I sogni di chiara: los roques, diario di viaggio

LOS ROQUES Una donna energica e decisa che affronta la Guardia Nacional armata di sigaro e cipiglio, un uomo di mare cocciuto che mantiene le promesse e vive di ‘pescado’, un trafficante in vacanza che porta in giro i turisti, un commerciante italiano che arreda i grandi hotel del Sudamerica. Vite avventurose abbozzate nello scenario...
Scritto da: walter-molino
i sogni di chiara: los roques, diario di viaggio

LOS ROQUES Una donna energica e decisa che affronta la Guardia Nacional armata di sigaro e cipiglio, un uomo di mare cocciuto che mantiene le promesse e vive di ‘pescado’, un trafficante in vacanza che porta in giro i turisti, un commerciante italiano che arreda i grandi hotel del Sudamerica. Vite avventurose abbozzate nello scenario dell’America latina caraibica, un viaggio che parte dal buio gelido di un’alba milanese e arriva nell’arcipelago di Los Roques, a nord del Venezuela. SCHEDA A soli 150 km dalla costa nord del Venezuela, Los Roques si estende per 27 km da nord a sud e per 36 km da ovest a est. Immerso nel Mar dei Caraibi, l’arcipelago è Parco naturale dal 1972 e negli ultimi anni è diventato una meta turistica molto frequentata. Il divieto di costruire alberghi o nuove case, comunque, insieme a servizi non ancora completamente sviluppati, mantiene la vacanza nell’arcipelago su standard abbastanza ‘selvaggi’, e quindi al riparo, per il momento, dal turismo di massa.

Gran Roque è l’unica isola montuosa ed è il centro dell’arcipelago, ospitando quasi l’intera popolazione (1200 residenti) che vive di pesca e servizi per il turismo. Tutte le altre isole sono sostanzialmente banchi corallini piatti e sabbiosi, quasi prive di vegetazione, fatta eccezione per le basse mangrovie che si estendono come tappeti irregolari spesso fino alla battigia. Spiagge bianchissime e soffici, il clima caraibico umido e ventoso, acque cristalline e fondali da sogno, abitati da una popolazione di pesci, piante e conchiglie protetti dall’estesa barriera corallina, lo spettacolo dei pellicani: Los Roques è questo e molto altro. Ai colori e alla magia dei Caraibi si aggiunge infatti un’atmosfera latinamericana di dimensione lettararia L’arcipelago è il paradiso degli amanti dello snorkelling e delle immersioni subacquee: negli ultimi anni sono aumentate le infrastrutture turistiche, grazie (indovinate un po’) ai numerosi italiani sbarcati sull’isola per una vacanza caraibica e che hanno deciso di rimanere a vivere su un’isola dove si ha l’impressione che ‘tutto sia ancora da inventare”. Estate tutto l’anno, Los Roques vive almeno un paio di ‘alte stagioni’ turistiche: il periodo delle festività natalizie fino alla prima settimana di gennaio, e il classico luglio-agosto. Il clima nell’arcipelago è quello tipico delle isole caraibiche: La temperatura media è di 28°C con punte massime di 33°C in luglio e minime di 24°C in gennaio. Le giornate sono molto calde ma rinfrescate da brezze piacevoli, che attutiscono l’impatto dell’umidità, che nel periodo più caldo raggiunge percentuali vicine al 100%.

