fatico a dormire, così ho tutto il tempo di seguire mio marito nel suo viaggio verso Morfeo, il dio del sonno, e cerco di consolarmi osservando la magnifica montagna che si ammira dalla finestra e il crepuscolo azzurrino che inizia a cullare anche me, dopo molto tempo, verso altri lidi. 27 luglio, domenica : (strada n. 60: zona Flateyri- zona Latrabjarg: fattoria *********), Km 223. Oggi non sarà comodo, perché attraverseremo una zona ricca di sterrati. Non è prestissimo, perché Thomas ha avuto pietà e mi ha lasciato dormire un po’. Verso le nove e mezza, quindi, partiamo incontro a un sole un po’pallido ma comunque tenace, dietro a una cortina di innocue nuvole. Dopo circa 15 chilometri (strada asfaltata) giungiamo nel villaggio di Thingeyri, 340 anime, dopo aver attraversato un ponte che.. Attraversa il fiordo Dyrafjordur. Rabbocchiamo il serbatoio e mi concedo una tazza di the in un bar, mentre Thomas sceglie qualcosa da mangiare per i prossimi due giorni. In uno scenario “da urlo” (intorno a picchi di roccia e pietrisco che si specchiano in un fiordo tra l’azzurro e il grigio perlaceo), riprendiamo la marcia armati di pazienza perché inizia uno sterrato che continuerà per molti chilometri( circa centosette, il più lungo di tutto il viaggio). La strada sale da subito, dietro la parte meridionale del villaggio, sino al “belvedere Sandafell”. La vista sul fiordo mozza davvero il respiro: qui cantano nel vento un paio di piccoli ghiacciai raggiungibili facilmente dalla strada. Thomas dimostra la sua maturità restando a guardarli a una certa distanza e fotografandomi mentre io invece, tornata bambina, mi getto su uno dei due, bagnandomi i jeans. La strada seguente è una serie di curve da prendere con una certa prudenza, anche perché in discesa. Il villaggio seguente è Hrafseyri, importante perché vi nacque il padre dell’indipendenza islandese, Jon Sigurdsson, a cui è dedicato un piccolo museo che purtroppo non abbiamo il tempo di visitare. Le meraviglie proseguono, sempre a 50 Km orari o ancor meno, costeggiando l’Arnarfjordur, un ampio braccio di mare che in seguito si divide in altre cinque parti minori. Ogni tipo di nuvola è svanita da tempo, il sole danza nell’acqua tra mille barbagli, e già da lontano è visibile la cascata maggiore dei fiordi occidentali, chiamata Dynjandi, venti chilometri dopo l’ultimo villaggio attraversato. Qui troviamo altra gente(incredibile, dopo tanta solitudine) che ha scelto questo posto per ristorarsi, come noi. Facciamo quindi un ricco spuntino davanti a questa spettacolare visione d’acqua che si getta da un’ampia scarpata, a breve distanza dalla strada n.60. La portata è ampia, tanto che io e Thomas dobbiamo alzare la voce per udirci. Dopo circa un’ora riprendiamo la strada e giuriamo che avremmo voluto fermarci ancora di più. Nuovi chilometri, identico sterrato, la schiena comincia a dolere ma provo a distrarmi nel lunare paesaggio di Glàma, spoglia brughiera coperta di tundra. Ventotto chilometri circa di questa desolazione sublime non sono pochi, anche perché l’auto deve percorrerli a marce ridotte. Gli occhi di entrambi sono molto attenti, però, anche a una deviazione che si presenterà e che verrà indicata da un cartello minuscolo. Importantissimo stare in guardia, perché si lascia la strada n. 60 per imboccare la n. 63. (la n. 60 termina a Flokalundur, a pochi chilometri dal traghetto Baldur che porta in tre ore alla penisola di Snaefellsnes ). Questo percorso noi l’abbiamo scelto perché abbiamo deciso di fare una sosta a Latrabjarg, dove ulteriori miracoli della natura ci attendono. Altri tre piccoli fiordi vengono attraversati, in bocca all’ultimo