Il Cammino di Santiago di Compostela 2

Da Astorga verso la Cattedrale di Santiago
 
Partenza il: 12/08/2017
Ritorno il: 24/08/2017
Viaggiatori: 1
Spesa: 1000 €

Partito con quella convinzione che “a me andrà piuttosto bene”… un poco di allenamento alle spalle, abbigliamento ed accessori adeguati, il Cammino mi ha strapazzato sin da subito: ho avuto la febbre, mal di gola e tosse, vesciche, infiammazione al ginocchio, tensioni muscolari e…

Un solo pensiero mi tormentava appena sveglio ogni mattina: forse oggi non ce la farò. Ma prima di arrivare a questo pensiero devo fare un passo indietro. Da diversi anni covavo il desiderio di fare il cammino di Santiago anche se non posso proprio definirmi un camminatore o escursionista. Ne avevo voglia senza alcun motivo apparente, mi attirava e basta. Quest’anno ho tirato un bel respiro e deciso su 2 piedi di affrontare quest’avventura, ma per mancanza di tempo ho potuto solo fare le ultime 2 settimane scegliendo come punto di partenza Astorga. Partendo dall’aeroporto di Fiumicino il modo più pratico per arrivare ad astorga è stato fare tappa a Madrid e poi con un autobus Alsa arrivare ad Astorga. L’autobus conviene prenotarlo per tempo su internet per così evitare le lunghe file agli sportelli in stazione, il costo è stato di circa 24€ e a pieno titolo questo tratto può far parte dell’inizio del viaggio verso Santiago… ci vogliono 4 ore e più per arrivare a destinazione e con a disposizione una sola sosta per i vari bisogni e rifornimenti. Arrivo in tarda serata e pernotto in un ostello con bagno condiviso. Ci siamo! Al risveglio son carico e pieno di emozione e prima di entrare nel percorso decido di andar a vedere la cattedrale e il palazzo Gaudì che meritano davvero. Finita la visita torno indietro e imbocco il sentiero segnato dal mio primo cartello e ricevo un ulteriore primo Buen Camino. Sono gasato e parto a tutta birra con passo lungo e piuttosto rapido, sorpassando vari pellegrini e facendomi apporre il primo timbro nella chiesetta dell ECCE HOMO. Inizio a fare i primi errori. Vado troppo veloce e lo zaino non lo regolo abbastanza spesso. Continuo a sbagliare quando non mi fermo al primo paesello che incontro, Santa Catalina de Somoza, riempio la borraccia e non do tempo ai miei piedi di respirare e alle mie gambe di aver il giusto ritmo. La prima sosta la effettuo dopo più di 9 km di cammino ad El Ganso. Il paese è piccolo ma si presenta bene e pulito. Sono appena le 9 e stanno già facendo la fiesta in paese. Mi rifocillo un pò con frutta secca, qualche biscotto e sali minerali. Una gentile signora mi fa entrare in una cantina/negozio dove vende le famose conchiglie di cappesante e ne compro una ad un prezzo onesto 1,5€. Sarà la mia compagna più fidata, assieme ad i sandali, lungo il cammino. Riprendo il cammino e dopo circa 4 km inizio a sentire qualcosa che non va ai piedi. Una vescica sta facendo capolino sotto la pianta del piede sinistro. Cammino ancora e le difficoltà iniziano a farsi sentire. Ho esagerato e lo capisco ma mi fermo per tempo a Rabanal del camino. La mia prima tappa si conclude alle 12:40. Decido di alloggiare al albergue Guacelmo CONSIGLIATISSIMO e ad offerta libera. Lo gestisce un gruppo di accoglienti e gentilissime signore inglesi che avranno premura di noi pellegrini anche a colazione preparandoci del pane fritto nel burro e con spalmata sopra della marmellata, si rivelerà una benedizione per affrontare la salita del giorno dopo. Pulito, ordinato e silenzioso, il migliore incontrato lungo il mio cammino. Rabanal è un piccolo paese medievale molto molto bello ed attrezzato per accogliere gli stanchi pellegrini che sono al centro del loro mondo e proprio di fronte al rifugio c’è un monastero ove i monaci intoneranno i vespri con canti gregoriani. Per l’ora di cena ci si può cucinare qualcosa essendo provvisto di cucina e vettovaglie e le signore inglesi cercano di far fare gruppo ai vari pellegrini. Da precisare una cosa, tendenzialmente sono un poco asociale e difficilmente parlo con altre persone eppure già da quel giorno conosco altri 2 italiani ed un giapponese. La prima cosa che mi insegna il cammino è che ti sentirai parte di qualcosa ed io inizio a sentirmi così. Fantastico. La seconda lezione la riceverò all’alba del giorno seguente. Tutti i giorni saranno scanditi con gli stessi ritmi e riti che pian piano imparerai ad amare.