Diario di viaggio 30 dicembre 2001 – Ci prepariamo a un viaggio lungo e imprevedibile, abbiamo solo i biglietti aerei, senza nessuna prenotazione. Portiamo lo stretto necessario e affrontiamo i -10° delle 4 del mattino milanesi armati solo di giubbotti jeans. La sofferenza dura poco, un quarto d’ora di attesa del pullman per Malpensa, poi sarà tepore: dal riscaldamento dell’aeroporto ai 30° del Venezuela. Sfruttiamo un’offerta della compagnia di bandiera francese (paghiamo il biglietto 877 euro, 1 milione e 700 mila lire), a circa metà prezzo rispetto alle tariffe normali e a quelle, pur scontate, dell’Alitalia). Il viaggio è comodo e dura dieci ore, più uno scalo di corsa a Parigi. Le misure antiterrorismo rischiano di farci perdere la coincidenza, ma alla fine voliamo sull’Atlantico dormicchiando e guardando Moulin Rouge in spagnolo. Mettiamo piede in Venezuela all’aeroporto di Maiquietìa, alle cinque del pomeriggio, quando l’ultimo volo per Gran Roque è già partito. Un po’ storditi dal cambio di fuso, travolti dai 30° e dall’aria condizionata, gironzoliamo per l’aeroporto per capirci qualcosa. Ci sono diverse compagnie aeree che volano per l’arcipelago, si tratta di scegliere quella giusta, o almeno una che garantisca di non mollarti sull’isola. I prezzi variano da un minimo di 35 dollari (la moneta Usa è accettata come quella locale, il Bolivar) in bassa stagione, ai 120 dollari (andata e ritorno) dei periodi di massima affluenza: luglio-agosto e dicembre-gennaio. Ci divincoliamo fra tassisti che ci offrono di portarci a Caracas, ‘manager’ del turismo che vogliono occuparsi di noi, e attenti scippatori pronti ad approfittare di ogni minima distrazione su zaini e borse. Trattiamo sul volo con la truccatissima mulatta al banco informazioni, ma non otteniamo nessuna garanzia sul ritorno. Troviamo un tassista sufficientemente affidabile che da Maiquetìa, abbastanza fuori Caracas, ci porta in una posada a Catia la Mar. Alla ‘Parada’ la stanza è dignitosa, 35 mila bolivares (54 euro) e un aereo sopra la testa ogni tre minuti. Il gestore è cordiale, mi offre la prima Polar, la vera birra venezuelana, e mi presenta due italiani appena arrivati, Paola e Luca: anche loro un biglietto per Caracas e poi Los Roques, all’avventura. A cena inauguriamo la serie dei batidos tropicali, frullati ghiacciati di frutta esotica da leccarsi i baffi. Ci facciamo i primi due in un bar di fronte alla posada e scopriamo i batidos de fresa e melon, quello de lechosa (papaya) e il melocoton. Niente Parchita e Pina, ma ci rifaremo. Oltre all’aria condizionata a mille, notiamo all’interno un uomo armato. E’ una guardia che si occupa della sicurezza. Non è una banca né una gioielleria, ma questa è la zona di Caracas, una delle meno sicure del paese. Alla fine degli anni ottanta una grande massa di rurali si riversò in città, andando a ingrossare le fila dei disoccupati, dei poveri, degli emarginati. Appena sopra l’aeroporto, le colline rossastre colorate di palme, sono invase dai ranchitos, i barrios più poveri della zona. Caracas è la città più pericolosa e violenta del Sudamerica, e i pericoli cominciano appena fuori dall’aeroporto. Decine di taxi clandestini, vecchie auto americane macinate dal tempo, molti dei taxi ufficiali, quasi tutti potenti fuoristrada neri con vetri oscurati, non hanno neppure le targhe. Le truci maschere della Guardia Nacional non li degnano di uno sguardo, concentrati sui controlli antidroga. Eppure può capitare, e in genere capita più facilmente a nababbi turisti diretti a Isla Margarita, di salire su un taxi, essere portati chissà dove, derubati, malmenati e abbandonati. E qualcuno ci ha anche lasciato la pelle.

Al ritorno alla ‘Parada’ incontriamo Paola e Luca. Confrontando prezzi e informazioni, viene fuori che sarà difficile trovare posto sull’isola: è la settimana tra Natale e capodanno, i venezuelani festeggiano come si deve e Los Roques è una delle mete predilette. Sono loro che ci parlano di Johny Farias, ‘operador turistico’ che li ha abbordati all’aeroporto. Johny li ha aiutati a trovare il volo per l’isola. Luca e Paola ci raccontano un po’ di viaggi fatti in passato e ci offrono un passaggio sul taxi di Farias domattina. Grazie lo stesso, anche il nostro tassista ci ha promesso di farsi trovare qui davanti alle 7 in punto. Ma è una promessa da 8 mila bolivares: troppo pochi per essere mantenuta, e ce ne accorgeremo.



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