dei quali c’è una cascata. Sei chilometri prima del successivo villaggio, Bildudalur, finalmente torna l’asfalto. La schiena si placa e urla vittoria, continua a strillarla per altri diciassette chilometri, sino a Talkafjordur, anche se gli occhi non cessano di osservare l’ennesimo fiordo, ormai pervaso dagli scintillii arancioni del tardo meriggio. Raggiungiamo poi la periferia di Patreksfjordur, un villaggio più grande adagiato nel fiordo omonimo che sorge su una lingua di terra ghiaiosa e offre l’ennesimo scorcio poetico alle nostre rètine, già ubriache da tempo di colori mai visti. La strada diventa la n. 62 e bisogna risalire la bocca del fiordo e non girare a ritroso, perché anche da qui si arriverebbe all’imbarco del già citato traghetto Baldur. Proseguiamo e notiamo che la strada è diventata la n. 612. Dopo poco “carta canta”, cioè la cartina segnala inderogabilmente l’inizio di un nuovo sterrato che risale il Patreksfjordur. Sorpassate le rovine dello scafo arrugginito di un peschereccio, Thomas ignora la deviazione a sinistra per la strada sterrata n. 614 che porta a Raudissandur dopo dieci chilometri (e che spero non sarà ignorata domani dal mio caro marito, perché c’è una magnifica spiaggia rossastra). Dopo una decina di chilometri, pur stanchi, siamo lesti a notare un cartello che indica di svoltare a sinistra per arrivare alla penisola di Latrabjarg e non quindi a proseguire diritto per la strada n.615. Qui inizia una spiaggia sottostante che si insinua all’interno, foce di un corso d’acqua. E’di color pastello a sfumature di rosa e beige e noi la guardiamo dall’alto inebetiti di gioia, mentre un duetto di pecore pascola sul ciglio della strada e un terzo ovino, dal lato opposto, ci osserva curioso e per nulla impaurito. Da tempo ho provato nel mio inglese stentato ad avvisare la fattoria del nostro ritardo (dopo le 18.00 è obbligatorio telefonare se non si è ancora arrivati, perché la camera potrebbe essere data ad altri). Così, e son circa le sette di sera, arriviamo ad un’ ultima deviazione a destra, a neppure cinque minuti dalla nostra fattoria, nel villaggio di Brèidavik. E’ facile arrivarci perché le due costruzioni che la costituiscono sono adagiate, accanto a una piccola chiesa, in una distesa immensa di sabbia dorata. Arriviamo senza fiato : Thomas è forte e si domina, a me invece spuntano un paio di lacrime che proprio non riesco a trattenere. La camera, nella costruzione un po’ più vicino alla spiaggia, è di terza categoria e quindi ha il bagno. Thomas è il primo a fare la doccia. E’ un suo diritto perché è lui ad aver guidato e di sicuro è più stanco. Mi getto sulle prime provviste, ma già il mio compagno mi chiama. Mi ero appena sdraiata sul letto, due vertebre a pezzi. +++ Parentesi “fantozziana” e comunque l’unica, per fortuna, nell’intero viaggio (assolutamente obbligatorio da leggere per chiunque si voglia fermare qui). Nel vano doccia Thomas nota che non sono presenti né i rubinetti né il miscelatore, ma solo un pulsante che fa uscire l’acqua e che periodicamente si deve rischiacciare perché il liquido smette di fuoriuscire. Sopra il boiler esistono due scritte in inglese poco esaustive, comunque intuiamo che l’acqua si debba regolare dal boiler, non essendoci un modo di farlo dalla doccia. Thomas ha l’abitudine di insaponarsi e di stare poi a lungo sotto il gettito d’acqua. Purtroppo oggi non sarà così. Le sue proteste vivaci, infatti, non tardano a farsi udire, perché, essendo l’acqua troppo fredda (Thomas mi giurerà poi che più di cinque gradi non erano) mio marito regola al massimo la temperatura del boiler. E’ tutto insaponato e, dopo pochi attimi, lo