Sveglia quando il sole non ha ancora fatto capolino, cerchi di fare il minor rumore possibile per non svegliare chi dorme ancora, colazione che non ha nulla da invidiare ad un pranzo e di nuovo Buen camino a todos. La vescica fa ancora male e decido di sostituire le rodate scarpe da trecking con dei sandali da trecking, e mi accorgerò che camminerò molto meglio con questi. Scoprirò che ognuno ha la sua visione e non sarò l’unico ad affrontare il cammino solo con i sandali. Ma è il giorno del mio compleanno e sono felice mentre stringo tra le mie mani i sassi portati da Fontechiari, il mio paese, ed il santino della mia parrocchia, che depositerò nei pressi del punto più alto del famoso Cammino. La salita non impegna troppo e con un paio d’ore raggiugno la Cruz de Hierro. Pelle d’oca! Fa freddo, c’è nebbia e sembra voler piovere. Tutti con le nostre felpette assolviamo ai nostro personale rituale posizionando gli oggetti ai piedi della croce con rispetto ed uno strano silenzio e per una mezz’oretta resto a contemplare la bellezza del paesaggio e la religiosità del luogo. Fin qui tutto bene, il fisico risponde senza problemi. Passo per Manjarin, famoso per il rifugio templare, forse un pò sopravalutato ma da qui a Molinaseca solo discesa, lunga, estenuante, difficile discesa. Molti pellegrini qui subiranno i problemi maggiori, me compreso. Il sentiero è in alcuni punti ripido ed insidioso, c’è da far attenzione a dove metti i piedi ed a causa delle vesciche cammini male. Le ginocchia soffrono e non poco. Per fortuna si presenta agli occhi, come un miraggio, il paesino di El Acebo. Non voglio far l’errore del giorno precedente e decido di pranzare con un panino e fare una pausa di mezz’ora. Alla ripartenza sento per la prima volta un dolore che non mi lascerà più fino alla fine del cammino: i muscoli dei polpacci si sono raffreddati ed ad ogni ripartenza la tensione muscolare si farà sentire finchè i muscoli non si scalderanno ancora, personalmente il tempo di recupero andava dai dieci ai venti minuti dopo il quale tornavo a “star bene” (parolone). Si torna a scendere dolcemente ma fino alla fine dell’asfalto; da qui il tormento della discesa ripida aumenta ulteriormente. La difficoltà è costante, inizi a vedere i primi pellegrini che si fermano dove possono per riposarsi e curarsi, c’è chi è davvero sfinito e questo è un colpo per il morale. Dopo 4 ore di discesa inizio a dare primi numeri. Davvero stanco di scendere, scendere, scendere e ancora scendere. Il ginocchio sinistro sta per andare fuori uso e debbo fasciarlo, fa male. Mi sento arrabbiato, e per la prima volta mi dico “ma chi me l’ha fatto fare”. Scoprirò in seguito che a 9 pellegrini su 10 questa espressione risulterà familiare e questo ti aiuta a sentirti meno scemo e fallito. Finalmente Molinaseca. Qui prendo la decisione più stupida che potessi prendere. Stavo ancora bene, nonostante il nervosismo e il ginocchio dolorante, avevo nelle gambe già 23 km e sentivo di poter dare ancora qualcosa. Decido di percorrere gli altri 6 km circa che mi separano da Ponferrada. Dopo i primi 3 km affrontati agevolmente mi blocco, letteralmente. Il mio corpo non vuole più saperne di andare avanti, tutti i dolori tornano a farsi sentire prepotentemente; ginocchio, polpacci, mi manca il fiato e sono senza un briciolo di energia. Con grande fatica continuo e mi appello alla bontà di un abitante locale per farmi offrire un pò d’acqua fresca. Arrivo a Ponferrada quasi con le lacrime agli occhi per il mio stato psico fisico. Trovo posto nel albergue municipal in una grande camerata da 80 posti (consigli per la sopravvivenza, non dimenticate i tappi per le orecchie sono essenziali). Anche qui accettano offerte. tutto è pulito, le docce sono tante ed è disponibile utilizzare la cucina e pentolame vario e nel dubbio è presente un distributore di bibite e snack. Un sollievo alla mia condizione fisica lo ricevo affondando le mie gambe nell’acqua fredda della grande vasca posta al centro del cortile del rifugio. Il mio compleanno si conclude così, stremato, con le gambe a mollo e nella testa la solita frase: Come farò domani? Riuscirò ad andare avanti?



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