È bastato un video su Instagram per scegliere la meta di questo viaggio: 5 giorni per innamorarci della Borgogna
Come sempre inizio i miei articoli raccontando cosa mi abbia ispirato nella scelta del mio prossimo, ennesimo viaggio. Questa volta la colpa – o il merito – è stata di mio marito. Un giorno mi manda su Instagram un video con dei bellissimi paesaggi della Borgogna: vigneti a perdita d’occhio, paesini da cartolina, stradine immerse nel verde… Ed eccomi qua! Sa ormai come funziono: mi basta poco. Un video, un’immagine, una frase e nella mia testa il viaggio è già praticamente organizzato. Dato poi che per i miei cinquant’anni di aerei ne ho già presi abbastanza, abbiamo pensato di regalarmi una vacanza un po’ diversa: io, lui, la nostra macchina e la Borgogna. On the road. Dopo uno studio più o meno accurato – naturalmente a base di TikTok, internet, intelligenza artificiale e informazioni raccolte un po’ ovunque – stendiamo il nostro piano. Si parte dalla zona di Milano, direzione Sempione, Svizzera e poi Francia. Il bollino svizzero, fortunatamente, lo avevamo già acquistato per il nostro precedente viaggio in Olanda.
Indice dei contenuti
Diario di viaggio in Borgogna
Giorno 1: Digione
Prima tappa: Digione. Praticamente una tirata unica, interrotta soltanto da una fondamentale tappa idraulica in un paesino del quale, naturalmente, non ricordiamo assolutamente il nome. Per questo viaggio avevo prenotato in anticipo soltanto i primi due alberghi tramite Booking, entrambi della catena Première Classe: economici, essenziali, camere piccolissime – diciamo pure in stile bunker – ma pulite e con colazione compresa. Ci eravamo già trovati bene molti anni fa durante un viaggio in Bretagna e devo dire che l’esperienza positiva è rimasta tale. Check-in nella nostra microcamera, appoggiamo le valigie e ripartiamo immediatamente verso il centro di Digione. Il primo impatto è decisamente bello. Abbiamo avuto qualche difficoltà nel capire dove poter parcheggiare perché, tra cartelli francesi poco chiari e navigatore che sembrava avere idee completamente diverse dalle nostre, per qualche minuto abbiamo girato in tondo. Ma non ci perdiamo certo d’animo e alla fine troviamo un parcheggio vicino al centro. Essendo ormai quasi terminato l’orario a pagamento, ce la caviamo anche con pochissimo.
Ci incamminiamo verso il cuore della città. Digione si presenta elegante, viva e piena di gente. Attraversiamo le sue vie storiche fino ad arrivare alla splendida Place de la Libération, davanti al Palazzo dei Duchi. Il centro storico ruota proprio intorno al Palais des Ducs et des États de Bourgogne, oggi sede anche del municipio e del Musée des Beaux-Arts. La piazza, con le sue fontane, è piena di persone e di locali. Una cosa però la notiamo immediatamente: l’aperitivo francese non è esattamente quello italiano. Da noi ordini vino o birra e, se sei fortunato, arrivano taglieri, patatine, olive e dopo dieci minuti hai praticamente cenato. Qui no. Qui si beve. Punto.
Noi però individuiamo un locale che sembra promettente e il nostro istinto, ancora una volta, funziona bene: mio marito prende una birra, io due calici di vino bianco e ci concediamo anche un ottimo tagliere di formaggi e salumi di qualità. Finalmente un aperitivo come piace a noi! La giornata però è stata lunga, siamo decisamente stanchi e quindi torniamo nel nostro piccolo bunker. Doccia, letto e buonanotte. La Borgogna ci aspetta.
