Due ghepardi a caccia nel bush… di 3° parte

RISERVA PRIVATA - PRETORIA - CASCATE VITTORIA ...A destarci da questi pensieri è un vento inaspettato che investe il boma con raffiche furiose ed in breve tempo riempie il cielo di nuvole cariche di piog-gia. Lampi, tuoni e violenti scrosci d’acqua rompono il buio ed il silenzio della notte, ma al mattino, quando il cielo è ormai tornato...
Scritto da: sara-bruno-3
due ghepardi a caccia nel bush... di 3° parte
Partenza il: 27/01/2003
Ritorno il: 10/02/2003
Viaggiatori: in gruppo

RISERVA PRIVATA – PRETORIA – CASCATE VITTORIA …A destarci da questi pensieri è un vento inaspettato che investe il boma con raffiche furiose ed in breve tempo riempie il cielo di nuvole cariche di piog-gia. Lampi, tuoni e violenti scrosci d’acqua rompono il buio ed il silenzio della notte, ma al mattino, quando il cielo è ormai tornato se-reno, solo il pro-fumo muschiato che ha avvolto il lodge e la luce delle candele, degne sostitute di quelle lampadine di-ventate inservibili a causa di un guasto all’impianto elettrico, ci ricordano l’acquazzone che ha impedito alle stelle di tenere compagnia a Morfeo.

Le scimmiette che si muovono sui rami, liberando le foglie dal peso delle gocce, ci salutano per l’ultima volta mentre il nostro pulmino si allon-tana dal lodge in direzione nord-ovest: oggi, infatti, abbandoneremo il Kruger Park per raggiungere la riserva privata Ingwe, dove ci attendono altri due safari.

Lungo il tragitto, ci fermiamo nei pressi di Hoedspruit per visitare l’Endangered Species Foundation, un centro creato per difendere i ghepardi ed altre specie in via d’estinzione.

Subito dopo aver assistito ad un filmato realizzato per spiegare ai visitatori gli intenti di questa fondazione, una jeep ci porta all’interno delle enormi gabbie in cui vivono gli animali. Il primo incontro è con un branco di licaoni che sta riposando all’ombra di una grossa acacia. Un tempo, erano le praterie del Kruger Park ad ospitare le loro corse alle calcagna di impala o piccole antilopi, ma poi, un giorno, il gruppo si è allontanato dal parco ed ha co-minciato ad ap-prezzare le galline e le pecore delle fattorie nelle vicinanze, scatenando così l’ira dei contadini, pronti ad impugnare i loro fucili ed a far fuoco contro il manto chiazzato di giallo, nero e bianco di questi “cagnacci”. Su venti, solo sette sono sopravvissuti ed hanno trovato ospitalità nel centro, ma ora molti cuccioli scorraz-zano tra le zampe delle femmine e si sta pensando di reintrodurre tutto il branco nel bushveld del parco: lì, questi animali potrebbero finalmente tornare a cor-rere liberi ed allo stesso tempo rimpinguerebbero una popolazione che negli ultimi anni è scesa al di sotto dei trecento esemplari. In questo caso, però, la colpa della quasi estinzione non si può attribuire ai cacciatori: è la gerarchia esistente all’interno del branco a condan-nare i li-caoni, una ferrea gerarchia che prevede la morte per tutti i piccoli non nati dall’accoppiamento tra la femmina ed il ma-schio dominanti. Solo questi due, infatti, sono considerati in grado di mettere al mondo degli individui degni di appartenere al gruppo e per questo motivo i cuc-cioli nati da unioni diverse vengono uccisi subito dopo il parto, mentre le altre femmine del branco devono ac-contentarsi di svolgere il loro ruolo di mamme allevando la “progenie reale”, a volte costituita da quindici o venti piccoli: quando questa vede la luce, infatti, anche le loro mam-melle si riempiono di latte per permettere la sopravvivenza di tutta la cucciolata. Il nostro arrivo all’interno della gabbia risveglia improvvisamente il gruppetto: numerosi musi canini si girano verso di noi, le grosse orecchie arroton-date ferite dal baccano inatteso della jeep e gli occhi attenti a scrutare quell’enorme trabiccolo che ha osato invadere il loro territorio, ma dopo pochi attimi, un ringhio minac-cioso che cerca di farsi strada nell’aria rimane tristemente senza seguito: l’indifferenza, infatti, si è già im-possessata del resto del branco che riprende a dormire o a giocare tra le radici nodose dell’acacia sbu-cate dal terreno, lasciando che la terra brunastra intacchi la lucentezza dei mantelli e ricopra le chiazze colorate con un’uniforme patina di polvere. Anche il secondo incontro è con un animale sfuggito ai fucili dei contadini: si tratta di un piccolo otocione accusato ingiustamente di dare la cac-cia alle pecore, prede decisamente troppo grandi per lui. Il suo curioso muso da volpe spunta dalla tana che si è scavato tra le radici di un grosso albero e le sue orecchie di una grandezza sproporzionata si muovono veloci per captare ogni suono: attraverso esse è addirittura in grado di scoprire la posizione esatta di un insetto nel sottosuolo e di dare così inizio ad un frenetico scavo per assi-curarsi il pasto! Il rumore del motore della jeep, però, deve essere davvero troppo intenso per lui che abbandona la scena con un una fuga improvvisa nel suo rifugio sotter-raneo.

Ma gli ospiti d’onore del centro sono senza dubbio i ghepardi: il loro muso campeggia infatti sul logo della fondazione, mentre foto di corse fu-riose nel bushveld, di mamme intente ad allattare piccole palle di pelo e primi piani di canini aguzzi e corpi slanciati danno il benvenuto ai visi-tatori all’ingresso. E gironzolando tra le gabbie, sempre a bordo della jeep, ci si può trovare faccia a faccia con questi stupendi felini.

Alcuni sono giunti qui feriti, altri orfani, altri ancora sono stati adottati da coloro che li avevano acquistati da cuccioli e dopo qualche anno si sono stufati di vederli gi-ronzolare nei giardini delle loro ville e così la popolazione all’interno del centro è cresciuta di anno in anno.

Tra i vari esemplari c’è addirittura un ghepardo reale: si riconosce grazie alle macchie che costellano la sua pelliccia giallastra, più grosse ri-spetto a quelle dei suoi simili non insigniti della carica di sovrano, e per le spesse strisce nere che percorrono la sua schiena. A mio parere, però, il suo aspetto non è molto elegante: il giovane maschio che ci troviamo di fronte qualche decina di metri dopo, un “umile” ghepardo neanche lontanamente imparen-tato con il “re”, infatti, appare più raffinato, con quelle piccole gocce nere, poco vi-stose, disseminate su una pel-liccia che sfuma dal beige al giallo pal-lido, fino al morbido bianco screziato di nero con cui termina la lunga coda. Si è appena coricato tra l’erba, la bocca socchiusa in un sospiro senza fine ed il petto che si alza e si abbassa forsennato alla ricerca di un po’ d’aria. Il gran caldo che si sta diffondendo velocemente anche sotto gli alberi, infatti, sembra avergli tolto tutte le forze. Ma la stanchezza non riesce ad offuscare l’innata eleganza di quelle lunghe lacrime nere che scendono sotto gli occhi, incorniciandoli, di quei sottili baffi biancastri che vibrano impercettibilmente al nostro arrivo e di quegli implacabili artigli che spuntano minacciosi tra i folti peli delle zampe, così come l’afa non può affatto sminuire la fierezza e la grazia di questo animale.



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