sento lamentarsi che si sta letteralmente bruciando. Mi affanno quindi sul pomello del boiler per abbassare la temperatura, ma senza risultato, poiché a Tom sembra sempre di fare una sauna doppia. Ce ne vuole perché il sapone abbondante si sciacqui interamente, quindi, tra rapide entrate e precipitose uscite dalla doccia da parte di Thomas, sembra che l’acqua, per trenta secondi almeno, sia della temperatura giusta. Invano. Al trentunesimo secondo la scorta di liquido indispensabile per la vita sul pianeta sta diventando a poco a poco fredda come l’oceano che circonda l’Islanda e così Thomas, sciacquato alla bell’e meglio, esce rabbrividendo dal vano diventato per lui uno strumento di tortura. Il boiler era secondo me della portata massima di cinquanta litri, anche meno, quindi l’acqua calda, mal regolata, si è esaurita in un battibaleno. Protestando energicamente ancora un po’ sulla “doccia scozzese” a cui ha dovuto sottoporsi, Thomas si riveste e attacca a mangiare le provviste come faccio io. Fosse capitato a me, credo mi sarebbe venuta una crisi nervosa. ++++++++++ Chiaramente non posso farmi la doccia ora perché sono molto diversa da un orso polare, quindi mi limito a lavarmi la faccia, con la sensazione di essere all’interno di una delle cascate che abbiamo ammirato oggi. Thomas, detto anche “Terminator”, come avevo già scritto, supera il momento di crisi in poco tempo e mi propone di esplorare la spiaggia dorata. Lui cammina per primo, io arranco dietro a tappe, pur non perdendomi l’incanto della sabbia dorata e della poesia del vento che gioca con le ombre azzurrine mischiate agli ultimi raggi del sole della sera. Sorpassiamo una palizzata di ferro, costruita probabilmente per impedire che le pecore, presenti ovunque, possano raggiungere la spiaggia. Parliamo poco. Immortaliamo noi stessi e il paesaggio da favola con foto e telecamera, bagniamo i piedi nel gelido oceano che ondeggia i suoi spruzzi intessendo un gioco infinito con la rena. Al ritorno, udiamo una pecora chiamare la madre a più riprese, disperata di essersi perduta. Mentre ci avviciniamo alla fattoria, un altro belato stentoreo e sicuro si avvicina al piccolo ovino. In breve la coppia di unisce a un altro gruppetto che gira curioso e niente affatto impaurito accanto a un camper che ha deciso di pernottare poco lontano da noi. Dopo circa un’ora dal rientro in camera, prendo coraggio, armata di sapone, shampo e balsamo e, con la stessa foga che uso lottando col boiler minuscolo della casetta di montagna di mio fratello, chiedo a Thomas di ruotare il pomello del boiler ai tre quarti della temperatura massima. Così eseguo la doccia più veloce della storia, aiutata anche dal fatto che l’acqua termina il suo gettito a intervalli regolari e quindi ne approfitto per insaponarmi i capelli. Stesso metodo uso nella fase del balsamo. Purtroppo è stato Thomas a farmi da cavia involontaria, comunque ho capito che per qualche arcano motivo la temperatura, una volta regolata, non si può cambiare. Evidentemente sono riuscita a trovare quella giusta per un colpo di fortuna e poi ho dovuto procedere a tempi molto accelerati. Domani dovremo svegliarci non tardi se vorremo andare a Latrabjarg. Inoltre il traghetto parte alle dodici e un quarto e dovremo prenderlo. Le emozioni, tuttavia, sono state così forti e ravvicinate che nostro malgrado restiamo a lungo a parlare della giornata appena trascorsa, prima di prendere sonno. L’ultima cosa che riesco a vedere dalla finestra è un crepuscolo blu con al centro l’ombra nera di un cavallo, che credo anche lui si appresti a dormire.



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