Giorno 2: Digione, la Route des Grands Crus e Beaune
Essendo andati a letto presto, naturalmente ci svegliamo presto. Colazione, valigia chiusa e nuovamente in centro a Digione. Questa volta la città è quasi deserta. Sono circa le nove e negozi e bar stanno appena iniziando ad aprire. Passeggiare così, senza folla, permette però di godersi meglio le vie medievali e gli edifici del centro. Il nostro obiettivo è entrare nel Palazzo dei Duchi, ma dobbiamo aspettare l’apertura. All’interno troviamo anche esposizioni artistiche. Sarà che l’arte moderna non è esattamente la nostra più grande passione, ma, più che le opere, io finisco per osservare le sale e gli ambienti del palazzo. Aspettiamo poi anche l’apertura della chiesa di Notre-Dame de Dijon, altro edificio simbolo del centro storico. Digione possiede un patrimonio medievale notevole, tra palazzi, chiese e antiche strade. Molto carina. Però permettetemi il mio solito commento molto italiano: le nostre chiese sono un’altra cosa.
Salutiamo Digione e prendiamo la macchina. Questa volta dal navigatore togliamo volutamente le autostrade. Ed è qui che comincia una delle parti più belle del viaggio.
Entriamo nella mitica Route des Grands Crus, attraversando vigneti, colline e piccoli paesi dai nomi che gli appassionati di vino conoscono benissimo. I vigneti della Borgogna sono suddivisi nei famosi climats, parcelle storicamente delimitate con caratteristiche proprie, riconosciute anche dall’UNESCO. Il paesaggio è rilassante. Filari ordinatissimi si susseguono ai lati della strada, intervallati da piccoli borghi, cantine e insegne che promettono degustazioni.
E naturalmente noi cosa vogliamo fare? Degustare. Ci fermiamo un po’ a caso e chiediamo in diversi posti. Risposta quasi sempre identica: «Avete prenotato?». No. Siamo italiani. Noi arriviamo. Evidentemente in Borgogna funziona diversamente.
Arriviamo anche allo Château du Clos de Vougeot, magnifico edificio immerso nei vigneti. Il castello nacque come azienda vinicola dei monaci cistercensi e ancora oggi conserva antichi torchi, tinaie e cantine, anche se non produce più direttamente vino. Alla reception faccio le mie solite domande e ricevo risposte non esattamente entusiaste. Il cartello all’esterno ci aveva fatto pensare alla possibilità di degustare, ma scopriamo che le esperienze che interessavano a noi erano organizzate e andavano prenotate. Va bene. Messaggio ricevuto. La visita seria con degustazione la faremo il giorno dopo.
Riprendiamo quindi la macchina e continuiamo a percorrere questa splendida strada tra vigne e paesini. A un certo punto la fame comincia a farsi sentire. Ci fermiamo a Nuits-Saint-Georges, un paesino molto carino con molti localini; ci fermiamo in uno con posti a sedere liberi e scopriamo che proprio ciò che volevamo ordinare era terminato. Ci guardiamo. Da bravi italiani ci alziamo e cambiamo ristorante. Ne avevo visto un altro consigliato online e quindi ci spostiamo lì. Scelta azzeccatissima: Le Grenier à Sel. Troviamo anche una ragazza gentilissima che ci spiega in italiano i piatti del giorno e finalmente mangiamo divinamente.
Dopo pranzo raggiungiamo Beaune, sistemazione nell’ennesima camera-bunker, un po’ di relax, doccia e di nuovo fuori. Questa volta voglio assolutamente visitare uno dei luoghi più famosi della città: l’Hôtel-Dieu degli Hospices de Beaune. E qui devo dire che rimango veramente colpita.
Fu fondato nel Quattrocento da Nicolas Rolin per accogliere e curare poveri e malati in un periodo durissimo per la regione. Decidiamo di non utilizzare l’audioguida. Voglio sforzarmi. Quindi leggo e traduco dal francese i vari pannelli disseminati lungo il percorso. E, incredibilmente, qualcosa capisco ancora! Le sale permettono di immaginare davvero la vita dell’antico ospedale: i grandi letti allineati, le immagini delle religiose che assistevano i malati, gli ambienti dedicati alle cure e la farmacia con vasi, strumenti e preparazioni medicinali. Quelle suore dedicavano la loro vita all’assistenza dei poveri e degli infermi e camminare in quelle stanze rende la visita molto più emozionante di quanto immaginassi.
Usciti dagli Hospices ci perdiamo piacevolmente nel centro storico. Beaune ci piace. Tanto. È raccolta, elegante, romantica. Piccoli negozi, enoteche, pasticcerie, botteghe e locali. E soprattutto una cosa che continuerò ad apprezzare durante tutto il viaggio: qui la globalizzazione sembra essere arrivata con molta più discrezione. Niente successione infinita degli stessi negozi che trovi a Milano, Parigi, Londra o in qualsiasi altra città. Ci sono ancora attività con una loro identità. E meno male.
