Hong Kong e Macao, 15 anni dopo

La frenesia di Hong Kong e la saudade de Macau
 
Partenza il: 14/02/2013
Ritorno il: 25/02/2013
Viaggiatori: 2
Spesa: 2000 €

l’Aqua Spirit è forse il locale da non perdere per la sua musica di tendenza e per la vista a 360° sulla città.

Tra le escursioni più note, non può mancare la visita all’isola di Lantau, la maggiore tra le isole esterne del territorio di Hong Kong, dove si trova il monastero di Po Lin e la statua bronzea del Tian Tan Buddha, alta 26 metri. Questo famoso complesso monumentale nel 1998 era stato realizzato solamente da un paio d’anni ed era incredibilmente tranquillo. Oggi rappresenta una delle principali attrazioni turistiche della ex colonia, dove i visitatori raggiungono un villaggio in finto stile tradizionale tramite una cabinovia sorto dal nulla proprio di fronte la grande statua. Dietro la sala principale del monastero si sta costruendo una nuova ed ingombrante sala “dei 10.000 buddha” dalle colorazioni piuttosto sgargianti che, una volta ultimata, sovrasterà con la sua altezza gli edifici preesistenti.

Hong Kong continua la sua frenetica corsa verso il futuro mentre tra le bancarelle di chincaglierie di Cat Street sono ancora in vendita le vecchie foto che ritraggono una città romantica con un lungomare di edifici coloniali, maestose giunche dalle vele spiegate, sanpan e strade attraversate dai caratteristici rickshaw e fiancheggiati da edifici caratterizzati da frenetiche attività commerciali non globalizzate. Un mondo antico ormai scomparso ed inaspettato, visto che la mia stessa generazione aveva imparato a riconoscere sui libri di scuola Hong Kong come una città di grattacieli ed ultima significativa colonia inglese rimasta sugli atlanti geografici.

Macao, febbraio 2013.

Nel 1998, sul pennone della Fortaleza do Monte, ancora sventolava la bandiera portoghese. La sovranità lusitana era ormai agli sgoccioli: ancora pochi mesi ed anche questo remoto avamposto sarebbe stato restituito alla Cina, chiudendo definitivamente il capitolo dell’epopea coloniale europea in terra asiatica. Tornando a Macao, oggi si ha la chiara percezione del cambiamento politico oltre del maggiore sfruttamento turistico del territorio che un tempo era quasi sconosciuto ai più. Anche la geografia è cambiata: Taipa e Coloane, le due isole un tempo appartenenti alla colonia, oggi ne costituiscono una sola. E’ stato bonificato il tratto di mare che le separava e che oggi costituisce la striscia di Cotai dove sono stati costruiti enormi e pacchiani complessi alberghieri e centri commerciali con annessi casinò. Macao si è trasformata in una sorta di Las Vegas d’oriente, volta ad incentivare la passione dei cinesi per il gioco d’azzardo.

Dall’alto della fortezza di Guia, situata sul punto più alto della città, un tempo era possibile ammirare (almeno fino agli anni ’60) un panorama decadente di tetti di tegole, forse molto simile a quelli dei miradouros di Lisbona. Oggi purtroppo la vista è oltraggiata da alti e poco estetici palazzoni in cemento, che occupano anche i territori del Mainland che circondano la penisola e dall’ingombrante sagoma della torre del Casinò Lisboa. Ma l’anima di questa città, incredibile mescolanza di elementi lusitani ed autoctoni tipico dei remoti possedimenti dell’impero mercantile seicentesco del Portogallo sparsi nel mondo, si rintraccia nelle sue piccole strade, negli edifici e nelle chiese che la rendono unica ed inconfondibile. L’affollamento turistico è ormai quasi insostenibile nelle vie principali e nella piazza del Leal Senado, dove ora gli edifici sono occupati da comuni esercizi commerciali. Il palazzo che da il nome alla piazza (il Leal Senado appunto) non ha più il proprio nome impresso sulla facciata: era stato così battezzato in quanto il senato di Macao si rifiutò di riconoscere l’occupazione spagnola del Portogallo del 1580 rimanendo fedele al re portoghese esiliato in Brasile, ma forse dopo la restituzione alla Cina nel 1999 quella scritta avrebbe potuto costituire un affronto imbarazzante. Il monumento più noto rimane la grandiosa facciata della chiesa di São Paulo, un tempo la maggiore dell’Asia per grandezza ma andata distrutta da un incendio che risparmiò solamente la parte anteriore dell’edificio. Sopravvivono negli immediati dintorni angoli pittoreschi, come il piccolo tempio cinese di Na Tcha che fiancheggia il superstite tratto delle mura che un tempo circondavano la città. Allontanandosi dalle zone più affollate ed incamminandosi sui marciapiedi decorati dalle pietre bianche e nere squadrate della calçada, tipica delle strade di Lisbona, ci si ritrova nella vera Macao, con i suoi giardini ordinati dove, nei padiglioni tradizionali, orchestrine improvvisate suonano musica tradizionale cinese accompagnando le cantanti di opera classica. Nelle chiese la messa viene recitata in portoghese ed i nomi delle vie (bilingui) sono scritti su piastrelle di azulejos bianche ed azzurre. Incredibilmente ben conservato, il distretto di San Lazzaro custodisce diversi caseggiati risalenti all’epoca coloniale, ma anche in altre zone, nascosti tra i nuovi edifici, piccoli templi cinesi ed edifici color pastello di gusto mediterraneo creano un mix inconfondibile. E poi, rua da Felicidade, un tempo sede dei bordelli, rimasta praticamente intatta con i suoi caseggiati tradizionali dalle persiane rosso vivo e nascosta tra i vicoli tra Largo do Senado e la piazza di San José. Sono passati oramai 15 anni, ma rivivo la strana nostalgia del passato, quando lungo l’avenida di praia grande del villaggio di Taipa pensavo di essere testimone di una realtà ormai desueta e destinata a tramontare per sempre, come da poco era scomparsa l’Hong Kong coloniale che non avevo avuto la possibilità di vedere. L’ultima colazione allo Starbucks di fronte alla facciata di São Paulo prima di riprendere il traghetto veloce per Hong Kong e di salutare Macao forse per l’ultima volta, e ritrovo tra le varie patacas datemi di resto nuovamente un dollaro di Hong Kong con l’effige di Elisabetta, questa volta retaggio di un passato tramontato definitivamente.

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Macau, street temple



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