Verso le 18:30 abbiamo semplicemente voglia di bere qualcosa. Entriamo in un locale e ci fanno capire che è ora di mangiare. Entriamo nel secondo: stessa storia. In Francia evidentemente alle 18:30 scatta l’ora X: o mangi o niente! Continuiamo la nostra ricerca finché, in un’altra piazzetta molto carina, troviamo finalmente un bar disposto a venderci semplicemente da bere. Due birrette e siamo felici. Decidiamo addirittura di non cenare e proseguire a birra. Io ne assaggio una che sa di amarena. Cinque euro. E la nostra seconda giornata termina così.
Giorno 3: vino, castelli e Auxerre
La mattina facciamo ancora un ultimo giretto per Beaune quasi deserta. Cerchiamo un caffè e qualcosa da assaggiare in una delle tante boulangerie.
Tra profumo di pane caldo, baguette appena sfornate e vetrine piene di dolci, resistere è praticamente impossibile. La sera eravamo rimasti attratti dal Bar à Croissant che esponeva in vetrina le sue brioche bicolore, dunque non potevamo non assaggiarne una al caramello salato che mi era stata indicata come specialità locale. Buona? Sì. Ma per me decisamente troppo dolce e, dopo qualche morso, quasi nauseante. Continuiamo a passeggiare.
Mi piacciono tantissimo le piccole botteghe e noto addirittura parecchi negozi di scarpe, cosa che ormai nelle nostre zone sembra quasi diventata una rarità.
Tentiamo anche di entrare a Notre-Dame de Beaune ma, essendo ancora presto, naturalmente è chiusa. Ormai abbiamo capito: noi siamo mattinieri, i francesi un po’ meno.
Si riparte verso Savigny-lès-Beaune, dove questa volta abbiamo fatto i compiti a casa e prenotato tramite GetYourGuide una degustazione. Il tragitto è ancora una volta bellissimo: vigneti, distese verdi, colline. Arriviamo allo Château de Savigny-lès-Beaune, un castello dal fascino un po’ fuori dagli schemi, immerso tra i vigneti e circondato da un’atmosfera quasi giocosa, dove la storia si mescola a collezioni curiose e sorprendenti che lo rendono unico nel suo genere. Aggiungiamo circa 12 euro a testa per poter visitare anche il castello e i suoi particolarissimi musei.
E qui arriva la sorpresa: non è il solito castello. All’interno e soprattutto negli spazi esterni troviamo collezioni di ogni genere: aerei, motociclette, trattori, mezzi e strumenti legati alla viticoltura. Il complesso ospita infatti sette musei e perfino una raccolta di prototipi di trattori utilizzati nei vigneti. È una visita decisamente originale. Certo, qua e là qualche ragnatela e un po’ di polvere non mancano… diciamo che una passata di piumino non guasterebbe! Però proprio questo suo essere un po’ fuori dagli schemi lo rende interessante.
Terminata la visita, prendiamo qualcosa da mangiare e finalmente arriva il momento che aspettavamo: la degustazione. Diciotto euro a testa per quattro piccoli calici. Partiamo con un bianco e continuiamo con tre rossi. Nel dehors c’è un grande cortile tranquillo con tavolini, sedie e sdraio. Ci impossessiamo immediatamente di due sdraio e di un tavolino e trasformiamo la degustazione nella nostra pausa pranzo. Vino, silenzio, vigneti e relax. Cosa chiedere di più?
Dopo mezzogiorno riprendiamo la macchina. Direzione Auxerre.
Circa un’ora e venti di strada ed eccoci all’ennesimo albergo, questa volta in stile casa di campagna. Un attimo di riposo e poi di nuovo fuori. Il centro storico di Auxerre ci accoglie con la bellissima Torre dell’Orologio, risalente al XV secolo, e con le sue case a graticcio perfettamente conservate. Passeggiamo tra vicoli, mercerie, piccoli negozi artigianali e antiche facciate. Alcune chiese dall’esterno ricordano vagamente Notre-Dame di Parigi; dall’interno, decisamente meno.
Ci spingiamo fino al fiume Yonne e continuiamo la passeggiata lungo le sue rive, con un sole piacevole e finalmente non soffocante. Intorno si susseguono i viali alberati, piccoli ponti in pietra, qualche barca ormeggiata e caffè affacciati sull’acqua dove la gente si ferma a bere qualcosa godendosi la calma del fiume. Le antiche case a graticcio, con travi di legno a vista e facciate leggermente storte, danno al centro quell’aspetto tipicamente francese che cercavo.
Raggiungiamo anche la zona dell’Abbazia di Saint-Germain, altro importante complesso storico della città. Poi ritorniamo verso la Torre dell’Orologio e ci sistemiamo in una piazzetta. Mio marito, ovviamente, birra. Io questa volta voglio provare qualcosa di più territoriale e ordino un Kir, aperitivo nato proprio in Borgogna a base di vino bianco e crème de cassis.
E poi finalmente cena. Il ristorante scelto è La Table des Cordeliers. Qui mi tolgo lo sfizio che aspettavo dall’inizio del viaggio: bœuf bourguignon. Mio marito sceglie invece un’ottima bistecca e accompagniamo tutto con due vini locali. E siccome evidentemente non avevo ancora mangiato abbastanza, nonostante la mia intolleranza al lattosio decido anche di sfidare la sorte con un crumble ai lamponi. Mio marito invece sceglie un dessert che, molto francesemente, è composto da formaggi.
Soddisfatti e con la pancia decisamente piena, finalmente si va a dormire.
Giorno 4: Tournus e Lione
Sveglia presto. Si parte per Lione, ma naturalmente sarebbe troppo semplice andarci direttamente. Quindi inseriamo una tappa intermedia: Tournus. E facciamo benissimo. La cittadina è famosa soprattutto per l’Abbazia di Saint-Philibert, uno dei più importanti edifici romanici della Borgogna, costruito intorno all’anno Mille. L’interno è molto austero ma suggestivo, con una navata altissima e una luce che rende l’ambiente quasi sospeso. Quando arriviamo sono in corso dei battesimi e questo naturalmente limita un pochino la nostra visita, ma rende contemporaneamente l’ambiente molto vivo.
Usciamo e seguiamo un cartello che indica la via dei mercanti. Ci ritroviamo in un borgo davvero piacevole, pieno di bancarelle e soprattutto di quelle piccole attività artigianali che ormai da noi sembrano essere in via d’estinzione. Prima però devo raccontare un’altra fondamentale tappa. Indovinate? Tappa pipì. Entriamo in un locale praticamente nuovo e, visto che ormai siamo lì, perché limitarsi al bagno? Assaggiamo altri due vini bianchi locali: 3,50 euro a calice. Il pacchetto di patatine costa 2,90. Praticamente il vino costa poco più delle patatine. Queste sono le proporzioni che mi piacciono. Si riparte. Destinazione Lione. Abbiamo prenotato per le 14:00 il Musée Cinéma et Miniature e quindi andiamo direttamente lì prima ancora di raggiungere il nostro bed & breakfast che, finalmente, questa volta sembra essere di una categoria leggermente superiore ai bunker precedenti. Il museo mi piace molto. Non è enorme, ma stanza dopo stanza compaiono oggetti, costumi, scenografie, effetti speciali e materiali provenienti dal mondo del cinema. Il museo conserva infatti scenografie originali provenienti da produzioni cinematografiche europee e americane, oltre alle famose miniature di Dan Ohlmann.
Per una come me che ama il cinema è inevitabile fermarsi davanti ad alcuni oggetti e collegarli immediatamente a film e momenti della propria vita. Il cinema, in fondo, funziona proprio così: non guardiamo soltanto delle storie, le associamo a periodi, persone, ricordi.
Usciamo e finalmente raggiungiamo l’albergo. Per percorrere un tragitto che avrebbe dovuto richiedere un quarto d’ora impieghiamo quasi il doppio: Lione è piena di semafori! Però il primo impatto è bellissimo. Una città grande, calda, elegante, ben curata, con palazzi colorati che si affacciano sui fiumi. Doccia veloce e decisione molto intelligente: la macchina resta in albergo. Tra parcheggi e traffico ci conviene decisamente Uber.
Con una decina di euro arriviamo a Place du Change, nel Vieux Lyon, e cominciamo a girare. Bellissimi vicoli e tantissimi negozi particolari. Entriamo in uno splendido negozio vintage con oggetti militari e non solo, arredato in maniera originalissima. Poi negozi di burattini, giocattoli di legno, profumi, lavanda, oggetti artigianali. E ancora una volta posso dire con gioia: anche qui la globalizzazione non ha ancora divorato tutto.
In una piazza sento cantare un ragazzo di colore. Una voce meravigliosa. Io ho una mia regola: quando un artista di strada mi piace davvero, una piccola mancia gliela lascio sempre. È una cosa che faccio da anni. Vedo il simbolo del suo canale social, lo cerco e scopro che ha un numero pazzesco di follower. Beh, meritati. Era bravissimo.
Continuiamo a camminare, facciamo fotografie lungo la Saona, arriviamo alla Cattedrale di Saint-Jean e ci godiamo l’atmosfera del Vieux Lyon. Ma io avevo già preso una decisione. Durante il primo giro avevo adocchiato un ristorantino che mi aveva immediatamente conquistata: La Chimère, in rue du Bœuf, nel cuore del Vieux Lyon. È un tradizionale bouchon lyonnais, il tipico ristorante della cucina locale. Arredamento con oggetti antichi, materiali di recupero, atmosfera vintage. In pratica il genere di posto dove io entro e decido: «Stasera mangiamo qui.»
E infatti torniamo. Cena molto buona con piatti della tradizione locale, ultimo giretto nella Lione by night e poi Uber. Questa volta nessuno ci convincerà a riprendere la macchina. Sacrosanto riposo.
Giorno 5: Fourvière, Pérouges, Annecy e Chambéry
Il quinto giorno ci concediamo il lusso di restare a letto un pochino più del solito. Dopo colazione prendiamo la macchina e saliamo verso la Basilica di Notre-Dame de Fourvière. Ed è probabilmente una delle chiese che più mi ha colpita durante tutto il viaggio. Nonostante sia relativamente recente – la costruzione iniziò nel 1872 e la basilica fu consacrata nel 1896 – possiede un interno ricchissimo, con influenze bizantine, gotiche e romaniche, mosaici, decorazioni e una quantità di particolari che obbligano continuamente ad alzare gli occhi. Bellissima. Veramente.
Usciamo e cerchiamo il punto panoramico. Da lassù Lione si apre davanti a noi. La osserviamo ancora per qualche minuto e poi la salutiamo. Direzione Chambéry.
O meglio… direzione Chambéry con deviazione.
Perché una ricerca fatta su internet mi suggerisce un posto che non avevo inizialmente inserito nel programma: Pérouges. E meno male. Pérouges è una piccola città medievale ancora abitata, con strade acciottolate, case antiche in pietra e legno e un’atmosfera che sembra davvero portarti indietro nel tempo. È uno di quei posti in cui non serve fare molto: bisogna semplicemente camminare. Guardare le case, i cortili, le insegne, le finestre.
Naturalmente ci fermiamo a bere qualcosa di fresco e non possiamo andarcene senza assaggiare la famosa galette de Pérouges, specialità della cittadina: una specie di torta sottile preparata con burro e zucchero. Io però non so perché ero convinta che fosse salata. Probabilmente nella mia testa si era attivato il ricordo delle galettes della Normandia. Primo morso: zucchero. Secondo morso: ancora zucchero. Avevo decisamente sbagliato galette. Buona comunque!
Ripartiamo. Prossima tappa: Annecy.
Parcheggiamo direttamente vicino al lago e iniziamo a passeggiare. Il lago è vivo: pedalò, barche, persone, famiglie, turisti ovunque. Il panorama tra acqua e montagne rimane bellissimo. Il problema è che siamo in agosto e infatti più ci avviciniamo al centro storico più aumenta la quantità di persone. Tantissimi localini, tutti pieni, tavoli occupati, folla ovunque. E devo essere sincera: nell’aria c’è anche un odore non proprio meraviglioso e qua e là noto un po’ di sporcizia, probabilmente conseguenza della quantità enorme di turisti.
Ci spostiamo in una via laterale e ci concediamo un gelato sotto il castello. Poi decidiamo di tornare verso il parcheggio attraversando la zona commerciale. I negozi sono chiusi: è domenica. Io, ingenuamente, avevo dato per scontato che in pieno agosto e con migliaia di turisti fossero aperti. E invece no.
Annecy per me aveva anche un valore particolare: ci ero stata da adolescente durante una vacanza fatta per imparare il francese, ospite di alcuni parenti di mia nonna. Ne conservavo un ricordo molto bello. Probabilmente proprio per questo avevo aspettative alte e devo dire che, questa volta, il caos di agosto me l’ha fatta apprezzare un po’ meno. Non significa che non sia bella, lo è; ma a volte la stessa città, vista in momenti diversi della nostra vita e soprattutto con quantità completamente diverse di turisti, può regalarci sensazioni differenti.
Ultima tappa del viaggio: Chambéry.
Anche questa città appartiene ai ricordi di quella mia lontana vacanza adolescenziale. Durante il tragitto rivediamo anche il Lac du Bourget – sì, il nome è proprio questo – il grande lago naturale vicino a Chambéry e Aix-les-Bains. E improvvisamente riaffiorano immagini di quella vacanza con mio cugino. È curioso come i viaggi funzionino anche così: a volte non scopri un luogo nuovo, ritrovi una parte vecchia di te.
Chambéry ci accoglie molto più tranquilla di Annecy. Quasi deserta. E, dopo la folla precedente, non mi dispiace affatto. Il suo centro storico conserva ancora un’impronta molto particolare, fatta di passaggi, facciate antiche e strade che raccontano il legame storico della città con la Savoia e il Piemonte. I negozi sono chiusi, ma bar e ristoranti aperti non mancano.
Visitiamo la Cattedrale di Saint-François-de-Sales, una chiesa elegante e raccolta nel cuore di Chambéry, famosa per i suoi interni suggestivi e soprattutto per i delicati affreschi trompe-l’œil che ricoprono completamente le pareti, creando un effetto quasi ipnotico. Poco dopo comincia a piovere. Aspettiamo. Smette. Ripartiamo. E quasi per caso troviamo un piccolo ristorante dove preparano le classiche galettes salate. Ecco, queste erano le galettes che avevo in mente! Molto buona. E con questa cena si chiude il nostro viaggio.
E anche questa è fatta…
E anche questa vacanza, l’ennesima organizzata in occasione dei miei cinquant’anni, è arrivata alla fine. Cinque giorni, tanti chilometri e una macchina che ci ha permesso di cambiare programma, fermarci quando volevamo, imboccare strade secondarie, scoprire paesini che magari non avremmo mai visto e decidere all’ultimo momento di fare una deviazione. E questa volta devo ammetterlo: internet e l’intelligenza artificiale sono stati davvero degli ottimi compagni di viaggio. Mi hanno aiutata nella pianificazione delle tappe, nella ricerca di luoghi meno conosciuti e nel costruire un itinerario che non fosse soltanto una successione di città famose.
Poi naturalmente arriva il momento in cui bisogna spegnere tutto. Il navigatore può indicarti la strada, TikTok può mostrarti un borgo, l’AI può suggerirti una tappa. Ma il profumo del pane appena sfornato a Beaune, il silenzio davanti ai vigneti, un bicchiere di vino bevuto su una sdraio, il ragazzo che canta in una piazza di Lione, la folla che ti fa cambiare idea su Annecy o un lago che improvvisamente ti riporta a quando eri adolescente… quelli devi viverli tu. E forse è proprio questo che continuo ad amare dei viaggi. Posso prepararli nei minimi dettagli, studiarli, programmarli e riempire il telefono di appunti, ma poi succede sempre qualcosa che non avevo previsto. Ed è quasi sempre quella la parte che ricordo di più.
Quindi sì: promossa la Borgogna, promossa la macchina, promosse le deviazioni dell’ultimo minuto. E adesso? Conoscendomi, probabilmente basterà che qualcuno mi mandi un altro video su Instagram… e ricomincerò da capo










